Materia (cruda) e Memoria (cotta): ovvero una scena del crimine annunciata

(di Marcello Balzani) Fra il crudo e il cotto, ovvero fra natura e cultura, diceva Lévi-Strauss, c’è un piccolo, piccolissimo passo. Ma, ahimè, è un passo indeciso, a volte precario e instabile. […] Probabilmente è bisognoso di conferme.
Il problema, in merito alle forme che definiscono i luoghi intorno e in noi, sembra appartenere spesso alla capacità di descriverle e di “portarsele via”. Sapere come sono fatte le cose non è semplice.

 

Da un certo punto di vista è esperienza condivisa l’atto del possesso, dell’unione, della partecipazione formale, ma è cosa diversa descrivere e rappresentare tutto ciò. Se l’esperienza umana diviene qualitativa, conferendole un qualche significato emozionale, scriveva Merleau-Ponty, allora il rapporto con le altre qualità comincia a diventare comprensibile. In effetti il problema è legato a un delta, ovvero a una differenza, all’interno (intorno) della quale poter inserire una traccia di realtà.
Ovvero il problema della descrivibilità spaziale e della sua traduzione
.

 

Se abbiamo bisogno di prendere gli oggetti che stanno accanto a noi, secondo un’azione che è fenomenologica e conoscitiva, allora bisogna che gli oggetti si propongano in atti di apparenze (rappresentare significa in fondo fare una cosa al posto di un’altra).
Le cose cadono all’interno di un diedro cartesiano (o meglio sarebbe dire mongiano) nel quale convenzioni secolari stabiliscono regole utili e necessarie per realizzare nulla di più che semplici impronte di oggetti, proporzionate e riferite: proiezioni. Ma questo sistema di riferimento, che irrompe nello spazio con la rigidità dell’ortogonalità, mostra i suoi limiti nel diretto confronto con il reale.

 

E allora lo spazio si deforma […] per indurre quell’esperienza qualitativa che sola può rendere comprensibile il rapporto tra le cose. […] Come diceva Bergson in Materia e Memoria questa relazione non è mai frontale ma “obliqua e clandestina” ed è proprio nella capacità di farla risaltare ed esprimere che si può comprendere come sono spesso le cose a modulare il nostro tentativo di durare (Merleau-Ponty). Il tempo, dopo tutto, è esitazione e se la memoria è un debole tentativo di difesa, la materia (quella che si sacrifica nel difficoltoso rituale della conservazione, della ricostruzione o, il più delle volte, della negazione del processo interpretativo) può nella traduzione del progetto costituire una concreta intuizione della durata.
Durata della materia come della vita.

 

[…] È proprio il progetto della memoria a imporre una visione retrospettiva: “lo strano potere che ci è proprio di prendere il passato, di inventargli un seguito”, come scriveva Merleau-Ponty ragionando sull’idea di progresso tracciata e intuita da Bergson. Un seguito tuttavia rappresentabile (e può tornare utile Monge e la sua caverna/diedro, seppur limitatamente all’analisi, al rilievo e alla diagnosi).

 

Inoltre sarebbe da un lato anacronistico nell’epoca liquida del consumismo immersivo non vedere in quest’azione metarappresentativa anche un’umida ironia che pervade la materia come se fosse impregnata da un’atmosfera controllata. Ogni prodotto (o progetto?) infatti sembra attivare, attraverso magici ammiccamenti, una plurisensorialità non solo percettiva ma anche concettuale. L’apparenza infatti (quella che ormai non inganna più) entra in gioco utilizzando nello spazio troppo spesso il gigantismo o la surrogazione metamorfica.

 

La fluidità, che apparentemente aiuta a consolidare tante similitudini temporali, pone ovviamente in essere la doppia ambivalenza del tempo: misurabile e percepibile in una dimensione che è al contempo cronobiologica (ritmi circadiani, infradiani, ultradiani) ed emozionale-intima-psicologica. Ecco quindi le impronte, i resti fossili, le ossa e gli ossi che appaiono annunciare l’esistenza di un universo parallelo, che invece è già in noi, attorno a noi […].


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Materia e Memoria”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, Forte del Nagaur a Ranvas, Ahmedabad, India. Foto © Luca Rossato, 2011

Scritto da

The author didnt add any Information to his profile yet



Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

News dal Network Tecnico