Pensare al tempo (ascoltando di un pollo chiamato Ariosto)

(di Marcello Balzani) Perché in una società intemporanea (come scrive Paul Virilio in Città Panico. L’altrove comincia qui, 2004), costituita da tante prospettive che non sono più temporali e quindi storiche ma fondamentalmente atemporali e geografiche lo spazio non può essere più lo stesso? Forse la risposta è nell’idea, un po’ troppo occidentale direbbe Lina Bo Bardi ma comunque credibile penso io, che senza la profondità del tempo anche lo spazio non riesca, con l’andare delle cose, a reggere un significato storicizzabile. Perché mi metto su questa china così scoscesa?

 

Ieri attraversando la piazza della mia città di provincia per andare a prendere un caffè che mi avrebbe consentito di concentrarmi al meglio ancora per un po’ di tempo ho avuto modo di origliare un dialogo (tipico della tradizione filosofica classica) di due ragazzi che l’attraversavano tenendosi per mano nel bellissimo atto dello stare insieme
LEI: Conosci Ariosto?
LUI: Chi il pollo?
LEI: No! Il poeta!
LUI: Quale poeta?
LEI: Ariosto è un poeta, uno scrittore famoso…
LUI: Ma dai! Se hanno dato il nome Ariosto ad un pollo non sarà stato granché non pensi? Se no non lo avrebbero mica fatto! Per me Ariosto è un pollo!

 

Poi il dialogo ha deragliato e la mia tangenza del percorso non mi ha permesso di raccogliere altre chicche. Il cuore per prima cosa ne ha sofferto: ho pensato al Centenario alle porte di Ludovico Ariosto (da me amato con il suo Orlando oltre ogni confine possibile) e a quel senno perduto che ci rende così umani in ogni luogo. Poi il sorriso è sopravvenuto mentre sentivo forte la morsa della tagliola nascosta tra il selciato del violento quanto subdolo progetto dell’amnesia farsi strada a lacerare ogni significato. La profondità temporale era sparita, annullata con un solo clik pseudosemantico nel web del consumo consumante.

 

Pochi giorni prima ero rientrato nella Pinacoteca di San Paolo in Brasile. Quell’edificio museo di Paulo Mendes Da Rocha che è un restauro ma che per molti conservatori probabilmente non potrebbe esistere. Di fatto esiste, in una profondità temporale che rende il cuore degli architetti palpitante e lo sguardo febbrile. Il museo è stupendo sopra ogni limite. Il senno è ovunque direbbe Astolfo atterrato qui con l’ippogrifo, sulla luna magica che si rende possibile sulla terra brasiliana di fronte alla Stazione Luz immersa in un giardino che vale come il museo.


L’architetto riesce a far in modo che una collezione (dignitosa ma non eccellente, immagine di un’accademia ottocentesca che iniziava a darsi un senso e una storia) risulti spettacolare! L’architettura (e la profondità del tempo che si materializza) è il museo. Superfici, volumi, triangolazioni, introspezioni, luce e materia, riflessi, tutto è perfetto. Ogni architetto dovrebbe, una volta nella vita, venire in pellegrinaggio qui. Perfetto come l’Orlando. Un poema che scorre nel tempo, che materializza il tempo e quindi rende possibile lo spazio e la sua contemporaneità d’azione e di luogo.


Chi entra nella Pinacoteca di San Paolo diviene lui stesso opera d’arte. Viene esposto, fa parte della collezione. È la collezione del museo. “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, richiede un’educazione”, scriveva Walter Benjamin nel 1938 nella sua Infanzia berlinese. E allora ripenso a quel pollo e a come rappresenta bene quel progetto dell’amnesia che stratifica giorno dopo giorno la diseducativa perdita di consapevolezza, rendendoci geograficamente connessi ma temporalmente ignoranti. La città, come l’Orlando, come la Pinacoteca di Mendes Da Rocha, come la foresta esistono (ancora). Dobbiamo difenderle!


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, vista della Pinacoteca di San Paolo in Brasile

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