Premio IQU 10, Bamiyan: Centro culturale

Sezione: Architettura, progettazioni – per la categoria Architettura e Città opere progettate
Progettista: Francesco Taormina
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Il progetto di un centro di servizi, davanti alla montagna dei Buddha, è l’occasione per riflettere sul ruolo dell’architettura contemporanea in un contesto disgregato, seppure fortemente condizionato dai caratteri di una cultura millenaria.

 

Contesto dell’intervento
Passaggio secondario della Via della Seta, poco a nord-ovest di Kabul, la valle di Bamiyan è stata dal II e III secolo d.C. un importante luogo di culto buddista: lo testimoniano i rifugi scavati sulla parete di roccia tenera che chiude la valle a settentrione e, ancora di più, le colossali statue dei Buddha, realizzate fino al VI secolo e sciaguratamente distrutte nel 2001. Dal 2013, gran parte dell’area, che comprende siti archeologici di una certa rilevanza, a testimonianza del sovrapporsi e mescolarsi di diverse culture (dal XII secolo vengono introdotte l’arte e la cultura islamica), è diventata Patrimonio dell’Umanità secondo la Convenzione dell’UNESCO. La stessa UNESCO ha bandito un concorso di progettazione per la realizzazione di un Centro Culturale sul duplice, vasto e pietroso terrazzo di una collina che guarda alla montagna dei Buddha; al concorso, senza vincoli di partecipazione, potevano aderire anche studenti di architettura guidati da un professionista. Il progetto presentato tiene conto delle prescrizioni di collocazione, funzionali e dimensionali, economiche e di disegno imposte dal bando, benché si sia scelto di non sottoporlo al giudizio della giuria per alcune incongruenze rilevate nelle richieste (per esempio: sul rapporto tra la superficie utile e quella lorda del complesso edilizio, sottostimato rispetto alle esigenze costruttive e ambientali, o sui costi dell’intervento, calcolati per superficie e non per volume) e alla fine confermate perfino dalle difficoltà di trasmissione degli elaborati. Il progetto resta dunque uno strumento di studio specifico e di confronto interpretativo con un modo altro di concepire lo spazio abitato e di attualizzarne le tecniche.

 

Motivazioni del progetto
Il dislivello di dieci metri tra le terrazze, con i relativi problemi di contenimento delle pareti naturali, il suo orientamento, normale alla montagna dei Buddha, l’accesso all’area dall’alto e la necessità di prevedere lo sviluppo futuro del centro, hanno determinato la scelta di suddividere il complesso edilizio in due distinte parti: una di ingresso con i servizi generali rappresentativi, affiancata al dislivello, e una, ruotata sulla terrazza bassa, disposta ad accogliere usi altrettanto specializzati ma più integrati tra loro, potenzialmente modificabili e suscettibili di aggiunte.

 

Il primo volume è compreso all’interno di una lunga volta (rapporto larghezza-lunghezza di 1 a 10) direzionata verso la più grande delle nicchie dei Buddha e tale da contenere le rampe inclinate di collegamento tra i piani, in sostituzione degli ascensori, negati dalla carenza di energia elettrica: le rampe definiscono lo spazio delle collezioni etnografiche e della cultura materiale, attraversabile fino alla caratteristica casa del the e all’auditorium, scavato nella roccia ma aperto all’esterno con una doppia platea. L’altro volume, a due elevazioni, è direttamente collegato al precedente da camminamenti coperti ma ancora esterni, come nella tradizione locale, soprattutto dei mercati.

 

Particolare attenzione è stata posta alle tecniche costruttive, con l’obiettivo di valorizzare le scarse conoscenze applicative e la povertà delle risorse: per rendere possibile la flessibilità degli spazi del secondo volume, si sono utilizzati cavalletti in cemento armato disposti trasversalmente, ogni 3 metri, e coperture voltate in terra stabilizzata armata. La volta del volume di ingresso è il mattoni crudi pressati, così come in mattoni sono le pareti che la sorreggono e la parete che chiude i camminamenti esterni, quasi a formare una sorta di fortilizio verso nord, dove imperversano i venti freddi; all’opposto, come i rifugi scavati nella montagna, gli ambienti sono interamente aperti al sole. Al colore della terra cruda, dell’argilla che la riveste per protezione, e del cemento a vista, si contrappone quello vivace delle porte, delle finestre, delle pareti divisorie, per le quali si è fatto ricorso ai colori della bandiera afgana; lo stesso è valso per la copertura in ceramica della grande volta, il cui disegno riproduce la mappa dei siti individuati dall’UNESCO nella valle. Obiettivi di massima e destinatari.

 

L’organizzazione del Centro Culturale, la disposizione del complesso edilizio, che definisce gli spazi all’aperto per le manifestazioni tradizionali, aprendosi sulla valle e sulla montagna dei Buddha, rispondono alle necessità dell’integrazione sociale e culturale: non solo tra le diverse popolazioni (tribù) che abitano la valle ma tra gli aspetti di una storia di cui queste sono più o meno consapevolmente portatrici. La commistione morfologica tra sistemi voltati, tra lo scavo e la modellazione della roccia, che caratterizza l’intero intervento, affonda nelle radici della storia dell’insediamento di Bamiyan, senza per questo cedere a tentazioni didascaliche,  senza sottrarre il progetto alla capacità propositiva e innovativa che deve sempre essere dell’architettura.

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