Milanistan e la mela dell’integrazione

(di Marcello Balzani)

Ricordo un volume di Borges in cui il grande scrittore argentino (di cui si sono celebrati i trentanni dalla morte circa un mese fa), dovendo proporre una metafora sull’arte poetica, utilizzava l’immagine di Berkeley sul morso della mela, sulla qualità straordinaria di quel contatto: il contatto della polpa del frutto tagliato dai denti con il palato. Cosa stabilisce quel morso? Cosa genera in noi quel contatto? Il palato riconosce il sapore della mela solo se la morde?

Lascio per un attimo sospesa la risposta e provo a mettere di fronte ai vostri occhi la grande Mela reintegrata che Michelangelo Pistoletto durante l’Expo ha donato alla città di Milano. Un’imponente opera di design che ha subito varie traslazioni (da piazza Duomo al Parco Sempione) per approdare a primavera, con le sue undici tonnellate, al grande porto della Stazione Centrale con l’intento di completare la scena urbana di piazza Duca d’Aosta e di sottolineare artisticamente il senso simbolico di uno dei luoghi più dotati di navigazione (fisica ed immersiva) d’Italia.

Poi, perché possiate avere nel piatto tutti gli ingredienti con cui delineo questo editoriale, vi aggiungo che, nel caldo dell’estate che avanza, gli abitatori della piazza trovano ora riparo ed ombra sotto la mela artificiale, creando quel bivacco che ha consentito a Matteo Salvini di prendersela con i migranti accampati sotto la mela portandosi a chiedere: “Ma dove siamo, a Milanistan?”

Ecco, ora nel piatto ci sono tutti gli elementi.
Un luogo. Un oggetto. Un simbolo di reintegrazione (il morso viene ricucito a filo d’acciaio come se fosse un personaggio di un film di Tim Burton). Un bisogno. Un arrivo. Una destinazione. Una partenza. Un grado di incomprensione.

Zygmunt Bauman ci ricorda come oggi si creano continuamente condizioni di “terra di frontiera” di nuovo tipo, sagomate ed interconnesse da altrettanto nuovi “spazi dei flussi”. E come non si fa in tempo ad erigere un muro, una barriera, un confine di controllo, che questo viene scavalcato ed a volte abbattuto. Molti saperi si stanno meticciando e la formazione stessa degli architetti e dei designer, che è stata alla base per decenni dell’idea e del modello di progetto, non risponde più alle esigenze della realtà che si sta configurando e non riesce probabilmente a stimolare ed interessare quanto invece, ad esempio, sta nascendo da e negli spazi dei flussi.

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La contaminazione che la Mela di Pistoletto crea nella Milanistan di Salvini fa apparire quella speciosità degli spazi di cui scrive Georges Perec. Una speciosità che cerca e trova un’umanizzazione dell’interfacce urbane, perché è nei processi di accelerazione del reale che si rendono proliferanti il nascere, il morire e poi il rinascere ancora di nuove e sempre più efficaci ed efficienti interfacce di comunicazione.

Perché non lo capiamo?
I luoghi sembrano così adattativi ad alcune fondamentali specificità intime della specie umana da richiedere un correttivo e una contaminazione umanizzante, soprattutto per ridurre i pensieri (cattivi) e cancellare le affermazioni sul rifiuto delle “vite di scarto”?

Come nella celebre poesia di Kostantinos Kavafis non credo che valga la pena di aspettare i barbari, trovando le peggiori motivazioni in quanto siamo stati impegnati a conservare-difendere-proteggere senza cercare di capire, nascondendo il fatto che il nemico è prima di tutto dentro di noi.

Credo invece che le terre di frontiera e gli spazi dei flussi siano degli straordinari stimoli per dare un significato al termine progetto e alla formazione e al ruolo dell’architetto.

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Ma ora torno a Borges.
Il palato riconosce il sapore della mela solo se la morde?
Penso di sì. Ecco perché dobbiamo mordere la mela per riconoscerla.

Dobbiamo incontrare la realtà.
Dobbiamo condividerla.
E, tranquilli, non sarà la mela avvelenata di Biancaneve o di Alan Touring, o quella di Isac Newton celebrate da Steve Jobs nel logo della Apple…

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