Leonardo Benevolo e Tullio De Mauro: parole e memoria nel tempo delle fake news

(di Marcello Balzani)

In questi ultimi giorni abbiamo salutato due grandi della cultura italiana del Novecento che hanno svalicato, ancora fertili d’idee e di prodigi, il nuovo millennio. Li metto insieme, Leonardo Benevolo e Tullio De Mauro, perché entrambi sono stati grandi con le parole (dette e scritte) e con la memoria verace, ovvero con quella capacità, tutta umana, che ci rende meno schiavi e più consapevoli.

Leonardo Benevolo, storico dell’architettura, architetto, urbanista, docente universitario, autore di una galassia di opere (le principali edite da Laterza) su cui noi architetti, per generazioni intere, ci siamo impegnati a comprendere, leggere e confrontare città e architettura, progetto e realizzazione, urbanistica e territorio, era nato a Orta San Giulio nel 1923.

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Nell’ultimo suo saggio critico del 2012, dal titolo “Il tracollo dell’urbanistica italiana”, Benevolo scrive che “L’eclissi del paesaggio italiano, avvenimento di rilievo mondiale, avviene nella generale indifferenza in un paese che, a partire dall’amministrazione dello Stato che ha delegato ogni competenza in materia, rinuncia volontariamente agli strumenti e alle politiche di regolazione, comprovati dall’esperienza internazionale, capaci di contribuire a invertire la tendenza. Credo che il racconto storico, dal dopoguerra a oggi, del processo di cambiamento della sostanza, e della considerazione politica e sociale, della materia urbanistica in Italia è certamente istruttivo. Per mettere in risalto i molti errori che hanno condotto alla situazione attuale ma anche i possibili punti di riferimento per concepire qualche concreta speranza di un futuro migliore“.

L’indifferenza e la mancata comprensione (anche storica) di un processo sono per Benevolo insopportabili, soprattutto dal punto di vista di uno studioso che ha sempre messo al centro l’importanza della memoria storica e di come il consolidarsi della realtà appartenga ad uno stratificato processo in divenire, di cui il paesaggio (e il suo stato di salute) sono spesso la cartina di tornasole. Nel racconto di Benevolo si intuisce tragicamente come “l’eclissi del paesaggio italiano” sia prima culturale e poi fisica e materiale: risultato anche di un analfabetismo funzionale, selettivo e virale, tanto caro alle ricerche di De Mauro.

Tullio De Mauro, linguista, docente universitario, Ministro della pubblica istruzione del secondo Governo Amato, collaboratore di riviste, giornali e trasmissioni radiofoniche e televisive, Accademico della Crusca, autore del “Grande dizionario italiano dell’uso” e della “Storia linguistica dell’Italia unita”, era nato a Torre Annunziata nel 1932.

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Per De Mauro, l’analfabetismo funzionale, vale a dire quando non si dispone “di competenze, di lettura e comprensione, logiche e analitiche, sufficienti a rispondere in modo adeguato alle moderne esigenze di vita e di lavoro”, è stato l’impegno e la grande ricerca degli ultimi suoi anni. “Le parole stanno bene. Anzi forse non sono mai state tanto bene nella nostra storia di popolo e di lingua. Siamo noi che non stiamo molto bene, perché molti di noi usano le parole, un po’ a vuoto, come viene viene, per fare impressione, per fare buona impressione. Questo sembra il segreto di molti annunci. Degli annunci che possono essere graditi ai più, senza preoccuparsi di dire come le cose annunciate poi si realizzano e diventano concrete”.

Sono parole di Tullio De Mauro, tratte da un’intervista che concesse a Leonardo Merlini nei giorni del Festival dell’Internazionale di Ferrara del 2014 dal titolo “L’importanza delle parole e dell’istruzione”. Per De Mauro il pericolo (ricordo alcune sue frasi riportate anche nel dibattito aperto sul blog di Beppe Grillo) si insinua nei 5 anni di scuola media superiore, che “girano a vuoto”. Il cervello dei giovani “si chiude nel proprio particolare” ed essi puntano a sopravvivere, consentendo alle “eventuali buone capacità giovanili” di atrofizzarsi rischiando di “diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale”.

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Un tema apertissimo, quello dell’uso consapevole delle parole e della memoria, che per chi scrive sul web, come il sottoscritto, è attuale e cogente dati i pericoli che comporta.

Un esempio? Nel pomeriggio di domenica 8 gennaio da Lucia Annunziata a “In Mezz’ora” sui Rai 3, Enrico Mentana, direttore del Tg La 7, e Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, si confrontavano proprio su come evitare la diffusione delle fake news e di come sia possibile manipolare l’informazione attraverso spin doctor istituzionali e testate informative ufficiali, complice del dibattito di Beppe Grillo e la sua ultima sollecitazione a formare “giurie popolari con il compito di controllare la veridicità delle notizie diffuse da stampa e tv”.

Si scrive poco e si scrive male. Si legge poco e si legge male, ovvero non si possiedono, il più delle volte, gli strumenti critici per decodificare le notizie e si annullano credibilità e autorevolezza di chi scrive nel magma di tutti i partecipanti re-attivi. Quindi fake news e spin doctor si alimentano degli effetti della medesima eclissi culturale connessa ai “processi di de-alfabetizzazione della popolazione adulta” (De Mauro).

Un pensiero, quello sull’importanza delle parole e della memoria storica, che un altro novantenne, Guido Ceronetti, (nato a Torino nel 1927) ben descrive nel suo ultimo microsaggio “Per non dimenticare la memoria”. Si legge nella premessa: “non cesserò di mettere in guardia i futuri (sperati) lettori di questo opuscolo perché, volendo conservare la loro memoria verace, imparino a preservarla dalla E-Memoria che va surrogando la realtà stessa, abbruttendo la gioventù e l’infanzia e, finché non avrà distrutta e resa schiava con tutti i suoi prodotti la mente umana, non sarà sazia di divorare”.

Una visione forse un po’ troppo apocalittica, ma nei giorni in cui salutiamo, anche dalle pagine di architetti.com, due grandi di parole e di memoria come Tullio De Mauro e Leonardo Benevolo, mi pareva opportuno attualizzare la loro profonda e lunga esperienza in ciò che capita tra le parole (dette in tv, e scritte sulla carta e sul web) in tempi di “terribili penurie di memoria e in gravissima perdita parallela di uso di scrittura” (Ceronetti).

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