Libri di Architettura. Elastico spa: la raccolta di progetti

La prima raccolta dedicata ai progetti di Elastico spa. Pubblichiamo la recensione di Pietro Valle comparsa su Architettura.it

 

Un pragmatismo senza certezze
“Giunse al termine di Vine Street e prese a salire lungo Pinyon Canyon. Cadeva la notte. Gli alberi si infiammavano agli orli di una luce viola pallido e al centro il rosso carico s’andava facendo a poco a poco nero. La stessa striscia violacea, simile ad un tubo al neon, segnava il limite delle brutte colline gibbose che adesso sembravano quasi belle. Ma contro le case neppure le tinte delicate del crepuscolo servivano. Solo la dinamite sarebbe stata di qualche utilità contro i ranch messicani, le capanne polinesiane, le ville mediterranee, i templi egiziani e giapponesi, gli chalet svizzeri, i cottage scozzesi, e tutte le possibili combinazioni di questi stili che si allineavano lungo le pendici del canyon. Notando che erano tutte di stucco, graticcio e cartone, Tod si fece indulgente e diede la colpa della loro forma ai materiali impiegati. L’acciaio, la pietra ed il mattone piegano in parte le fantasie del costruttore, costringendolo a distribuire pesi e forze, a mantenere gli angoli a piombo, ma gesso e cartone non conoscono leggi, neppure la legge di gravità. All’angolo di La Huerta Road c’era un castello del Reno in miniatura, con le torrette di cartone catramato e merli per gli arcieri. Accanto si vedeva un piccolo baraccone vivacemente colorato con cupole e minareti da Mille e una Notte. Di nuovo Tod fu indulgente. Queste due case erano comiche, ma egli non rise. Il loro desiderio di far colpo era così scoperto, così schietto.”
Nathanael West, Il giorno della locusta, 1939

 

Non c’è scampo, afferma il gruppo Elastico, contro il dilagare del kitsch, del velleitarismo piccolo-borghese, dei modelli del consumo di massa. Lo sprawl suburbano, fenomeno globale, non si cura più con la cultura alta ma con grandguignolesche dissezioni che lo fanno a pezzi e ricombinano questi ultimi in inedite aggregazioni. Persino la nuova monografia del gruppo parte dal quest’assunto e invece di proporsi in un editing patinato (come fanno di solito gli architetti puristi), accetta il format di una casa editrice commerciale con una brutta copertina argentata e una grafica approssimativa. Non c’è cattivo gusto o mancanza di mezzi in ciò ma il tentativo di affrontare le contraddizioni della contemporaneità anche in quel contesto, la comunicazione, che tutti credono di controllare e invece ricade in continuazione nei cliché.

 

Assemblaggi di materiali high and low, involucri frammentati, imprevisti squarci, percorsi sinuosi, deliberati episodi di non-finito esplodono all’interno di residenze suburbane, schiere di condomini del dopoguerra, spazi di risulta normalmente nascosti nel retro della disordinata Villettopoli Padana dove il gruppo opera abitualmente. La filosofia culinaria di Elastico, come si evince dall’arguto saggio di Corrado Curti che apre il libro, tratta l’architettura come una sorta di alchimia degli avanzi che inizia processi senza sapere dove andare a finire, trasforma quel che trova per strada e scopre verità relative sempre pronte ad essere superate. Non sorprende che Stefano Pujatti, fondatore del gruppo, abbia studiato a Los Angeles alla Southern California Institute of Architecture (SCI-Arc) nei primi anni Novanta del secolo scorso e cerchi di tradurre nel contesto nostrano pratiche decostruttive del banale là professate (ecco perché un brano del Giorno della locusta, tragedia del miraggio di Hollywood, appare adatto a introdurre il gruppo).

