Perché non fare case sicure?

(di Marcello Balzani) Perché ci sembra che le case siano infestate da fantasmi? Un’infestazione che sembra un’infezione. Azioni infette (disagio, estraniazione, alterità, disaffezione, consumo irrazionale, insicurezza) prodotte da un processo di demolizione dei valori (economici dei beni immobiliari in caduta libera) che si connettono alla discontinuità dei processi progettuali e realizzativi. Nell’editoriale di una delle prime e-zine di www.architetti.com (Habitat) scrivevo che la dieta del progetto, offerta dal movimento moderno, ha liberato lo spazio delle case, ha ripulito e reso igienico e funzionale lo spazio, ha distillato un’idea di intimità ben lontana dalla dimensione nostalgica e domestica che aveva radicato l’idea di caseità per millenni; e quando nel Dopoguerra la critica dell’inabitabilità (Heidegger, Horkheimer, Sedlmayr e Adorno) esplode, il filo conduttore della posizione è prima di tutto morfotipologico (modello cubico, prismatico, alveare cementificato, astuccio per immobiliari).

 

[…] Marc Augé, il famoso antropologo dei nonluoghi tanto cari a molto architetti della contemporaneità, in un suo recente saggio dal titolo Che fine a fatto il futuro? argomenta come molte utopie nere della nostra visione sociale del mondo incidano non positivamente nella definizione di un’idea di progresso. Le cosmologie tradizionali e millenarie sono sostituite (o forse abilmente criptate) da affascinanti e proliferanti cosmotecnologie, che mostrano un lato solo apparentemente inclusivo per potenziare invece le contraddizioni, le divaricazioni, le discriminazioni e gli specialismi. Come sappiamo bene non bastano strumenti e sistemi (di rete, di produzione, di consumo), necessitano più che mai linguaggi e metodi, attraverso percorsi educativi nuovi che sappiano valorizzare i ruoli e le sapienze (del fare, delle testimonianze, dei creatori di innovazione).

 

Sentiamo che non sarà facile. […] Ma dobbiamo essere coscienti che apre un’opportunità mai riconosciuta prima. Il primo sisma industriale che ha colpito l’Italia sviluppata del terzo millennio ha reso evidente come il catalogo in uso di strumenti e sistemi non è più sufficiente, che le fragilità ecologiche del territorio sono tangibili, che molte regole non bastano o sono inutili. Abbiamo bisogno di riconoscere nuovi modelli e nuove tecnologie. Dobbiamo chiederci se è opportuno e se può ancora avere significato distinguere tecnologie tra i modi di costruire per fare gli interessi degli specialismi o se è più utile sviluppare dal meglio di ogni settore una tecnologia integrata, ibrida, più efficiente, più economica e più flessibile, dotata di un’intelligenza che è connessa alle nostre sapienze più che al web.

 

Servono figure tecniche (dotate di nuove competenze) che sappiano e vogliano entrare in cantiere quando è necessario e fondamentale per vedere e riconoscere cosa succede, per controllare e indirizzare. A volte non sappiamo cosa abbiamo progettato veramente. Non ne siamo coscienti fino a quando il disegno (in un rapporto di scala spesso 50 o 100 volte più piccolo) non si materializza durante l’atto costruttivo. Questa incoscienza è molto diffusa e diventa gradatamente sempre più ampia dal vuoto al pieno. L’ignoranza aumenta nello spazio nascosto di ciò che non si vede. È un’ignoranza che riguarda molte figure: quelle che progettano, quelle che calcolano, computano, prezzano, realizzano, controllano, verificano, collaudano, vendono e soprattutto comprano e poi abitano. È un’ignoranza che difende il proprio ruolo nella percezione dello spazio, nel confine della superficie, nel vuoto che rappresenta il volume di vita, la superficie calpestabile, la dimensione fruibile ed arredabile, il bisogno di affezione, di distinzione e di appartenenza. […] Mentre nel pieno si concentrano molte altre realtà del fare. In quel pieno invisibile che rende possibile l’atto costruttivo del confinamento spaziale resistono energie di diversa natura, forze di diverso peso, capacità della costruzione di esistere, resistere, durare nel tempo.

 

[…] La distanza tra i creatori delle case e i loro abitanti è una distanza obliqua, increscapata, allungata a dismisura in una filiera spesso irrazionale e diseconomica, intrisa di logotecnica (Françoise Choay) e così poco vocata a trasferire conoscenze concrete e oggi quanto mai necessarie. Torna a galla velocemente la tematica dell’istruzione e della formazione […]. Ed è evidente come la più estesa condivisione della conoscenza appare oggi il miglior metodo per rendere, ad esempio, trasparente il progetto prima, il cantiere dopo e ogni atto ad essi connesso di trasformazione della realtà. La filiera delle costruzioni (nella diversificazione dei profili e nella libertà di appartenenza di molti attori) fagocita variegate ignoranze. È storicamente, dal secondo dopoguerra in poi, una delle strutture produttive italiane più inassorbenti alla ricerca e all’innovazione tecnologica, investe molto poco e molto lentamente, escludendo quindi il desiderio di crescita rivolto alla sperimentazione. È una filiera che sfrutta i saperi consolidati, traveste gli agenti commerciali in tecnici specializzati, imita, replica, clona e spesso, durante questi passaggi, l’ignoranza si insinua e fa attecchire processi incoerenti e destabilizzanti (magari non subito, ma nel tempo).

 

[…] Quando la sicurezza entra in gioco come parametro il suo peso appare immediatamente superiore a quello di qualunque altro. La carta che viene giocata sul tavolo è un carico in tutti i sensi. Per noi architetti il valore della vita coincide spesso con ciò che racchiude e protegge la vita stessa. Abbiamo dentro di noi quella indistinguibile fluidità di pensiero che rende vivente l’abitazione come il suo abitante. Una simbiosi antica nella natura delle forme del pianeta che esprime, forse meglio di qualunque altro modello simbolico, il legame tra sicurezza e sostenibilità.

 

[…] Sicurezza e Sostenibilità si condensano nella dimensione materiale dello spazio costruito, sfruttano i confinamenti, abilitano l’edificio. Le energie racchiuse o captate (positive o negative) devono attraversare lo spazio seguendo un percorso di conoscenza che il progetto deve sapere imporre. Perché la paura panica sia allontani dai nostri luoghi di vita.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Housing”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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