Paesaggio, chi era costui?

paesaggio italiano

(di Marcello Balzani)

Ieri si celebrava, con centinaia di iniziative in tutta Italia, la Giornata del Paesaggio, voluta dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini. Fin dalle prime ore del giorno per radio, in tv e in rete il dialogo sul paesaggio è stato quindi aperto e specialisti, donne e uomini di cultura e molti cittadini si sono confrontati dicendo la loro su un argomento non semplice e per lo più disatteso, nei fatti e nella concretezza, da molti se non da tutti.

Ecco quindi che, giocando sull’ironia e sostituendo allo sconosciuto Carneade di manzoniana memoria il nostro paesaggio, mi pongo come Don Abbondio di fronte al quesito. Non tanto per risolvere una riga o una colonna del cruciverba settimanale quanto per cercare di comprendere meglio perché un termine dal significato così coerente e storicamente completo sia diventato negli anni un significante fluttuante. Una parola che, come diceva Lévi-Strauss, ha il potere di un passe-partout, aprendo e chiudendo molte porte concettuali del nostro sapere e della nostra memoria individuale e collettiva.

In un suo saggio del 2012, pubblicato da Quodlibet, Gilles Clement, docente presso l’Ècole Nationale Supérieure de Paysage a Versailles, scrive che paesaggio indica “ciò che si trova alla portata del nostro sguardo. Per i nonvedenti, si tratta di ciò che si trova alla portata di tutti gli altri sensi. Alla domanda «cos’è il paesaggio?», possiamo rispondere così: ciò che conserviamo nella memoria dopo aver smesso di guardare; ciò che conserviamo nella memoria dopo aver esercitato i nostri sensi all’interno di uno spazio investito dal corpo. Non c’è scala, nel paesaggio, può presentarsi nell’immenso e nel minuscolo, si presta a ogni tipo di materia – vivente o inerte – a tutti i luoghi, illimitati o privi di orizzonte…”.

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Come si può cominciare a comprendere, il paesaggio, che nasce come un vero artificio rispetto a tutto ciò che è naturale (perché la natura non ha interesse a definire un punto di osservazione umano) acquista un valore, una volta estratto con la percezione, proprio perché ciascuno di noi lo interpreta e, soprattutto, lo condivide. Tanto per fare un’altra analogia, si potrebbe dire che i paesaggi digitali, che si navigano, accedono, connettono in rete, hanno i medesimi caratteri, anche se non reali e molto più condizionati nell’opzione di scelta di quanto i webnauti si possano consapevolmente rendere conto.

Spesso settorializzato attraverso l’aggiunta di aggettivi qualificativi (naturale, agrario, umano, urbano) il paesaggio può esprimere un’accezione vaga ed omni­comprensiva,  che parte dal significare che “è tutto ciò che si vede e che viene percepito”, per poi  spiegare che la sua esistenza è permessa “solo attraverso l’azione dell’uomo” (Sereni, Sestini, Gambi). Tuttavia c’è sempre un carattere dominante del paesaggio, collegato spesso ad un giudizio di valore attraverso il confronto con un’idea di armonia pre­stabilita, che differenzia ciò che è tipico da ciò che è estraneo. E questo presuntivo processo di classificazione, operante con inten­zionalità selezionanti e protettive (o pro­tezionistiche), tende pericolosamen­te, come afferma Lucius Burckhardt, a “fabbricare fenomeni inesistenti” in cui attraverso un meccanismo di astra­zione si finisce per voler rendere tipici tutti i paesaggi.

In altre parole, l’essere umano è il colpevole, generando continuamente nuovi signifi­cati attraverso la scelta percettiva. Rosario Assunto scrive che il paesaggio diviene la forma che può as­sumere un territorio (materia) sotto­posto all’azione di modellazione eserci­tata da uno specifico ambiente (funzione) e che per mezzo di una sco­perta/rappresentazione trasforma in og­getti estetici tutto ciò che prima poteva apparire come “semplici cose di natu­ra”.

Inoltre, da architetti, dobbiamo ricordare, che il processo di trasformazione e di antropomorfizzazione determina una di­stinzione tra un prima e un dopo, tra un naturale preesistente e un co­struito di volta in volta storicamente consoli­dato, oggetto dell’esperienza vi­siva e dell’elaborazione percettiva.

L’imposta­zione culturale dominante, che affonda le sue radici anche nelle definizioni legi­slative di antica memoria, impone spesso di trovare una corrispondenza estetica positiva (bellezza) con l’assunzione a ruolo del significato di paesaggio su una realtà geografica determinata in cui appaia es­senziale “la spontanea concor­danza e fu­sione fra l’espressione della natura e quella del lavoro umano”.

È come se, una volta messa a fuoco l’in­quadratura (comprendente i suoi ele­menti d’insieme e di dettaglio), si potesse estraniare questo tassello di territorio dal contesto che lo circonda e riuscire a proteggerlo in un utopistico museo, in cui poter evadere e contemplare l’opera d’arte naturale ed umana.

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Diversamente, per un approccio più critico e concreto, in cui il concetto di paesaggio viene in­tegrato all’interno di complesse proble­matiche (ecologiche, urbanistiche, so­ciali, economiche) ci si deve riferire prima di tutto al grande Alexan­der von Hum­boldt, che, nei primi anni del XIX seco­lo, riesce a formulare una nuova impostazione capace di estrarre l’esperienza visiva dalle dimen­sioni poetiche e pittoriche, per di­rigerla verso l’universo della conoscenza scienti­fica. L’intuizione di Humboldt sull’ironica ambiguità del paesaggio, capace al contempo di descrivere e di rendere possibile l’esistente (Farinelli), verrà poi ripresa con accentuazioni più empiriche dalle teorie del landscape e del town­scape (Cullen, Browne, De Wolfe), sviluppatesi soprattutto nel secondo dopoguerra nei paesi anglosas­soni. E da questo momento le potenzialità descrittive e di let­tura, in diretto rapporto con lo spazio costruito, affinano lo strumento visuale per percepire le qualità dei luoghi, al di là dei giudizi di valore e dei modelli di tipicizzazione con più o meno forti ipo­tesi estetiche.

Il degrado, l’estraneo, l’abbandonato (in altre parole il brutto) vengono finalmente inquadrati dall’obiettivo del paesaggio per essere compresi dalle tante ope­ratività del progetto. Insomma, ho il timore che anche avendo acquisito un poco i caratteri del dizionario storico Don Abbondio sia rimasto sconcertato e in attesa di altre faccende da risolvere.

Il paesaggio è lo specchio di noi stessi, della nostra società, del modo in cui l’Europa si colloca rispetto a tante domande e necessità ambientali, culturali e sociali; ed è per questo (forse) che viene continuamente citato e continuamente disatteso, come molte altre emergenze della nostra contemporaneità.

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