Prima della Smart city, l’ambiente sensibile

È paradigmatico che un’installazione che sta a priori degli ambienti interattivi, sociali e intelligenti, smart, con cui le nuove città amano adornarsi, abbia per titolo In Principio (e poi). E poi? Infinte creazioni, come lo spazio che occupa e popola l’operazione di Studio Azzurro all’interno del neo padiglione della Santa Sede inaugurato per la 55. Biennale d’Arte di Venezia.

 

È un ambiente di 120 mq, al cui interno si impongono allo sguardo quattro superfici (materia ceramica tecnica di cm 300×150) laviche, ruvide e primordiali, tre verticali appoggiate alle pareti e una centrale, al suolo. Per chi è abituato alle superfici liquide e televisive delle loro installazioni la percezione tattile lascia spaesati e coinvolti. Intrappolati nella pietra, figure, persone e volti, camminano, si voltano, osservano e aspettano: un gesto, una mano tesa che non solo li sfiori, ma resti appoggiata lì, ad invitare un racconto e dare inizio alle loro storie. La narrazione non sempre affidata alla parola è a volte una rappresentazione di suoni e un mimare di gesti, che trasformano i corpi in scie arabescate di caleidoscopi umani. Al loro sparire rimane solo l’impronta della mano sulla pietra a testimoniare la loro viva esistenza.

 

Immagini vorticano e pulsano dolcemente sulla lastra che ricopre il pavimento e che si trasforma in un palcoscenico quando un piccolo faro, discreto e laterale, cattura in un’ombra ogni furtivo e casuale passaggio e subito lo introietta e lo riproietta al suolo, a ripetersi e deformarsi in un roteante dissolvimento. All’improvviso ci si ritrova non più a socializzare con figure nella pietra, ma con chi, coinvolto, condivide nell’esperienza insieme ludica e creativa, lo stesso ambiente, sensoriale e sensibile.

 

Uno spazio socializzato è il senso primo della nostra definizione di ‘ambienti sensibili’. Si tratta di pensare a contesti dove l’atto interattivo non sia confinato ad una dimensione individuale […]. Contesti in cui al dialogo con la macchina si associ e si mantenga il confronto, anche complice, con le altre persone”. Doveroso lasciare alle dirette parole di Paolo Rosa, da poco scomparso regista e artista visivo dello storico gruppo, la definizione di ambiente sensibile, uno dei concetti cardine che declinano il manifesto di Studio Azzurro. Nell’attenzione rivolta al contesto sociale, il dialogo tra i linguaggi visivi si espande oltre il discorso delle arti per interpellare la partecipazione dello spettatore, e coinvolgerlo in uno spazio in cui si senta libero di esprimersi, e dove la tecnologia sia un interfaccia creativa e amichevole, tanto efficace quanto invisibile e semplice.

 

È il caso della serie dei portatori di storie di Studio Azzurro, opere il cui obiettivo è stato quello di “dare forma a una ‘mappa sensibile’ del territorio, generata dai racconti e dalle indicazioni dei personaggi ripresi e arricchita dai gesti degli spettatori”. Ci si riferisce alla Sensitive City (2010), mega installazione realizzata per il padiglione italiano dell’Expo di Shanghai, che adotta la logica dell’archivio, un database di parole, ricordi, descrizioni, sensazioni, prodotte da mesi di interviste agli abitanti di sei città italiane.

 

Spazio socializzato, ambiente sensibile è un sistema che non può fare a meno di rimandare agli sforzi dei nuovi contesti urbani per creare vincenti connubi tra servizi e sfide tecnologiche, dove la nuova smart city appare direttamente suggerita dalle situazioni multi sensoriali allestite da Studio Azzurro.

 

La narrazione artistica degli ambienti socializzanti in Studio Azzurro allude, suggerisce ed invita ad una forma urbana dalla forte caratteristica sociale, in cui la tecnologia è un tramite discreto, user friendly, per un dialogo linguisticamente variegato e corale. Ma paradossalmente, svelandola come risorsa il collettivo artistico ne denuncia anche il rischio implicito, ovvero quello di una esasperazione nell’uso di elementi tecnologici, soprattutto se privi degli idonei parametri di lettura e accessibilità. Il ricorso alla tecnologia, è una risposta ai bisogni di una comunità, e come tale necessita di una discreta quanto familiare presenza, per trasformare un ambiente in un contesto sensibile e sociale…con tatto.


di Stefania De Vincentis


L’Articolo completo è pubblicato sul Tabloid “Architetti” 5/2013.


Web
www.cultura.va
www.labiennale.org

 

Nell’immagine, In principio (e poi). Foto © Stefania De Vincentis

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