Palazzo della Ragione a Padova, forma e relazioni urbane tra basilica romana e galleria commerciale

Questo intervento, pur addentrandosi nella storia del Palazzo della Ragione di Padova, non è propriamente un’indagine storica. Tale compito è lasciato agli storici dell’architettura cui spetta l’onere di ricostruire, con fondatezza storica, le vicende fisiche e documentali di un edificio o di un luogo. In particolare, nel caso di questo Palazzo, una nuova serie di approfondimenti sono stati sviluppati recentemente in conseguenza dei lavori di restauro cui l’edificio è stato sottoposto (1). L’intento di questo scritto è quello di presentare alcune considerazioni sulla struttura formale dell’edificio, vale a dire sulla configurazione, articolazione e disposizione dei suoi spazi interni ed esterni. Per far ciò indagherà da un lato le motivazioni funzionali che hanno contribuito a plasmarli, dall’altro i precedenti formali, “le ascendenze paradigmatiche” (2) – come le chiama Cesare Brandi – poiché “… qualunque architettura si riferisce coscientemente o inconsciamente a esempi anteriori che le servono da precedente” (3).

 

di Stefano Croce, architetto libero professionista e professore a contratto di “Analisi della morfologia urbana e delle tipologie edilizie” all’Università di Ferrara

 

Torniamo ora al Palazzo della Ragione. Come riportato dallo storico Zaggia, “Sin dall’età medievale in molte città del nord Italia, il sistema delle piazze di mercato era connotato dalla presenza d’imponenti edifici a destinazione mista: commerciale e amministrativa. Tali architetture, definite a seconda del contesto Palazzi della Ragione, Palazzi del comune o Broletti, si connotavano come strutture architettoniche polivalenti organizzate su più livelli nettamente distinti: nel piano superiore erano ospitate funzioni politico-amministrative (per lo più legate alla giustizia); mentre il piano inferiore era correlato con l’organizzazione degli invasi circostanti …” (4).
Il Palazzo di Padova non rappresenta quindi un caso isolato ma fa parte di un gruppo di edifici con medesima caratterizzazione formale e analoghe funzioni sorti più o meno contemporaneamente in diverse città.
Poiché il multiforme mondo degli oggetti architettonici presenta al suo livello più profondo un numero limitato di strutture formali da cui deriva a seguito di continue e molteplici manipolazioni, una nuova forma non appare dal nulla ma è inserita all’interno di un flusso di trasformazioni più o meno graduali (5). Quali sono allora i riferimenti formali per questi palazzi comunali?

 

Una fondamentale indicazione ci viene da Andrea Palladio il quale nel terzo dei Quattro Libri così commenta: “Si come gli Antichi fecero le lor basiliche, acciò che ‘l verno, e la state gl’huomini havessero ove raunarsi à trattar commodamente le lor cause, & i lor negocij: cosi à tempi nostri in ciascuna città d’Italia, e fuori si fanno alcune Sale publiche; lequali si possono chiamar meritamente Basiliche: percioche lor presso è l’habitatione del supremo magistrato, […] & anco perche vi stanno i giudici a render ragione al popolo. […] Di queste Sale Moderne una notabilisima n’è in Padova […] nella quale ogni giorno si raunano i gentil’huomini, e serve loro per una piazza Coperta” (6).

 

Per Palladio quindi il riferimento è la basilica romana, i Palazzi Comunali, dice, sono “moderne” basiliche. Bisogna subito rilevare che il suo confronto riguarda solo caratteri funzionali – luogo di riunione, negozi e tribunale – non materiali. Quando egli stesso sposta il confronto sul piano formale, evidenzia solo le diversità. La prima: “… l’antiche erano in terreno, ò vogliam dire à pie piano; e queste nostre sono sopra i volti; ne’ quali poi si ordinano le botteghe …” (7). Cioè il mercato, l’incontro e il giudizio, che nelle antiche si svolgevano nell’unico ambiente a piano terra, in quelle moderne si differenziano per piani: sotto il commercio e sopra il tribunale, le riunioni e le frequentazioni di una piazza “coperta”. La seconda diversità è che : “… quelle [antiche] aveano i portichi nella parte di dentro […]; e queste [moderne] per lo contrario, ò non hanno portichi, ò gli hanno nella parte di fuori, sopra la piazza” (8).
Alle differenze notate da Palladio potremmo aggiungere anche la particolarità del piano superiore che è composto da un unico salone, e soprattutto la peculiarità del rapporto con l’esterno. Se riguardo alla grande sala possiamo ricordare come già le basiliche della tarda romanità – si pensi a Treviri o a Piazza Armerina – prevedevano un’unica aula senza colonne interne, per ciò che concerne il tema della collocazione e delle relazioni urbane è necessaria un’esposizione più dettagliata, poiché reputo che da questa differenza siano derivate a cascata tutte le altre.

