Pleonasmo od Ossimoro?

Il tema della virtualità in architettura è da diversi anni divenuto centrale nel dibattito sui nuovi percorsi e le nuove tendenze seguite da architetti e riviste di settore.

Se diamo un’occhiata al dizionario, o anche a Wikipedia, il termine “virtuale” è associato a diversi possibili significati:

•  Secondo Wikipedia, dal latino virtus, in riferimento alla virtù, anche se più corretto mi sembra con questa accezione il termine virtuoso;
•  nel significato di potenziale, che può accadere, e questa è l’accezione con cui può essere usato in architettura;
•  particolarmente usato in informatica è il significato di simulato, non reale, e questa è l’accezione con cui di solito viene usato in architettura.

Ciò che prima era “il nuovo”, l’apertura di una frontiera, l’alba dell’uso massiccio e sorprendente del mezzo informatico, è oramai divenuto prassi quotidiana. Sempre più spesso soprattutto a livello internazionale si vedono progetti per edifici ed installazioni pesantemente inficiati dalle strutture procedurali tipiche dei mezzi computerizzati di progettazione.
Lasciate oramai un po’ in disparte le sperimentazioni blobboidali di Greg Lynn e dei primi pionieri dell’invasione virale del mezzo informatico, assistiamo oggi al proliferare di molte sottobranche di genere.
Devo ammettere che io per primo mi lascio molto affascinare da ciò che è nuovo, mai visto, sorprendentemente fuori dagli schemi, ma tendo anche a saturare molto in fretta il mio interesse quando questo non sia stimolato da soluzioni che siano non solo stupefacenti dal punto di vista formale, ma che abbiano anche un contenuto innovativo e fuori dagli schemi, e il mio appetito verso quella nuova declinazione rimane invariato solo fintantoché il menù rimane ricco e vario. In poche parole, il sensazionale usato solo per il fatto che è oramai facile usarlo mi lascia piuttosto indifferente. Troppe spezie risultano indigeste.
D’altra parte architetture virtuali, nel senso di potenziali, pensate ma forse irrealizzabili e irrealizzate, se ne vedono da secoli.
Etienne Louis Boullèe ad esempio disegnò sorprendenti strutture ‘’utopiche’’ ed “utopistiche”, sfere gigantesche orlate di alberi divenuti minuscoli di fianco al lucido guscio, simbolo di un mondo creato dall’uomo capace di annichilire anche la natura, la più straordinaria e potente delle entità laiche post-illuministiche.
E che dire del troppo sconosciuto Lebbeus Woods, eccelso disegnatore di paesaggi apocalittici e post nucleari, di strutture decostruttiviste, che però ora come non mai sembrano proliferare ovunque si senta la necessità di dare forti impronte di richiamo turistico postmoderno, di dare una nuova spregiudicata immagine di sé. Gehry a Bilbao, Morphosis negli Stati Uniti, Coop Himmelb(l)au in Germania e Austria, Fuksas a Milano.
E ricordiamo ancora il gruppo Archigram, con le sue impossibili e blade-runneriane declinazioni di città e di abitare.
E ancora: i grattacieli disegnati da Hugh Ferriss, capace di conquistare la committenza grazie all’ atmosfera cupa e colma di fascino che sapeva dare ai suoi disegni (un vero ‘’renderizzatore’’ ante litteram, di quelli che presentano il progetto di altri con una loro propria interpretazione artistica, come i moderni AuraLab, anch’essi creatori di atmosfere e carattere anziché asettici rappresentatori di forme).
E poi le architetture virtuali cinematografiche, un tempo realizzate con semplici facciate bidimensionali in compensato e cartone, ora create interamente al computer, con il quale si arriva a definire intere città, come ad esempio nel film d’animazione della 20th Century Fox “Robots”, in cui robot antropomorfi vivono una città fatta di altri meccanismi, macchine che usano e vivono altre macchine.
Città virtuali ma che vogliono a tutti i costi essere vere, esistere, come Le Città Invisibili di Italo Calvino, a noi sconosciute solo perché esistite in un passato di cui non abbiamo lasciato traccia, anch’ esso volatile e volatilizzato.
Ma guardiamo anche il senso che può avere parlare di architettura virtuale girando attorno alla definizione. John Lautner, the Goldstein House a Beverly Hills. Per me è oramai divenuta un’icona mediatica persino abusata, vista oramai in decine di film, servizi fotografici, telefilm, pubblicità. Smaterializzata dal tubo catodico, divenuta accorpamento ordinato di milioni di pixel, trasmessa nell’etere centinaia di volte e quindi dissolta, frammentata e poi ricomposta per arrivare nelle nostre case.
Lo stesso valga per il Guggenheim Museum di Bilbao di Frank O. Gehry.
Potremmo non sentire nemmeno più il bisogno di vedere tali architetture, tanto ne è saturo il nostro immaginario e tanto le abbiam viste come è più comune vedere oggi, cioè attraverso una telecamera, attraverso un terminale video.
Alcuni progettisti lasciano che il pc decida la forma di un edificio al posto loro. Settano degli algoritmi, delle procedure, dei linguaggi e lasciano che il computer calcoli una sequenza di movimenti, deformazioni, metamorfosi e, suddividendo il processo in fotogrammi, scelgono quello che più soddisfa i loro criteri di ricerca. Ostaggi del PC, del codice binario, della RAM, padroni di un’entità anarchica che vive tra la schiavitù dei parametri dettati dall’umano e l’autodeterminazione delle forme calcolate dal PC stesso e non ragionate dall’architetto… Mi chiedo se nei render di tali progetti non sarebbero più consoni al posto dei classici “figurini” semitrasparenti dei robocop o dei terminator…