 

In un panorama architettonico nazionale diviso tra stantia cultura accademica, pratica professionale corrotta ed effimeri fenomeni di moda, l’attitudine street smart di Elastico occupa una posizione di rilievo. Pujatti e soci sono tra i pochi architetti italiani che si calano completamente nel cattivo reale e praticano una sorta di pragmatismo senza certezze capace di ridiscutere le regole del fare ad ogni occasione progettuale. Questo empirismo trova piena espressione nel costruito, in un uso della materialità informale ed eccessivo che giustappone episodi raffinatissimi a fuori scala lasciati al grezzo, che pone in opposizione struttura e rivestimento per segnare gli spazi, che lascia le transizioni visibili. Gli echi dei vari Gehry, Morphosis, Eric Owen Moss o Enric Miralles (quest’ultimo forse il più vicino all’episodicità materica di Elastico) sono filtrati da una conoscenza delle arti contemporanee (Pop, Land Art, Arte Povera) guardate da un punto di vista californiano, abituato a costruire scenografie in Balloon Frame, e quindi più rappresentativo che fisico.

 

Elastico sembra alla continua ricerca di una iperpresenza dell’architettura e si diverte a dislocare i materiali in posizioni non previste dalla tradizionale regola d’arte. Questa fisicità non è, tuttavia, completamente reale ma fantasmatica, e questo è una forma di commento sui processi di consumo delle immagini (anche architettoniche) proposti dalla cultura commerciale di massa. Con l’eccesso, Elastico insegue una firmitas impossibile e commenta una situazione di continua perdita di riferimenti. La materialità dei loro lavori assume una temporalità in sospeso tra incompiuto e già in rovina, segnata da una continua entropia. Non a caso i cimiteri realizzati dal gruppo a Villanova, Borgaretto, Pordenone e Budoia offrono una riflessione sulla morte nell’età del consumismo e sono fondati su un’incisione del terreno, un segno arcaico di presa di possesso del luogo, attorno a cui si organizzano dei percorsi sospesi tra introspezione e distante panoramicità. I visitatori entrano nella terra e attraversano una serie di frammenti tettonici in parte raggiungibili, in parte visibili solamente da lontano, quasi la compiutezza promessa dal raccoglimento non possa essere mai raggiunta.

 

Il tema del taglio, del canyon interno, della promenade architecturale introversa si ritrova anche in diversi lavori residenziali (Yuppie Ranch House, Top Gun, progetto per un isolato a Rovigo) ma qui assume echi protettivi quasi i progettisti volessero isolare dei momenti spaziali autonomi dal mare dello sprawl che li circonda. In quest’insularità sta forse il limite di un metodo progettuale che si misura in continuazione con la banalità del quotidiano ma non vuole mai scendere a patti con la normalità. L’eccesso, il dispendio formale e materiale dei lavori di Elastico appare a volte gratuito, un contorcersi insensato che reitera meccanismi di autoaffermazione propri della cultura residenziale piccolo-borghese. La ricerca disperata di un’immagine diversa non sempre salva dalla somma di individualità che è lo sprawl ma ne diventa inconsciamente complice.

 

La cultura architettonica italiana, a più riprese, ha visto l’alternarsi di grandi individualismi (si pensi a Mollino, Moretti, Scarpa, Pellegrin o allo stesso Marcello D’Olivo di cui Elastico ha progettato la Fondazione) che hanno cercato redenzione dall’ortodossia in una celebrazione della forma e del segno personale. In ciò, essi hanno proposto alcuni momenti di grande qualità e inedite aperture a tendenze internazionali ma non sono mai riusciti a creare un metodo (non è un caso che abbiano prodotto disastri quando si è cercato di imitarli) e sono rimasti legati al talento dei singoli individui. L’iperformalismo di Elastico può essere letto all’interno di questo filone che, se perseguito, rischia di isolarli in un provincialismo pago di sé ma incapace di fare scuola. Saranno gli anni futuri e l’augurabile salto di scala verso progetti collettivi più complessi, che potranno rivelarci se l’atteggiamento che emerge da questo libro è capace di crescere. Il culto dei frammenti infatti non sempre basta a colmare una mancanza di senso civico di cui si sente bisogno nell’architettura italiana contemporanea.

 

SCHEDA DEL LIBRO
ELASTICO SPA Stefano Pujatti Architetti
Architettura al Sangue
a cura di Luca Maria Francesco Fabris
Maggioli Editore 2008
pp. 286 € 44,00

 

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Recensione di Pietro Valle

Fonte: architettura.it

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