Trieste, un sogno: progetto di riuso urbano per il Porto Vecchio

Il progetto di Angela Cattaneo e Alberto Erseghe è un libero contributo di idee in attesa di un piano strategico per la valorizzazione dell’area da parte del Comune e dell’Autorità portuale.

Sono sentimentale quando parlo di Trieste, la città mi ispira questo stato d’animo. La frequento per diletto, e cerco di conoscerla: la sua trama, i percorsi, le emergenze, i luoghi, le viste – dal mare verso la terra e dalla terra verso il mare. A volte, come tanti triestini, mi siedo sulle rive in attesa del tramonto. La visita al Porto Vecchio è quasi casuale. La mia esperienza professionale di aree dismesse, di vuoti urbani, non mi aveva mai portata a vedere un luogo così, ben definito, molto articolato e soprattutto grande: una piccola città! Dismessa. Mancano solo abitanti: quanti ne potrebbe accogliere? Cinquemila? Diecimila? È l’inizio di un sogno”. (Angela Cattaneo)

Trieste – un sogno è un contributo elaborato come quaderno dove le pagine si susseguono con la sequenza con cui è nato il progetto.

Il Porto Vecchio: seicentomila metri quadrati, un milione trecentomila metri cubi. Una cittadella dentro la città.

Alimentare un sogno che ha per oggetto una trasformazione urbana significa immaginare, e lentamente ci si accorge che dall’io abitante si passa all’io progettante: valutare quale vita è suggerita dalla preesistenza e quale rinnovamento di edifici e spazi è suggerito dalla vita che lì si sogna possa un giorno fluire. E come un nuovo flusso di vita possa riverberare sull’intera città: altri luoghi sembrano in attesa. Una ricerca di armonia condivisa da subito con Alberto Erseghe.

L’equilibrio fra nostalgia, espressa in pensieri e immagini, e riciclo, nella sua accezione più significativa come indica Mosè Ricci (1): “pensare al paesaggio-ritratto  prodotto di una società e non di un autore” è talvolta instabile, ma non riteniamo questa instabilità un difetto, perché indica la matrice soggettiva e la forza realistica del progetto dichiarandolo altro da slogan ideologici.

Il Porto Vecchio: da emporio a punto di transito delle mercida punto di transito delle merci a punto di transito delle genti umane
A leggere le motivazioni che hanno prodotto il Porto, nato sulla spinta della crescente libera concorrenza di gruppi di interesse economici e finanziari e divenuto sempre più importante rendendo, verso la fine dell’800, Trieste competitiva nei confronti dei principali scali europei, viene da pensare che c’è oggi la stessa urgenza, se pur di altra natura, di dare risposte creando direzioni e metodologie per i nuovi flussi, uomini in cammino, un esodo che sta investendo l’Europa e non cesserà a breve termine, qualsiasi buon provvedimento politico, economico, sociale sia deciso e attuato a scala internazionale.

Questo grandissimo spazio, nato, e rimasto, separato dalla città, in stretto contatto con la ferrovia, è inesorabilmente legato al destino di Trieste: oggetto del desiderio di politici, speculatori, intellettuali, architetti.

La domanda: cosa si può fare per Trieste? deve diventare: cosa Trieste può fare ora di buono per gli uomini? È tempo di avere una visione di miglioramento dell’umanità a lungo termine (2).


Se il Porto Vecchio diventasse una cittadella che accoglie i migranti?
Siamo convinti che progettare un luogo dismesso significhi riciclare: “rimettere in circolazione – un altro ciclo è un’altra vita” (3). Un senso di attesa permea oggi la città, stracolma di contenitori vuoti e di appartamenti in vendita, e rimanda alla questione della sua identità. Da differenti esperienze, al recente convegno Orizzonti di senso, sono emerse considerazioni convergenti: è importante creare relazioni, perché il senso di appartenenza può essere generato da un’infinità di individualità diverse, e: mettere insieme tante identità è crearne una di peso maggiore. E un progetto buono di città non può nascere che dalla consapevolezza dell’identità (un’identità di frontiera?).

Trieste, città cosmopolita
La presenza di diverse etnie oggi ha altre motivazioni di quelle di un tempo. Ma nella genealogia di Trieste c’è questa storia, e da questa storia la città può attingere nuovi modi d’essere per una proiezione nel futuro.

Una cittadella europea
Il sogno di proporre una cittadella europea a Trieste per i migranti è un seme (cosa piccola ma concreta) che si getta in un terreno che si presume fertile affinché possano nascere altre proposte simili, in altri paesi: verso altri orizzonti di appartenenza – un’identità generatrice di nuove relazioni.
È questo il tempo della compassione – sentimento soggettivo anche laico, e forse soprattutto laico – per una nuova visione del mondo.