 

Associare i due termini “architettura” e “virtuale” è dunque un pleonasmo? Nel momento in cui io penso un’architettura, la disegno, la modello e la renderizzo non la affranco forse dalla sua condizione di “virtuale”, di inesistente? Esiste già nella mia mente, e successivamente nei pixel e nei dots del mio monitor, fotografata con iperrealismo da render mozzafiato. In un mondo in cui nulla sembra oramai tangibile (internet, i nostri risparmi che sono cifre e codici in una banca, le amicizie fittizie di facebook), non è oramai “il virtuale” divenuto l’elemento dominante, paradossalmente concreto della vita quotidiana? Il virtuale è divenuto Virtattuale, incombente e irrinunciabile.
E non è forse in un certo qual modo tutta l’architettura a poter esser definita virtuale, nel senso che anche quando l’edificio viene poi costruito, subentrano in fase esecutiva e realizzativi modifiche, variazioni, cambi di direzione che rendono comunque l’edificio finale più o meno o sostanzialmente differente dall’entità progettata in inizio?
E che dire della recente costruzione dell’Eglise Saint Pierre a Firminy, su progetto di Le Corbusier degli anni ’50? Un’architettura virtuale, disegnata 50 anni fa, che viene finalmente realizzata…Che senso acquista in tal caso il termine “virtuale”? Viene la suddetta chiesa affrancata ora da tale termine? E’ divenuta reale? O rimane virtuale solo ciò che viene concepito con un computer? Mi sembra costringere il termine in un significato restrittivo, e gli architetti necessitano di spazio.

La Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona, virtuale che diviene a piccolissimi, infinitesimi passi reale. Un download con un modem molto lento, un bit alla volta.
Lo Spirituale che dovrebbe esser tra le trame dell’architettura, il senso di responsabilità sociale, di comunicazione e di alti valori che dovrebbe permeare in modo più o meno profondo ciò che facciamo, è spesso divenuto alla stessa maniera negli ultimi decenni “Spiriattuale”, nel senso che è divenuto irrinunciabile essere attuali, alla moda, seguire le tendenze e fare architetture di grido. Il che non è necessariamente un male. Architetture di grande impatto mediatico, come il già più volte citato Guggenheim di Frank Gehry, hanno avuto il potere da sole di riqualificare un’intera città. Quante altre opere ‘’corrette’’ hanno avuto lo stesso valore? La stessa forza? Ed ecco allora che la “Spiriattualità” può volere dire creare edifici e installazioni che siano specchio dello spirito del nostro tempo, fatto di velocità, trasparenza, leggerezza, incertezza, immagine, facciata, nel bene e anche, molto, nel male. Ed ecco allora l’invasione del cartongesso, dei setti inconsistenti, delle finte strutture, del junkspace di Koolhaas…Ma anche qui, con le debite e dovute eccezioni, perché certi decostruttivisti che di tali finte strutture hanno fatto a volte il proprio marchio di fabbrica hanno anche dato nuova linfa al settore progettuale, che ha e avrà sempre bisogno di nuovi stimoli, di nuove contaminazioni culturali, di nuovi sentieri sterrati più che di asfaltate autostrade di concetti. Perché in realtà credo che non abbiamo bisogno di avere delle risposte, ma di continuare a farci delle domande.

 

Massimiliano Menegale

 

Nell’immagine: Lebbeus Woods, the city and the faults it sits on, in the San Francisco Bay Project, 1995 (fonte: bldgblog.blogspot.com)

Ulteriori approfondimenti sul tema sono contenuti nella e-zine n. 12 dal titolo “VIRTUALE”, scaricabile gratuitamente dal sito

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