Premio IQU 2016 – Trieste – un sogno. Il Porto Vecchio, progetto di riuso urbano

Sezione: Rigenerazione progettazioni

Progettista: Angelamaria Cattaneo, Alberto Erseghe

Progetto di riuso urbano di uno degli ambiti di archeologia industriale marittima più rilevanti del Mediterraneo (65 ha) elaborato come libero contributo di idee in attesa dell’imminente piano strategico da parte del Comune e dell’Autorità portuale.

Corretta e puntuale è la definizione che G. Pitacco nel suo saggio “Misurare l’architettura con l’architettura” dà del Porto Vecchio di Trieste, descrivendolo come sofferente di un “isolamento che ha staccato l’area mentre il resto della città  nel frattempo si modificava, rendendo questo pezzo a sé stante alieno dal contesto…” per poi continuare con la diagnosi “ per questo la misura diventa il mezzo attraverso cui conoscere e capire quale brano scrivere all’interno di questa area…”.

Dalla lettura di questo e dei tanti progetti che dal 1974 si sono succeduti sull’area, ma anche dal confronto con gli intendimenti del bando di concorso per la recente scelta di un Advisor (Ernst&Young), abbiamo elaborato un progetto che modifica l’esistente nell’ottica del riuso e del riciclo (altro uso, altro ciclo → altra vita) con implicita la ricerca di felicità (tema caro all’architetto Stefano Boeri) come aspirazione a costruire relazioni attraverso la varietà sociale e culturale la cui intensità, pur correndo il rischio della conflittualità, riveli la bellezza del fluire della vita. E la bellezza di una città è felicita espressa.

Pensare che percentuali, calcoli di probabilità, statistiche siano volani in grado di dare forma felice al territorio è ipotesi fuorviante.

Un progetto a scala urbana, il nostro, un libero contributo di idee in attesa dell’imminente piano strategico, da offrire a Trieste, perché più di altre città italiane sentiamo possa osare questa esperienza. Il progetto prende corpo da un sistema di relazioni sensoriali nate a contatto con l’ambiente. Rivendicando quel diritto alla flȃnerie (caro a molti poeti, romanzieri e filosofi, ma anche architetti, fra fine ‘800 e inizio ‘900), manifestiamo che il sogno è nato incontrando, quasi per caso, il Porto Vecchio durante il girovagare per la città.

I segni, dispersi dalla storia sul territorio, sono in grado di indicare altri segni, anzi sembra che questi siano già scritti. Si tratta solo di saperli vedere.

E noi li abbiamo raccolti e trasformati in disegni come prima verifica per possibili tavole di progetto: dall’io abitante all’io progettante.

E come i segni raccolti possono comunicare il destino della forma della città, così può essere che “l’arte vivente a cui noi aspiriamo, sia il risultato del nostro spirito”. Sensibili ai temi del pluralismo, dei migranti, dell’effetto periferia dilagante, questi diventano i parametri del nostro pensiero progettuale.

 

 

Abbiamo intuito la possibilità di realizzare una Cittadella a governo europeo per far transitare e vivere oltre 5000 migranti, integrati dalla compresenza attiva della cultura per far affiorare contraddizioni, cercare risposte a problemi che non cesseranno a breve termine qualsiasi buon provvedimento politico, economico, sociale sia attuato a scala internazionale. La Cittadella è una piccola cosa, ma ha la concretezza di un seme – può germogliare.

E da questo intreccio fra umanità in fuga e recupero di un’area dismessa si evolve Trieste – un sogno, dove si potrebbe leggere il compiacimento di un facile eroismo – la garanzia di dare dignità ai migranti – considerando il progetto un “regalo della cicogna” piuttosto che “un parto cosciente”.

La sua elaborazione è stemperata dalla coscienza che l’autonomia di tale lavoro è “esplicitamente riconosciuta come relativa e solo il committente politico e/o economico … potrà dettare un senso alle elaborazioni della disciplina intellettuale..”: non è il prodotto di una architettura che vuol farsi ideologia.

E’ la proposta di un’esperienza-sfida per garantire a Trieste un civil future con la presenza nell’ex porto di una cittadinanza attiva che resti e non semplicemente transiti – quella di migranti e di triestini, di italiani e stranieri, lontani noi dal prevedere un pubblico che investe la città per fiere, manifestazioni popolari e/o colte … “attraverso progetti di rilancio, come se non fosse possibile una gestione normale di una città”.

Il progetto ipotizza per l’area un sistema di verde e un doppio viale che orienta il passeggio, mantenendo la sua qualità archeologica e la sua forma, esaltando edifici e  viste che più aiutano al rinnovamento. Una risposta concreta alla vocazione espressa dal luogo: quella di essere abitato.

Per la sua valenza urbanistica il progetto apre ad altri temi in rapporto alla città per  creare, cedendo spazi di connessione, altre nuove centralità urbane, e il ridisegno del water front: la Cittadella ne diventa il cardine e le aree marginali del Porto Vecchio consentono un progetto di raccordo fra le passeggiate storiche di Barcola e le Rive.

I disegni indicano la successione delle proposte: dal parco a conclusione del lungomare di Barcola, alla Cittadella, alla nuova, grande piazza della Stazione dove i varchi doganali acquistano la valenza di “porta urbana”.

I “virgolettati” sono tratti da saggi di Barri Parker, Marta Lonzi, Manfredo Tafuri, Franco La Cecla.

Scarica la scheda del progetto

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