Per un’autodistruzione della coscienza omologata

(di Marcello Balzani) Che differenza c’è tra azione e conform-azione? La differenza, come scrive Umberto Galimberti in “Psiche e techne”, è proprio nel principio di omologazione, ovvero nella strutturazione di un apparato che permette di comformizzare la coscienza individuale in una coscienziosità efficiente e collaborativa.

 

Questo è un poco il nocciolo del problema. La separazione che si viene ad instaurare (nel lavoro, nel processo progettuale, nell’atto produttivo e oggi anche informativo/comunicativo e soprattutto consumistico) costituisce una cesura tra chi fa e chi è responsabile e fino a quale punto. La “responsabilità dello scopo” è persa, dimenticata, appare dissolta in un’irresponsabilità di principio che estrania gli attori dalla percezione di un futuro (contesto, orizzonte, desiderio, aspettative) e rende la cinghia di trasmissione dell’apparato indeformabile, inossidabile, fondamentale come la principale motivazione dell’esistenza.

 

In altre parole la progettazione non omologata non è ammissibile e appare non conveniente e portatrice di costi, fatiche e problemi degni di un Sisifo. È ormai un sentire comune, tra gli architetti, l’appartenere a una categoria troppo condizionata, limitata nella libertà espressiva, vanificata nella definizione di approcci creativi e vincolata a schemi di processualità esasperanti.

 

La coscienza omologata tutela la mediocrità, abbassa l’asticella e permette (apparentemente) a tutti di saltare nel guano del fare quotidiano, un ambito in cui il progetto non è un “luogo del pensiero” (individualmente cosciente e consapevole) quanto quello definito dalle procedure che lo attuano. Lo strumentario tecnico e amministrativo vince su quello della sperimentazione e dell’innovazione, elementi quest’ultimi, che dovrebbero essere deputati, più di ogni altro, a filtrare la qualità e la dimensione culturale della proposta di trasformazione del reale.

 

L’apparenza di libertà è un’illusione. È in parte tragico ammetterlo ma ormai i confini che definiscono il nostro ambito d’azione sono talmente preconfigurati che l’azione neutra, neutrale, predigerita, imitativa, clonata, già fatta, è quella più sostenibile e rassicurante. Basti come esempio fare attenzione ai dati recenti del nostro settore, quelli che esprimono l’investimento folle prodotto negli ultimi 15-20 anni nel mondo delle costruzioni senza che un nichelino sia stato inserito nella fessura del salvadanaio della reale innovazione della filiera (produzione, progetto, realizzazione, vendita, gestione, manutenzione, controllo). Ed ora ci troviamo consapevolmente soli. In un universo in cui l’indicatore più efficiente e diffuso che si è trovato (durante quest’ultimo processo evolutivo della nostra professione) per descrivere il prodotto d’ideazione è il “metro quadro”: si progetta, si realizza, si vende, si compra a “metro quadro”. È facile. È comprensibile. È confrontabile.

 

Peccato che in esso non risulti spazio per contenere il significato del progetto, ovvero la qualità e la dimensione culturale della proposta di trasformazione del reale. Forse abbiamo peccato in disponibilità inclusiva? Forse abbiamo ceduto (nel lessico quanto nel valore significativo e quindi neppure troppo lentamente anche economico) territori agli immobiliaristi? Nel Risiko dell’Architettura […] noi architetti offriamo una prestazione riduttiva, omologata e quindi incosciente, che chiede ai giornaletti del mercato immobiliare di farsi carico dello sforzo comunicativo per descrivere alla committenza la ricchezza del nostro operato.

 

Sarà mai possibile!? Sembra in effetti di essere dentro Monopoli o Simcity. […] Disagio, estraniazione, alterità, disaffezione, insicurezza, portano spesso a delineare fattori e indicatori ambientali in cui la casa risulta inospitale e potenzialmente infetta (Bratton), in cui solo continue e inaspettate (quanto virali) azioni ricombinati offrono forse un’alternativa (evolutiva?) ai risultati diffusi della cubica rappresentazione urbana degli ultimi settant’anni. […] Ma il tempo passa e davanti al confronto difficile con il progetto del nuovo e il bisogno (economico) di recuperare e ristrutturare il vecchio, così tanto volumetricamente prodotto negli ultimi cinquant’anni, c’è da chiedersi se c’è ancora una traccia di possibilità espressiva e come la cosciente e appropriata dimensione compositiva del progetto possa fungere da collettore di una molteplice ricchezza di nuove stimolazioni […].


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Cosciente/Appropriato”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, studioUAP, asilo aziendale “Il giardino incantato”, Roma. © studioUAP

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