Paulo Mendes da Rocha riceve il Leone d’Oro alla carriera

Per la durevolezza nella concinnitas. Due anni fa ero a San Paolo nella Escuela da Cidade, diretta con passione e tenacia dall’amico Ciro Pirondi, quando si celebrava una ricorrenza della propria fondazione e tutti i docenti della privata Università brasiliana erano chiamati, con colleghi e specialisti provenienti da alcune parti del mondo, a ragionare su tematiche culturali e formative. In apertura un primo dibattito: Domenico De Masi dialogava con Paulo Mendes da Rocha, ed anche se il tempo scorre ancora con incredibile eleganza su questi due personaggi, era un piacere assoluto ascoltarli.

Il sociologo De Masi, estraendo alcune linee di tendenza del suo ultimo libro, entrava sull’argomento delle diversità di valore che il modello europeo propone rispetto a quello brasiliano in rapporto ai bisogni educativi alienanti e radicali e si chiedeva perché oggi nel mondo si riescano ad identificare solo due grandi giacimenti umanistici: uno corporeo (il Brasile) e uno spirituale (l’India). Due giacimenti a scala quasi continentale in cui i bisogni educativi radicali sono ancora presenti e agenti, meno condizionati dai ruoli (e dall’intelligenza semplificante aggiungo io) del consumismo e del conformismo culturale. Parole che perfettamente descrivevano la scelta di ruolo e di vita dell’architetto che gli stava seduto di fronte.

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Paulo Mendes da Rocha, elegante nella forma e appuntito nello sguardo, annuiva e un po’ sorrideva nell’ascoltare l’acuta semplificazione di De Masi, che ripercorreva, per salienti passaggi, i momenti dello sviluppo culturale, sociale e industriale del Brasile. Il suo pensiero era forse già diretto a recuperare nella sua esperienza i gradi di consapevolezza, che rendono l’architettura uno strumento attivo della condivisione e della partecipazione, un luogo del pensiero come dello spazio, come un dirigibile che solleva lo sguardo, in cui l’eleganza e il controllo strutturale è parte dell’armonia formale.


Paulo Mendes da Rocha è una figura importante: non solo per quello che ha fatto, ma anche per ciò che rappresenta. Il Movimento Moderno in Brasile si potrebbe schematizzare, attraverso i suoi personaggi principali, in tre stagioni. La prima, quella dei pionieri, identificata da Gregori Warchavchik, Lucio Costa, Oswaldo A. Bratke e Rino Levi. La seconda quella di Alfonso E. Reidy, Lina Bo Bardi e João B. Vilanova Aritigas. E la terza quella di David Liberskind, Joaquim Guedes, João Filguerias (Lelé) e Paulo Mendes da Rocha, che sbarca nel nuovo millenio. Oscar Niemeyer è a cavallo delle ultime due: attraversando interamente un secolo rimane una meteora unica e straordinaria. Di tutti questi architetti che hanno, con le opere ma soprattutto con la vita e l’azione civile, definito, come in una tavola periodica degli elementi di Mendeleev, le sostanze di riferimento dell’architettura del Novecento in Brasile, Paulo Mendes da Rocha è, oggi, l’ultimo rimasto.

 

A Paulo Mendes da Rocha, classe 1928, è stato attribuito il Leone d’Oro alla carriera della XV Mostra Internazionale d’architettura della Biennale di Venezia. Questo prestigioso riconoscimento arriva dopo il Pritzker nel 2006 e gli viene conferito, dal Consiglio di Amministrazione della Biennale presieduto da Paolo Baratta con la più totale condivisione di Aravena, curatore della XV edizione della Mostra, per “la straordinaria qualità della sua architettura che risiede nella durevolezza. A molti decenni dalla loro costruzione tutti i suoi progetti resistono alla prova del tempo, sia dal punto di vista stilistico che fisico.”

Una durevolezza che è parte di una concinnitas nel senso albertiano del termine e basta tornare a percorrere quello straordinario luogo dell’architettura che è la Pinacoteca di San Paolo per rendersene conto.
Il 28 maggio a Cà Giustinian, durante l’inaugurazione e l’apertura ufficiale della XV Mostra Internazionale d’architettura della Biennale di Venezia il premio, in un’opportuna cerimonia, sarà consegnato a Paulo Mendes da Rocha, un architetto “reale”, anticonformista, per il quale l’intelligenza non è MAI stata semplificante!

 

di Marcello Balzani

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