Post_oggettuale: presenza o assenza di roba o coso

(di Marcello Balzani) A volte penso che le cose non siano mai state così al centro della vita e dello pseudo-sviluppo dell’umanità. […] Mi torna in mente il grande Schopenhauer che ricordava come “oggetto è tutto ciò che esiste per la conoscenza e quindi il mondo intero non è altro che oggetto rispetto ad un soggetto, visione di colui che vede, in una parola rappresentazione”. Forse oggi più che mai questa oggettificazione globale rappresenta un ideale (sociale, di mercato, e un po’ anche progettuale) nel cui credo si è meno insicuri, facilitando apparentemente molti e innescando un bisogno quantitativo e poi solo in parte qualitativo. Ma il mondo degli oggetti esiste?

 

Se si parte dall’oggettualità (architettonica) albertiana, per la quale serve la mente ordinatrice del nuovo artifex rinascimentale, si è certi di come tale strategia risulti essenziale per dare valore (per estensione) ai futuri oggetti urbanistici, paesaggistici, naturalistico-ambientali. […]

 

Quanto tempo è passato dagli oggetti – membra umane ovvero le macchine manuali come la mano-pinza (vedi Il gesto e la parola di Leroi-Gourhan) alla base della rivoluzione pre_neolitica! Un’intelligenza, quella corporea, che è ancora probabilmente il primo grande innesco della produzione oggettuale globale contemporanea, proprio perché nessuno si può sezionare, isolare, amputare dalle proprie interfacce oggettuali! […].

 

Perché gli oggetti posseggo tante e tante vite da vivere rispetto alla nostra?

 

Siamo dopo la Seconda Guerra Mondiale e in L’era della meccanizzazione del 1948 Siegrified Giedion classifica per la prima volta gli oggetti attraverso tre ambiti fondamentali: forma, funzione e struttura. […] Ma Giedion non pone al centro la triede tecnico_funionalista dal nulla. Nel 1925 Walter Gropius scrive che “la creazione di tipi per gli oggetti di uso quotidiano è una necessità sociale”. La tipicizzazione razionale degli oggetti sarà un atto costituivo importante dell’industrial design e avrà lo straordinario potere di governare la stagione dei bisogni (individuali e generali) in cui siamo ancora immensamente immersi. La visione di Gropius ovviamente era molto rassicurante: più ragione e meno sentimento, liberazione dell’uomo attraverso la macchina che produce oggetti in serie, bellezza ed economia, senza pericolo (secondo quella visione ottimistica) di uniformazione! […].

 

In qualche modo il pensiero razionale, dalle sue basi illuministe, procede lungo i secoli per strutturare e consolidare le radici di quell’operazionismo tecnico che Heiddeger chiama “imperialismo planetario dell’uomo tecnicamente organizzato” e che si esprime attraverso un’oggettualità tutelata. La rex extensa cartesiana non è più la materia naturale, ma il prodotto artificiale della tecnica a cui la rex extensa sembra essere approdata. […] L’oggettività che la scienza determina è il prodotto di una soggettività che vuole la cosa davanti a sé nelle modalità da essa anticipate e predisposte: la tecnologia dell’architettura e la gestione ambientale dello spazio costruito costituiscono un buon banco di prova di tale effetto in quanto si esprimo in classi, categorie e componenti già sistematicamente oggettualizzati secondi processi di analisi esigenziale e verifica prestazionale. […]

 

Gli oggetti vivono il medesimo passaggio da necessari che erano nella loro funzione di utilità oggettiva a intercambiabili, validati dai caratteri generati dai diversi settori del continuum temporale in cui le esperienze (quasi tutte autoreferenziate) trovano la loro giustificazione. Si pensi, a questo proposito, alla straripante produzione di oggetti del tempo libero (che non esiste), ai ruoli oggettificati delle diverse forme di mobilità (individuale, urbana, territoriale) sempre più sequenzializzate, alle riduzioni gadgettistiche dell’ipertrofia da spazio sensibile in cui hanno ruolo solo le interfacce e le connessioni, ecc.

 

È un processo che si sviluppa nella società dove il cittadino globale vive la sua gratificata e gratificante nuova forma di solitudine (Bauman) in cui la vulnerabilità è molto alta e la consapevolezza è molto bassa e quindi anche la responsabilità. L’oggettualità de visu e de situ ha sempre costretto tutti (dai progettisti ai cittadini) ad elaborare delle strategie di intermediazione e di relazione che (ad esempio) hanno richiesto competenze e funzioni spaziali per esprimersi (tessuti connettivi, agorà) difficilmente estraibili e riconvertibili nell’istantaneità della prevaricazione di nuovi bisogni: l’oggettualità neutralizzata, in cui la località perde valore, il superfluo prolifica, ecc.


Il sistema degli oggetti si trasforma allora in un microhabitat ricco di superstizioni (qualità domestica – qualità magica) in cui i cellulari (ma potrebbero essere anche gli appartamenti) come oggetti del desiderio da manipolare sono definiti per la qualità di interfaccia (Fiorani) che permette la coabitazione con noi. […]


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Oggettuale”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

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