 

Torniamo quindi alle basiliche antiche: queste erano posizionate tangenzialmente al foro e si affacciavano su di esso con un solo prospetto. Per contro i Palazzi Comunali sono inseriti al centro di un insieme di spazi aperti da cui rimangono circondati e con cui intrattengono relazioni da più lati; con essi il cuore della città non è più occupato da uno spazio vuoto, il foro, ma da un pieno, un edificio, che di questo luogo urbano diviene il fulcro fisico e funzionale. Da questo ribaltamento di rapporto col contesto deriva il diverso trattamento degli esterni: se la basilica romana rimane mascherata, o comunque in secondo piano dietro il peristilio che avvolge il foro e che rende omogenee le architetture retrostanti, i palazzi comunali medievali ostentano una visibilità, una forza monumentale e una caratterizzazione architettonica sconosciute alla prima.
Da quanto esposto, vediamo come, pur nell’identità delle attività accolte, le due diverse “basiliche” presentino delle differenze fisiche così rilevanti da essere giustificabili solo con un sostanziale cambio di ruolo che è necessario chiarire.
In seguito alla pace di Costanza (1183), che sancisce l’indipendenza dei Comuni dell’Italia settentrionale dall’Impero, gli stessi si sono trovati nella necessità di dotarsi di un edificio che, non solo fosse il caposaldo dell’organizzazione commerciale che era conseguente alla nuova centralità assunta dal Comune in relazione al suo territorio, ma, dovendo accogliere le nuove istituzioni di governo e d’amministrazione della giustizia, fosse al contempo simbolo della libertà e dell’autonomia del Comune, elemento di identificazione dei cittadini con le istituzioni (9). Un simbolo dunque, ecco il nuovo ruolo che spiega la centralità urbana e l’evidenza architettonica. Un simbolo particolarmente sentito perché il Palazzo era anche il luogo in cui i cittadini partecipavano direttamente delle istituzioni; si è visto, infatti, come la ragione fondante di queste grandi sale vuote al primo piano non risiedesse solo nel fatto di accogliere le magistrature e di fungere da “piazza coperta”, come riporta Palladio, ma anche nella necessità di dover ospitare, in occasioni particolari, la concione o arengo, cioè “una folla sterminata di cittadini di ogni ordine e classe sociale (10)” che deliberava per acclamazione su argomenti di particolare interesse pubblico quali guerre, alleanze o simili.
Diretta conseguenza della centralità urbana del Palazzo Comunale è lo spostamento della grande sala al primo piano per liberare il piano terra e permettere agli spazi aperti circostanti di fluirvi liberamente. A sua volta questa operazione porta all’ampliamento della funzione commerciale dalle piazze alle viscere del Palazzo che divengono pertanto motivo d’integrazione dell’edificio con l’ambiente urbano.
La permeabilità del piano terra è naturalmente massima quando esso è completamente vuoto e solamente porticato, ma è comunque assecondata anche in quelli parzialmente occupati da botteghe chiuse come a Padova e a Vicenza dove rispettivamente uno e tre passaggi voltati collegano le piazze limitrofe.

 

Se finora abbiamo indagato le ragioni funzionali e i precedenti formali di quella categoria di edifici che vede nel Palazzo della Ragione di Padova uno dei suoi esempi più rappresentativi, come peraltro suggerito da Andrea Palladio, possiamo ora provare a fare qualche considerazione su di un particolare spazio architettonico che del piano terra di questi sembra essere l’evoluzione. Stiamo parlando delle gallerie, vale a dire di quei “… particolari passaggi coperti che, […] separando il transito dei pedoni da quello dei veicoli e mettendo in facile comunicazione due o più centri di traffico, […] ebbe tanto sviluppo nella seconda metà del XIX secolo” (11).
Sottolineiamo innanzitutto la notevole somiglianza formale di queste con i passaggi voltati dei palazzi comunali medievali. Per entrambi si tratta di “… uno spazio interno di grande profondità […] con due testate aperte equivalenti che lo relazionano con l’esterno e determinano un percorso interno di passaggio e distribuzione lungo il suo asse che si svolge in entrambi i sensi” (12); l’unica innovazione apportata dalle gallerie è la copertura trasparente che solo il progresso tecnologico dei materiali rende possibile.
Anche la funzione e la collocazione urbana corrispondono: così come i passaggi medievali sono interposti e fungono da collegamento tra le piazze circostanti, anche le gallerie ottocentesche, parimenti costituite da negozi e quindi bisognose di traffico pedonale, sorgono in contesti densamente costruiti e sono ambienti di transito tra luoghi urbani ad alta frequentazione.
Si può verificare questa analogia di ruolo confrontando i passaggi del Palazzo della Ragione di Padova, che collegano le affollate Piazze delle Erbe e della Frutta, e la Galleria Vittorio Emanuele a Milano, per citare un esempio tra i più noti, che deve sicuramente parte del suo successo al fatto di collegare due delle piazze più importanti della città, Piazza Duomo e Piazza della Scala.
Questo discorso non vuole affermare che vi sia stata necessariamente una derivazione diretta delle gallerie commerciali ottocentesche dai piani terra dei Palazzi Comunali dell’Italia settentrionale però, poiché non è mai stata provata una discendenza unica e diretta delle prime da nessun’altra forma architettonica in particolare, vuol far almeno rientrare a buon diritto questi ultimi tra i più stimolanti e calzanti riferimenti che siano stati proposti all’origine della forma galleria (13).

