Premio IQU 10, Haiti: Una scuola per Haiti

Architettura-realizzazioni, per la categoria Architettura e Città opere realizzate
Arch. Edoardo Milesi (Archos Srl)
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Condivisione, progettazione partecipata, autocostruzione per una scuola professionale antisismica e anticiclone a sud del mondo. Una scuola professionale a Haiti costruita con assi di legno di cm 5x15x400 e nodi metallici per resistere al sisma e al vento di 170km/h.  Abitare non significa solo costruire edifici. Architettura significa abitare la natura, artificio significa far collaborare l’abilità umana con la natura in un reciproco beneficio.  Troppo spesso, presi dall’emergenza, ONG e gruppi missionari costruiscono scuole, ospedali, residenze, spazi pubblici in modo inadeguato: alle risorse disponibili, alle capacità delle maestranze impiegate, alle vere esigenze della popolazione a cui sono rivolte. Questo comporta dispendio in termini di edificazione e durabilità dell’opera, ma anche eccessivo consumo di suolo, inquinamento antropico, difficoltà nella gestione della sicurezza ai diversi livelli e non ultima l’insoddisfazione da parte dei destinatari che non ne percepiscono completamente i benefici. Non c’è dubbio che gran parte dei danni e dei morti provocati ad Haiti dal terremoto del 2010 sono direttamente dipendenti dalle costruzioni mal fatte con gli aiuti del primo mondo che ha introdotto metodologie costruttive sbagliate e estranee al luogo.

Il cantiere rappresenta una splendida occasione per formare, educare e informare i volontari umanitari e le comunità destinatarie in merito a buone pratiche e modi virtuosi da adottare per una serena convivenza e permanenza su questo pianeta. Sappiamo di certo che nulla come la fabbrica edile, come il costruire assieme, è in grado di generare forme di appropriazione, di orgoglio, di identità senza le quali l’opera rimane estranea, incapace di generare inclusione sociale. Una progettazione sostenibile è ancor più necessaria dove le risorse a disposizione sono esigue e dove l’emergenza richiede tempi e metodi commisurati alla reale situazione sociale, politica, economica. Lo spreco apre la strada ad atteggiamenti e scelte oltre che anti economiche anche anti ecologiche che in nessuna parte del mondo sono più ammissibili. Solo un’adeguata e accurata progettazione è in grado di garantire la sostenibilità dal punto di vista economico ed ecologico nella realizzazione, gestione e manutenzione. E’ così che si fa architettura che non è solo un fatto fisico, ma anche una proiezione mentale, il suo valore reale sono gli effetti che produce, le sue potenzialità performative in grado di incoraggiare le persone a comportarsi mentalmente e fisicamente in modo diverso. Un’occasione per ricostruire relazioni, ricreare il senso di comunità magari riavviare attività produttive.  Una tecnologia costruttiva come quella a secco (dove è evidente e palpabile l’evoluzione tecnologica meccanica di tecniche tradizionali rispetto all’incursione ermetica della chimica) è certamente più comprensibile da tutti, la resistenza al vento, alla pioggia, le schermature al sole e la manutenzione passano attraverso considerazioni visibili ed esplicite. E’ in grado di adattarsi più facilmente ai materiali disponibili localmente motivando maestranze e fruitori sul riciclo e il riuso. Il sapere non si trasmette attraverso formule, ma comportamenti comprensibili e condivisibili che si rifanno a memorie consce e inconsce che sono dentro di noi. La costruzione deve essere lei stessa un momento di sperimentazione. La sua forma e la sua tecnologia devono essere di stimolo alla fabbrica intelligente, all’esigenza di edificare sempre con un progetto anche nelle costruzioni spontanee. La tecnologia sostenibile va scritta sulle murature come un abaco. Come istruzioni all’uso per tutti.

Una scuola è prima di tutto un edificio pubblico che deve rapportarsi, deve comunicare con tutto quello che le sta attorno, dove la comunità possa riconoscersi, anche con orgoglio, forse ritrovando frammenti di un passato perduto. Per questo occorre pensare da subito come moltiplicarne gli usi. La didattica e la formazione devono sconfinare nell’informazione. E’ importante prevedere la trasmissione orale del sapere e questo avviene in ambienti che facilitano il rapporto tra giovani e anziani. Facilitare i contatti significa portare la scuola fuori dalla scuola, oltre i suoi confini.  La scuola tecnica progettata per i Padri Monfortani ad Haiti vuole essere molto più di una scuola. Vuole assolvere al bisogno di immaginazione. Il popolo di Haiti ha bisogno di andare oltre gli aiuti che gli vengono concessi. L’immaginazione è la radice di ogni pensiero creativo e di ogni manifestazione creativa di un sentimento. La scuola tecnica di Haiti deve fungere da emittente per proiettare verso un futuro più umano un popolo tenuto volutamente in una tragica letargia sociale della quale siamo tutti responsabili. Gli Haitiani non possono rimanere ancora a lungo spettatori della loro vita sociale. Collaborare alla sua costruzione è fondamentale per sentirsi parte di quella comunità.  Occorre costruire degli ambienti in grado di ridestare il contatto reciproco tra gli abitanti che a sua volta solleciti una nuova immaginazione sociale. Immaginazione sociale e immaginazione spaziale vanno per l’uomo di pari passo.

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