Oscar Niemeyer guarda Alexander Calder

(di Marcello Balzani)

Sulla Avenida Paulista di São Paulo del Brasile un grande murales multicolor attira lo sguardo dall’alto di un edificio a torre. È il viso di Oscar Niemeyer che con le dita intrecciate come grandi matite sembra chiedere qualcosa alla folla disattenta di una delle città più grandi e incredibili del mondo che scorre sotto i suoi occhi.

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Dall’altra parte della Avenida Paulista chi entra nell’Itaú Cultural per visitare le mostra “Calder e l’Arte Brasiliana” non può non triangolare con lo sguardo i caldi e curiosi occhioni del grande vecchio dell’architettura del Novecento che ci ha accompagnato, fino al primo decennio del nuovo millennio, più che centenario.

In tre piani dell’edificio della fondazione bancaria brasiliana si sviluppa una mostra che lascia senza respiro perché la leggerezza e la pura bellezza delle opere di Alexander Calder raccolgono intorno a loro tutta l’aria possibile.

Ma da fuori Niemeyer guarda Calder. In un momento difficile per il Brasile questi due grandi, in qualche modo, sembrano parlarsi.

Per Oscar Niemeyer, dal 2012, anno della sua scomparsa, le cose non sono andate molto bene. La fondazione che porta il suo nome fatica ancora a realizzare quel percorso necessario di conservazione e valorizzazione anche solo del suo archivio di progetti e disegni.

Inoltre, l’incendio del 2013 al suo Memoriale dell’America Latina ha messo in evidenza la fragilità di queste architetture, che richiedono, ormai dopo mezzo secolo, percorsi di restauro, di manutenzione conservativa e sistemi di sicurezza adeguati. Un problema che São Paulo conosce bene se si ricorda l’incendio al Museo della Lingua Portoghese del 2015 e la chiusura al pubblico dell’Ipiranga, il museo più visitato del Brasile, nel Parco dell’Indipendenza.

Forse Niemeyer vorrebbe chiedere a Calder perché il Brasile non riesce ad imboccare quella strada maestra, che possa condurre il più grande stato dell’America Latina a rendersi conto che possiede un tale capitale artistico ed architettonico, così diffuso ed eccellente, da poterlo candidare a livello mondiale per la conservazione del Novecento. Un percorso possibile, capace di porre il tema della “conservazione della memoria” per il futuro del paese. Un paese che sconta, anche nelle strategie ed azioni sui beni culturali, il riflesso della difficile crisi politica e dello scandalo della Petrobas, innescato nel 2014 e ancora non terminato.

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L’esposizione su “Calder e l’Arte Brasiliana”, curata da Luiz Camillo Osorio, mostra l’influenza che ha avuto Alexander Calder (1898-1976) nella formazione del neoconcretismo brasiliano, facendo dialogare alcune sue opere con quelle di 14 artisti che corrono sui medesimi spazi concettuali. Calder arriva in Brasile nel 1948 e subito diventa amico dei principali artisti ed architetti brasiliani come Roberto Burle Marx, Rino Levi, Henrique Mindlin, Heitor dos Prazeres e Lina Bo Bardi. Un rapporto che ancora oggi si può correlare nella percezione spaziale dei luoghi e delle architetture.

Un rapporto di sensibilità e consapevole coerenza che sarebbe il momento di recuperare, che ha fatto la ricchezza del Brasile, e che può ancora rinnovarsi.

Niemeyer guarda Calder e chiede qualcosa alla folla che scorre lungo i marciapiedi delle strade trafficate di São Paulo.
Qualcosa di molto concreto. Qualcosa che può e deve essere recuperato nell’anima del Brasile di oggi.

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