 

Un’ultima considerazione riguarda specificamente il Palazzo della Ragione di Padova il quale può essere considerato uno dei casi più interessanti della categoria in quanto le file di portici che sono state via via aggiunte sui lati prospicienti le piazze, assieme alle nuove botteghe che si sono insediate sotto di essi, hanno generato al piano terra, a partire dall’unico attraversamento trasversale, un’originale maglia ortogonale di passaggi voltati che ripropone al coperto la disposizione dei banchi delle piazze. In tal modo si produce una vera e propria continuità funzionale e morfologica tra i mercati all’aperto e quello che i padovani chiamano “sotto il Salone”.
È curioso notare come la disposizione planimetrica di questi passaggi voltati sia analoga a quella delle gallerie ad incrocio ortogonale multiplo di alcuni complessi ottocenteschi quali ad esempio il mercato parigino Les Halles, ora demolito, e i Magazzini Gum sulla Piazza Rossa di Mosca. Naturalmente non si vuole qui proporre l’ipotesi di una discendenza di questi ultimi dalla composizione del piano terra del Palazzo patavino, quanto semplicemente osservare che ci troviamo dinnanzi, con ogni probabilità, a un analogo sviluppo progettuale che prendendo il via da forme simili – il passaggio voltato dei palazzi comunali e la galleria commerciale ottocentesca – ottiene anche risultati di particolare affinità. “L’architetto plasma la forma e la manipola per ottenere la risposta più chiara e adeguata a un problema […], ma non opera in contrasto o a discapito di essa, perché solo in una forma precisa è possibile inquadrare un’attività complessa” (14).


Note
(1) E. Vio (a cura di), Il Palazzo della Ragione di Padova. La storia, l’architettura, il restauro, Signum editrice, Padova 2008.
(2) C. Brandi, Teoria generale della critica, Editori Riuniti, Roma 1998.
(3) C. Martì Arìs, La cimbra y el arco, Fundaciòn Caja de Arquitectos, Barcellona 2005, p.42.
(4) S. Zaggia, Palazzi pubblici e spazi urbani mercantili: permanenze e trasformazioni in età moderna, «Cheiron», 50, maggio 2010, p.62.
(5) Cfr. O.S. Pierini, Sulla facciata. Tra architettura e città, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna (RN) 2008 e C. Martí Arís, Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura, CittàStudi, Milano 1990.
(6) A.Palladio, I quattro libri dell’architettura, Venezia 1570, lib.III, p.42.
(7) Ibidem.
(8) Ibidem.
(9) Cfr. E. Svalduz, Palazzi pubblici: i luoghi di governo e le sedi dell’amministrazione cittadina, in D. Calabi-E. Svalduz (a cura di), Il Rinascimento italiano e l’Europa, vol.VI, Luoghi, spazi, architetture, Angelo Colla Editore, Treviso-Costabissara 2010; S. Bortolami, «paciosum, immo speciosum palacium». Alle origini del Palazzo della Ragione di Padova, in E. Vio, op. cit.
(10) S. Bortolami, op. cit., p.56.
(11) Enciclopedia Treccani di Scienze Lettere ed Arti, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1950,pp. 339-340.
(12) S. Croce, Navata e galleria. Tradizione ed evoluzione contemporanea dei grandi spazi mediani longitudinali, Il Poligrafo, Padova 2008.
(13) Tra i riferimenti variamente considerati ricordiamo: i bazar coperti, le basiliche, le strade romane colonnate, i ponti abitati e alcune corti interne di complessi residenziali del nord Europa. Cfr. J.F. Geist, Passagen. Ein Bautyp des 19. Jahrhunderts, Prestel-Verlag, München 1979.
(14) C. Martí Arís, Le variazioni dell’identità. Il tipo in architettura, cit., p.77.

 

Nell’immagine di apertura il Palazzo della Ragione a Padova

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico