Pechino Express è finito, ultima tappa a Ubud: scopriamone qualche architettura, anche nascosta

Pechino Express è finito, hanno vinto i Coinqulini. Non so se voi l’avete guardato, io ci sono andato abbastanza sotto, quest’anno per la prima volta. Ci sono diverse cose che mi sono piaciute del programma. Tra queste, naturalmente, le case e l’architettura dei posti visitati: Myanmar (Birmania), Malesia, Repubblica di Singapore e Indonesia.

 

Il traguardo finale è stato il Lotus Garden di Ubud, a Bali. Tra le altre cose, Ubud è uno dei posti migliori in cui mangiare a Bali, lo diceva già qualche anno fa il Guardian.

 

E il Cafè Lotus è inserito nella classifica dei dieci posti migliori in cui mangiare. Negli ultimi tempi i prezzi sono cresciuti, in modo però direttamente proporzionale alla qualità del cibo.
Il Cafè è un grandissimo fiore di Loto circondato da altissimi alberi e dietro agli alberi si trova il tempio di Pura Saraswati, che di notte ospita spettacoli di danza.


Ubud ha circa 30.000 abitanti, che sono principalemente hindu, come tutta Bali del resto. La cittadina si trova a 30 chilometri a nord-ovest da Denpasar, capitale amministrativa, ed è considerata la capitale culturale di Bali. Ubud è piena di templi induisti e, recentemente, si è ampliata molto, difficilmente si distingue dai villaggi posizionati intorno, anche se le propriae caratteristiche dovute alla combinazione tra vita artistica e vita rurale. È infatti immersa tra le coltivazioni di riso e le foreste.
La pittura e l’arte tessile, le sculture tradizionali in pietra ed in legno e l’artigianato in argento sono le arti per cui è famosa la città. È conosciuta sin dagli anni venti come luogo di sosta di artisti europei e americani. Per esempio, la casa-museo del pittore Don Antonio Blanco si trova in periferia. I suoi dipinti sono esposti dal 199, anno della sua morte, al The Blanco Renaissance Museum.
Le strade principali che la percorrono sono la Jalan Raya Ubud, da est a ovest, e la Jalan Weara, da nord a sud.
A Ubud c’è il palazzo Puri Saren e il sacro monastero delle scimmie, un’area forestale protetta, ma visitabile. Il Palazzo Puri Saren si trova nell’intersezione tra la foresta delle scimmie e Raya Ubud Roads. Un altro palazzo interessante è la casa di Tjokorda Gede Agung Sukawati (1910–1978), l’ultimo re di Ubud, attualmente occupato dai suoi discendenti, negli anni ’30 attrezzato come albergo.

 

Ubud resta una meta più esotica e attraente di altre dell’Indonesia. Nonostante lo sviluppo continuo continuo e la costruzione di nuovi complessi alberghieri, che cercano di soddisfare le esigenze dei turisti, rimane una località più vera, alcune delle immagini di ieri di Pechino Express (in particolare quelle della corsa finale dei partecipanti verso il Lotus Garden, in mezzo alle case, al traffico e alla gente vera del posto) ce lo testimoniano.

 

Ci sono diversi musei a Ubud, come il Museo Puri Lukisan, il Neka e l’Agung Rai Museum of Art.

 

Tra le conseguenze della crescita del turismo, come dicevo, c’è la costruzione di diversi alberghi. Alcune volte, però, questi alberghi sono edifici interessanti, come l’Ubud Green, una sorta di interpretazione moderna della cultura locale. Come dice il nome stesso, naturalmente, è un esempio di Architettura Green, dove le piante tipiche del posto sono state usate per realizzare il tetto e i muri. Niente di eccezionalmente originale, insomma, vista la moda del momento della bio architettura, ma mi sembrava opportuno segnalarlo.

 

Tra le architetture interessanti (e nascoste) di Ubud, in realtà posizionata poco fuori la città, c’è quella che era conosciuta anche come Villa Keliki, oggi un resort, composto da diversi padiglioni.
Il resort è ispirato da un cottage indonesiano di banda Nera, e si trova su una collina.
Il padiglione principale, costruito all’interno di un antico giardino, è una sorta di rifugio disegnato dall’artista indonesiano Pintor Sirait e oggi è la reception. La camera da letto principale è al piano inferiore, non lontano dalla piscina. Esiste anche “the Cave”, uno spazio sotterraneo in cui viene conservato il vino.
Negli interni sono presenti mosaici e antichi pannelli e opere provenienti da Java.

 

Un posto interessante, insomma, che non sarei mai andato a cercare su internet se ieri sera non avessi visto l’ultima puntata di pechino express. Sono consapevole del fatto che non sia la trasmissione del secolo, ma è interessante come susciti la curiosità verso posti e popolazioni lontanissime che vivono in modo completamente diverso da noi. Questo mi affascina molto: la diversità, che è da conoscere, da avvicinare, quando è possibile, anche solo sul web.

 

Uccidetemi, perché come le casalinghe guardo Pechino express, ma è tutta curiosità.

 

di Enrico Patti

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