Nel solco autocostruito delle nuove emergenze

(di Marcello Balzani) Nel limbo della complessità che annega qualunque pensiero concreto l’emergenza appare come uno standard processuale abitualmente professato da un nuvolo di categorie più o meno professionali. Da un lato si potrebbe affermare che emergenziale possa apparire il contesto, il clima, l’ambiente, l’ambito e quindi la politica, l’azione, l’economia.
Confini stretti, come quelli che si denunciano nella prassi autocostruttiva, anch’essa difficilmente relegabile nel modello Ikea quanto piuttosto in un fabbisogno tradizionale di necessario!

 

Insomma, in superficie le azioni indotte dall’emergenza e dall’autocostruzione rinunciano al progetto, ovvero alla logica (che meglio sarebbe chiamare metodo) progettuale, per circoscrivere un confine di efficacia e di efficienza finalizzata. La parola progetto richiede una più lunga ed estesa finalità anche di previsione, meno ancorata all’hic et nunc dell’emergenza.

 

Già, perché nel dipanarsi della matassa, è bene ricordare come l’emergenza non abbia molto a che fare con l’azione emergente, ovvero con quel processo (fisico, biologico, comportamentale, meteorologico, linguistico quanto economico) che pone in vista strutture che caratterizzano proprietà, forme o energie. Il progetto dell’emergenza si innesta in un continuum spazio-temporale in cui l’evoluzione è difficilmente parte delle argomentazioni.

 

Eppure il criterio regolatore è comunque interessante: per rendere funzionanti i sistemi che accedono a un altro livello è necessario che le strutture emergenti siano più della mera somma di ogni singola parte. In altre parole non è la semplice appartenenza o la sola coesistenza quanto piuttosto l’interazione che determina lo sviluppo di strutture emergenti.
E in questo un’analogia solidaristica potrebbe essere estratta.

 

Infatti i processi autocostruttivi, che emergono come tentativi di risposta per l’emergenza economica innescata da un mercato immobiliare dai costi e dai prezzi esorbitanti, propongono un modello inclusivo fortemente interattivo. Le possibili strategie (forse in questo compiutamente progettuali) conducono spesso diverse tipologie multietniche di persone a realizzare un processo di costruzione autosufficiente abbattendo i costi fino al 50% e generando aggregazioni potenzialmente positive e stabili per comunità di vicinato. Dopo tutto farsi la casa non è impresa da poco e servono le forze di ognuno. Un sudore e una fatica che accomunano e che rendono affettivamente concreto il senso di appartenenza.

 

Ecco quindi delinearsi all’orizzonte una città dell’emergenza che sviluppa volontariato, strutture finanziare eco-solidali, banche etiche, mediatori linguistico-culturali. Il progetto edilizio-architettonico è per sua natura già uno strumento inclusivo che, sfruttando l’approccio visivo e critico-rappresentativo, consente un contatto diretto riducendo l’obbligo di un immediato esercizio di traduzione. Gli operai-proprietari costituiscono anche una risposta all’emergenza lavoro e attivano un’azione di personalizzazione che può riproporre la ricchezza variegata delle tradizioni d’origine.

 

Inoltre il modello “non finito” a volte può costituire un’ottima uscita di emergenza: progettando un metabolismo del nucleo di utenza si può acquisire una disponibilità di stanze e di spazi in funzione delle trasformazioni esigenziali delle famiglie. Una coabitazione che paga anche in razionalità e funzionalità degli spazi comuni, individuati e valutati efficientemente e gestionalmente già durante la loro creazione.


Quando si viene a contatto con queste realtà realizzate (peccato che siano puntiformi e non così incentivate come si dovrebbe) ci si chiede perché non possano costituire la norma (invece che una rara eccezione) e quanta speculazione o quanto spreco si innesti (attecchendo con voracità) nella filiera ipercostosa del mercato edilizio.

 

[…] Anche i modelli costruttivi bagnati (e in collegamento stretto anche i costi esorbitanti che essi producono) appaiono oggi sempre più superati! Mentre i modelli costruttivi a secco, che stanno giorno dopo giorno penetrando e diffondendosi nel mercato, propongono un cantiere più pulito e più sicuro e facilitano la creazione di processi autocostruttivi se non per tutto l’edificabile almeno per alcune (molte) sue parti.


Risulta gratificante, quindi, apprendere come molti giovani nostri colleghi si dedichino a creare, anche nel nostro Paese, questo nuovo mestiere di facilitatore progettuale.

 

Un mestiere tecnico che è in parte anche pedagogico, in parte psicologico e in parte formativo a doppio senso. […] Perché ci sono delle storie che è importante che vengano ancora continuamene raccontate e che la nostra imperante cultura costruttiva del consumismo cerca di annullare!


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Emergenza/Autocostruzione”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, studio BASEhabitat-Architecure in developing countries, Living Tebogo, casa di accoglienza per bambini portatori di handicap a Orange Farm, Johannesburg, Sudafrica. Foto © Sabine Gretner

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