Ma quindi… Il MiBACT serve?

stallo alla messicana mibact

Ci siamo recentemente interrogati sull’effettiva utilità del MiBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo). Vediamo cosa ne pensa Marcello Balzani.

Quando ci sono delle trasformazioni in atto nel nostro Paese spesso si è portati alle seguenti domande: stanno cambiando in meglio? C’era proprio bisogno di questo cambiamento? E nel farsi queste domande, che hanno sempre un po’ il sapore speziato del primitivismo o del confortante bisogno che la realtà accolga quanto è sempre stato fatto con il gattopardesco atteggiamento della conservazione inalterabile, si è immancabilmente portati a desiderare che certi processi (o eventi o azioni) non siano mai avvenuti. Siamo come le olive nel Talmud, diamo il meglio di noi quando vengono spremute. Come a dire che, quando non siamo ancora fantastico olio dall’origine controllata, il nostro sapore è troppo spesso acidulo (ipercritico) e dispettosamente inconservabile. Mentre, quando le avversità (o i confronti e i conflitti) ci portano allo stremo, al limite di snervamento, al solco del burrone che si sgretola sotto i piedi, alla finale senza partita di recupero, il Paese reagisce dando il meglio di sé.

Stereotipi certamente.
Semplificazioni sono d’accordo.

In fondo chi può essere così vanaglorioso e millantatore da paventare un modello a tutto tondo di italica saggezza e abilità? Dato che il soggetto è il MiBACT e il contendere, nascente dalle parole di Salvatore Settis e dai pensieri di Stefano Monti, riguarda non solo il significato della riforma voluta dal Ministro Dario Franceschini, ma anche il senso stesso, l’esistenza si potrebbe dire, il ruolo attivo e determinante di tutto il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, non è cosa da poco.

Se si procede con le ragioni è facile cadere nel baratro del “ma serve veramente?” in quanto, dopo tutto, ogni cosa in Italia potrebbe essere fatta da qualcos’altro o qualcun’altro. Siamo o non siamo il Paese delle duplicazioni e dell’indescrivibile quanto tentacolare struttura amministrativa (soprattutto statale)? Se è così perché meravigliarsi? Usando un po’ di un Ministero e un po’ di un altro ogni struttura può essere eliminata o più facilmente fusa e sintetizzata.

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Le ragioni dell’elisione ministeriale sono soprattutto di carattere economico-finanziario e riguardano l’innesto di una riforma o ristrutturazione che cerca di far comprendere agli italiani come anche in Italia la cultura può essere utilmente organizzata. Ma se tutto ciò fosse invece ricerca di un “consenso” più che lo sviluppo di una reale “linea strategica”? Se i miliardi, messi sulle carte, non valessero realmente quanto si dichiara? Se il Ministero avesse giocato su un tavolo diverso, ignorando i giocatori (reti di impresa e operatori reali)? Allora, ci si chiede, a cosa servirebbe continuare ad avere il MiBACT?

Non troppo velatamente, citando anche Roberto Cecchi, si snocciolano i numeri che descrivono la perdita di credibilità (culturale) e il portarsi (più o meno rapidamente) a condividere uno stallo alla messicana, degno di un film di Sergio Leone o di Quentin Tarantino, in cui si è tutti tenuti sotto tiro l’uno con l’altro in un circolo vizioso di potenziali assassini (culturali). Una trappola senza apparente via d’uscita, perché chi ha la pistola in mano (a quanto si dice) non sa neppure sparare, dato che un architetto (ad esempio) non può (e non deve) fare l’economista.

Un architetto non spara e lo sappiamo bene noi che lo siamo.
Gli architetti risultano più spesso impallinati che protetti (o armati), sotto la gragnola di colpi incessantemente esplosi sulla categoria e sul “mercato” delle costruzioni, dell’architettura, dei beni culturali.
Un tiro a segno!

Ora, tornando al Talmud, forse è il caso che arrivi veramente il “momento della spremitura”!

 

di Marcello Balzani.

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