Premio IQU 2011. Progetto Polo espositivo e Museo ebraico

Sezione – Nuovi Utilizzi e Progettazioni. Polo espositivo e Museo ebraico

 

La comunità israelitica di Monte S. Savino era, senza alcun dubbio, la più importante fra tutte quelle che erano presenti nel territorio d’Arezzo, particolarmente nel XVII e nel XVIII secolo. Gli ebrei sono stati presenti in questo territorio in due periodi distinti e per motivi sostanzialmente tra loro diversi: dalla prima metà del XV secolo fino al 1570, quando vengono avviati al ghetto di Firenze, e poi, dopo un intervallo di circa sessanta anni, dalla prima metà del XVII secolo fino al 1799, quando vengono cacciati definitivamente dalla cittadina.

 

La comunità era dotata di un suo cimitero, di una sua sinagoga (costruita nel 1627) e di un forno per cuocere gli alimenti secondo i propri riti. In riferimenti ai precedenti lavori si evince quanto segue: in un documento del 1732 è testimoniato con certezza che si procede a restaurare l’edificio, il quale doveva essere pericolante per indurre la comunità ebraica, assai povera, a un intervento piuttosto impegnativo. Per sopperire alle spese necessarie vendettero all’asta i sedili, tanto quelli per gli uomini che quelli per le donne, all’interno della sinagoga. Successivamente l’edificio passò in proprietà della comunità israelitica di Siena. Privo di manutenzione, abbandonato, tornò a essere cadente, finché il Comune di Monte S. Savino, che già qualche anno prima aveva fatto fare, a proprie spese, qualche lavoro di restauro si decise al suo acquisto (1882), dopo trattative protrattesi per molti anni. Ulteriori lavori di consolidamento furono fatti tra il 1923 e il 1924, dopo il crollo di un muro interno.

 

Il progetto si compone di una struttura leggera che si dirama nell’interno dell’edificio uniformandosi per il cromatismo (il beige delle rimanenze di intonaco) ma affermandosi come materiale diverso. Il progetto trova le proprie ragioni nell’interpretazione del significato dei luoghi, in ciò che essi rappresentano attraverso i propri significati morfologici. Si evidenzia, con l’utilizzo di una struttura leggera in metallo e vetro acidato, una logica di contrasto e riconoscibilità dell’intervento contemporaneo e nello stesso tempo si cerca di mimetizzarlo il più possibile per non adombrare l’essenza stessa dell’esistente ma cercando di sottolineare la sua importanza di testimonianza storica.

 

L’edificio viene così suddiviso in piani sfalsati da un telaio che contiene le funzioni di spazio espositivo nelle sale arcate, mentre si differenzia con la funzione di museo ebraico nei piani superiori, creando un rapporto diretto con le rimanenze della sala del trono.

 

Partendo da un inevitabile consolidamento delle strutture murarie, il progetto si concentra sulla suddivisione dello spazio interno: la sala arcata viene suddivisa in due spazi espositivi che si rapportano; le due sale piccole (quella intermedia e quella del trono) individuano una predisposizione per il museo ebraico, con la possibilità di ulteriori suddivisioni per uffici e spazi multimediali. Il piano terra costituito da sale piccole contiene i servizi e una sala per conferenze accessibile direttamente anche dall’esterno.

 

I volumi dei servizi e le scale si inseriscono come oggetti facenti parte della composizione, elementi di arredo che contribuiscono alla definizione e al manifestarsi di un potenziale spazio espositivo.

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