Immaginiamo che il “governo” di questa cittadella (con-chiusa, così com’era nata), riesca a gestire con tempi appropriati sia il passaggio nave-ferrovia dei migranti, sia la permanenza di alcuni nella cittadella, e trovino contemporaneamente qui sede le strutture indispensabili per l’accoglienza e centri studio per poter lavorare “sul campo”. Così come un’Università per la rigenerazione urbana è stata collocata a Marghera: gli studi in diretto rapporto con l’habitat da studiare.

Lentamente il luogo si popola. Un progetto che tenda a modificare l’esistente ha implicito il concetto di ricerca di felicità. “Progettare città significa costruire relazioni e la loro intensità rivela la bellezza del fluire della vita. La varietà sociale, pur avendo implicito il rischio della dialettica e del conflitto, è una qualità. Si può concludere che la bellezza di una città (che è felicità espressa – diciamo noi) è data dalla varietà culturale e dall’intensità di relazioni” (5). Trieste, forse più di altre città italiane, ha il diritto/dovere di osare questa esperienza. Aiuta, nell’immaginare il futuro, guardare la visione degli artisti.


All the World’s Futures
Annotiamo alcuni pensieri espressi alla Biennale di Venezia 2015. Padiglione della Slovenia: Utter/ The violent necessity for the embodied presence of hope.

Padiglione delle Cina: “Il caos e l’ordine non sono decisi da una minoranza. È il comportamento delle masse, in un movimento che può sembrare inconsapevole, a determinare, nel tempo, l’ordine, la direzione e il futuro (…) le masse non sono formate da viandanti che avanzano incoscienti, ma da individui che agiscono di propria iniziativa, mossi da un’insita saggezza (…).”. L’obiettivo di Cui Qiao, curatrice dell’evento, è stato di “restituire un racconto il più possibile vicino alla realtà (…) perché è solo dalla conoscenza della situazione reale che possiamo immaginare un possibile futuro (…)”.

Proponiamo per un civil future – concetto contenuto nell’originale cinese del titolo tradotto in Other Future –  questo pensiero come guida alla conoscenza di diversità sempre più presenti nella nostra realtà, per quella rivoluzione che si sta palesando necessaria.

Il Porto Vecchio è un luogo dismesso, che rischia di scivolare oltre che nella periferia urbana (non facciamoci illusioni sulla sola qualità architettonica degli interventi) anche nelle nuove e più pericolose periferie, quelle dello spirito.

Abbiamo posto come priorità la possibilità di realizzare la Cittadella pensata mantenendo la qualità archeologica del luogo e la sua forma, esaltando con il progetto gli edifici esistenti e le viste che più aiutano il rinnovamento, e confrontandoci in modo critico con la variante vigente per capire la fattibilità del sogno.

I disegni/schizzi sono una prima verifica per possibili future tavole di progetto:
– la Cittadella, appunti per le nuove destinazioni d’uso degli edifici esistenti, per un nuovo giardino e per i viali rinnovati;
– da Miramare alla Cittadella (un nuovo parco occupa l’area finale del Porto Vecchio estendendo il lungomare di Barcola);
– una nuova porta urbana (il rinnovamento della piazza della stazione nel suo rapporto con la città).

Un waterfront diversificato, arricchito di giardini e di soste balneari, il Porto Vecchio restituito agli abitanti, dal castello di Miramare e il suo Parco alla Lanterna, dove un nuovo assetto del molo Fratelli Bandiera potrebbe essere ispirato da una stampa dell’800 in cui si può notare come è interessante il rapporto con il Parco di villa Necker.

Trasformare e urbanizzare la notevole massa edificata del porto è un impegno gravoso. Proporre un progetto per la presenza di una cittadinanza attiva che resti è rispondere alla vocazione espressa dal luogo: quella di essere abitato. Altro sarebbe prevedere un pubblico che investe la città per fiere, manifestazioni popolari e/o colte … “attraverso progetti di rilancio, come se non fosse possibile una gestione normale di una città” (6) (operazioni queste di “accanimento terapeutico” per tenere vuota la città). La scelta di far vivere stabilmente in tempi brevi migranti integrati dalla compresenza attiva della cultura, per far affiorare contraddizioni, cercare risposte e soluzioni concrete ai problemi, è proporre un’esperienza-sfida per garantire a questo luogo un civil future.

Note
(1) Mosè Ricci, Riciclare città e paesaggi.
(2) Convegno Orizzonti di senso e futuro della città (23 ottobre 2015 – Trieste).
(3) Mosè Ricci, op. cit.
(4) Cfr. nota 2.
(5) Citazione liberamente tratta dall’intervento di Stefano Boeri durante la conferenza sul tema “Architettura e felicità”, Vicenza, novembre 2015.
(6) F. La Cecla, note di Raffaele Milani “Contro l’urbanistica” Torino 2015 (pag.96).

Nell’immagine di apertura, elaborati di progetto: analisi dell’esistente, appunti per le nuove destinazioni d’uso

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