Nuovo Stadio del Giappone, ben vengano le critiche a Zaha Hadid

Il tema è il nuovo Stadio nazionale del Giappone. La disputa è tra un’archistar dei nostri giorni (Zaha Hadid) e un architetto Premio Pritzker 1993, Fumihiko Maki.

 

Nel 2020, lo Stadio sostituirà il vecchio Kasumigaoka National Stadium of Tokyo (Kenzo Tange, 1964) e ospiterà i giochi olimpici e paraolimpici di Tokyo. Da qualche giorno il progetto di Zaha Hadid è stato colpito dalle critiche di Maki, ma anche di altri nomi dell’architettura giapponese, e internazionale, ed è finito nell’occhio del ciclone del panorama internazionale dell’architettura: Toyo Ito, Sou Fujimoto, Kengo Kuma e Riken Yamamoto. Altre archistar quindi, meno di Zaha Hadid, ma comunque un pò archistar.

 

Ma non si tratta solo di una sfida tra star.

 

Lo Stadio, che sarà pronto per la Rugby World Cup del 2019, conterrà 80 mila posti e sorgerà nel quartiere Shinjuku. Una delle soluzioni di progettazione più particolari  e caratteristiche: lo stadio avrà speciali sezioni di seduta che si potranno avvicinare o allontanare al campo a seconda dello sport praticato o dell’evento in corso. Inoltre, un tetto scorrevole potrà trasformare lo stadio, all’occorrenza, in un’arena a cielo aperto.

 

Gli architetti giapponesi criticano l’ampiezza dello stadio, 290.000 metri quadrati, troppi rispetto al contesto urbano in cui sarà inserito. Si tratta di un’area dal grande valore storico, architettonico e urbanistico, vicino al recinto Gaien, che ospita la Meiji Memorial Picture Gallery e il Meiji Memorial, in omaggio all’imperatore Meiji fautore della modernizzazione del Giappone.

 

Fumihiko Maki ha organizzato nei giorni scorsi addirittura un simposio trasmesso in streaming online intitolato “Ripensare il New National Olympic Stadium”. Com’è giusto che sia, c’è qualcuno che critica, e non ci sono solo opinioni favorevoli, quindi ben vengano le posizioni della cordata Maki. Si tratta di persone che muovono osservazioni a ragion veduta. Alcune volte si tende a mitizzare le archistar (e tra queste Zaha Hadid) e i progetti che realizzano diventano tutti capolavori. Si creano gli “zoccoli duri”, persone che hanno un’opinione sempre positiva, cristallizzata, che non cambia mai. Anche se il progetto è mediocre lo si definisce “innovativo”, “geniale” e via dicendo, e lo spirito critico viene sepolto decine di metri sotto terra. Il progetto diventa la sua tomba. Non è bello: il progetto architettonico è anche interpretazione del contesto in cui viene inserito, e in qualche modo è anche proposta di una visione, che può essere a sua volta critica o accondiscendente rispetto alla realtà. Escludere a prescindere qualsiasi tipo di osservazione contraria ma costruttiva solo perché in calce al disegno c’è una firma famosa significa uccidere l’architettura e uno dei suoi scopi: migliorare la società secondo un punto di vista critico di essa, oppure no.

 

Maki ha pensato addirittura di mettere le mani avanti per sgombrare il campo da critiche dello “zoccolo duro” di Zaha Hadid e ha dichiarato: “Non sto combattendo contro Zaha. Il concorso è stato rigoroso e non è nostra intenzione capovolgere la situazione”.

 

Viva l’iniziativa di Fumihiko Maki.

 

a cura di Enrico patti

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