Paesaggio, Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino: assegnato il vincitore

Lo scorso 29 marzo, in Triennale, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della ventiduesima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa, istituito dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e quest’anno assegnato al villaggio Taneka Beri in Benin. La campagna culturale trova il suo apice a Treviso nelle giornate di venerdì 13 e di sabato 14 maggio prossimo, in un incontro con la delegazione beninese, nella pubblicazione del dossier dedicato al luogo designato, nell’apertura di un’esposizione di materiali documentari, nel seminario di riflessioni, e nella cerimonia di consegna del sigillo scarpiano.

 

La campagna proseguirà poi nel corso del 2011 con altre iniziative di approfondimento e divulgazione, rivolte anche al mondo della scuola.

 

La Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino ha deciso all’unanimità di dedicare la campagna culturale 2011, ventiduesima edizione, a un villaggio della regione dell’Atakora nel Benin.
Il villaggio è composto da un migliaio di piccoli manufatti, stanze, granai, costruzioni di uso diverso, per lo più a pianta circolare e a tetto conico, con un diametro oscillante da due a tre metri, aggregati in piccoli insiemi (diecina, dozzina) intorno a uno spazio aperto, un cortile multifunzionale. Ognuno di questi piccoli insiemi dà forma a un’unità abitativa nella quale vive una famiglia allargata, appartenente al popolo Tangba, “grandi guerrieri”, chiamato anche popolo Taneka, “quelli delle pietre”. Le unità abitative sono a loro volta variamente addensate in quattro parti riconoscibili nelle quali si articola il villaggio.
Su una popolazione complessiva dei Tangba (Taneka) stimata intorno ai trentamila indivi­dui, la comunità che vive stabilmente a Taneka Beri non supera le trecento persone, che nei dati ufficiali risultano però oltre novemila, poiché tutti coloro che lavorano e sono domici­liati altrove, in città o in campagna, dichiarano la loro appartenenza (residenza) al villaggio e vi ritornano in tutte le occasioni importanti e le cerimonie collettive. Questo senso di ap­partenenza è il risultato di un processo di lunga durata nel corso del quale si è costruita, per via pacifica, una comunità multietnica e plurilinguistica, con una articolata organizzazione dei rapporti interpersonali e intergenerazionali, fondata su un profondo e libero legame con la propria terra e la propria memoria.

 

L’antropologo italiano Marco Aime, che da oltre un quindicennio lavora in questa realtà, ha guidato un’incursione sperimentale di un gruppo di studiosi europei di paesaggio all’incontro con la forma e la vita del luogo, con la comunità che ne è la responsabile e con il suo patrimonio di idee e di cose. L’ipotesi è contribuire con un diverso punto di vista a un dialogo scientifico e a una comune riflessione sull’irriducibilità delle differenze rispetto a un mundus alter. Sono in questione il senso del tempo e dello spazio, il concetto di natura e le figure del mito e del sacro, la custodia della memoria, la trasmissione delle conoscenze, delle arti e dei mestieri, il governo dei beni comuni e le cure della casa.
La documentazione audiovisiva eseguita e i preziosi appunti e rilevamenti raccolti dal gruppo di lavoro in situ, resi possibili dalla generosa e schietta collaborazione della comu­nità insediata e delle autorità civili e scolastiche locali, sono venuti ad arricchire le rifles­sioni compiute in varie occasioni precedenti intorno al tema del “villaggio” come microco­smo necessario, come misura imprescindibile di spazio e di tempo, come figura universale capace di assumere infinite variazioni, di istituire un rapporto sorprendente tra arcaismo e ipermodernità, di convocare domande fondative sul rapporto tra persona e luogo, tra luogo e comunità.
Sulla base delle risultanze, la Giuria ha deciso all’unanimità di mettere al centro dell’attenzione un tema che appare fin troppo lontano e che invece costituisce un attualis­simo e cruciale terreno esposto alle varie trappole nelle quali la cultura europea-occidentale è caduta nell’ultimo secolo.

 

Meno semplice è evitare la sostituzione di una società con quella che crediamo o che ci piace che sia, come è accaduto ad esempio per i Dogon, con l’inevitabile aberrazione ad uso turistico che vi si instaura. Ancor meno semplice è esprimere in tono non pedagogico, o peggio pietistico, la spontanea pulsione terzomondista. È davvero arduo evitare, nel nostro tempo, la trappola che vede ormai imminente, se non già arrivato, il giorno nel quale l’ultima delle culture che noi chiamiamo primitive sarà scomparsa dalla superficie della terra. Al contrario, l’unificazione di tutte le idee di comunità, di tutte le forme e le vite dei luoghi, ci appare ogni giorno meno agibile.

 

Il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, nella sua campagna del 2011, offre l’occasione di ragionare su Taneka Beri assumendo una adeguata dose del potente vaccino scoperto da Claude Lévi-Strauss alla metà del XX secolo. Per noi Race et histoire, del 1952, resta il saggio capitale dell’antirazzismo: non ci sono più né superiori né inferiori; non ci sono più stadi storici anteriori o posteriori. C’è solo l’irriducibilità delle differenze. Così, anche la trappola del localismo identitario, che tende a chiudere ogni società nel suo parti­colarismo, è messa fuori gioco. Noi pensiamo che ogni microcosmo costituisca una parte infinitamente piccola di un uni­verso infinitamente grande; che ogni società, per quanto minuscola, sia espressione di un “universale concreto” e che Taneka Beri e la sua comunità stiano di fronte a noi come uno degli infiniti modi con i quali si presenta questo “universale concreto”. In quanto forma vi­vente, radicalmente altra, questo luogo rimbalza sulla nostra cultura e ci aiuta a capire me­glio noi stessi, a tentare di ricomporre tanti frammenti diversi nella visione unitaria di un mondo umano.
Con questo spirito e per queste ragioni, la Giuria del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino consegna alla Municipalità di Copargo, in rappresentanza di tutta la comu­nità di cui fa parte Taneka Beri, il sigillo del riconoscimento e dell’impegno.

 

Il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino intende contribuire a elevare e diffondere la cultura di “governo del paesaggio”; si propone come occasione e strumento per far conoscere, al di là dei confini delle ristrette co­munità di specialisti, il lavoro intellettuale e manuale necessario per governare le modifi­ca­zioni dei luoghi, per salvaguardare e valorizzare i patrimoni autentici di natura e di memo­ria; lavoro ancora privo di statuto scientifico e di curriculum formativo, nel quale conflui­scono le scienze, le tecniche, le arti e i mestieri più diversi; lavoro che si svolge attraverso l’identificazione dei segni e dei caratteri costitutivi dei siti, la conterminazione dei loro am­biti; lavoro che prevede atti creativi, programmi lungimiranti di rinnovo, pratiche quotidiane di cura e manutenzione, norme che regolano la convivenza, nello stesso luogo, di patrimoni naturali, sedimenti culturali e presenze umane; lavoro che rifugge da ogni fenomeno effi­mero o ricerca d’effetto, e che trova il suo difficile parametro nella lunga durata; lavoro che ricerca l’equilibrio tra conservazione e innovazione, in condizioni di continua mobilità del gusto e di permanente trasformazione del ruolo che la natura e la memoria esercitano nelle diverse civilizzazioni e fasi storiche.
La Giuria sceglie annualmente un luogo che presenti caratteri, meriti attenzioni, susciti ri­flessioni pertinenti alle finalità del Premio e motiva per iscritto la propria scelta. Le deci­sioni della Giuria sono insindacabili.

 

 

Nell’immagine, vista delle capanne del villaggio Taneka Beri in Benin

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