Le Carré d’Art a Nîmes

Pubblichiamo un breve saggio critico dell’architetto Carlo Teoldi su Le Carré d’Art a Nîmes.

 

“Di passaggio a Nîmes, bella città francese del dipartimento “du Gard” (regione di  Languedoc – Roussillon) si possono visitare antiche architetture secolari (per esempio l’anfiteatro romano del I sec., e la Maison Carrée) ma anche un’architettura moderna esemplare, e già classica, inaugurata 17 anni fa – il Museo di Arte Contemporanea (le Carré d’Art) firmato da Norman Foster nel lontano 1993 (parliamo del secolo scorso !); il sopralluogo e la rivisitazione sono istruttivi sia per l’edificio in sé sia per verificare come resistono – o si adattano – al tempo le architetture contemporanee;

 

diciamo subito che la questione tempo è, per una architettura moderna – almeno di questo tipo – una questione che non si inscrive necessariamente e solo nella durata come un monumento antico, ma piuttosto come ….un Boeing 747 ! (che come sappiamo si misura in cicli decolli/atterraggi e non in anni); non stiamo parliamo quindi, di “pietre millenarie”;

 

anche perchè molte delle architetture di Foster (e della sua generazione di tecno-Maestri tra cui Piano, Rogers…) sono sì delle costruzioni contemporanee efficienti e funzionali ma anche esposte, consapevolmente, all’obsolescenza tipica del mondo delle “macchine” le quali, come sappiamo, sono suscettibili – per loro natura – ad essere sostituite con altre più efficaci, in linea con i tempi (cha cambiano incessantemente secondo gli anelli della catena del progresso);

 

ed anche perchè proprio alle “macchine” sono affini: per i materiali (spesso in prevalenza metallici o lega – o legno lamellare e vetro strutturale – e comunque trattati come se lo fossero), per i sistemi costruttivi (spesso a secco e con montaggi additivi di provenienza industriale, anche aeronautica..); per il processo costruttivo, il design, l’uso, gli apparati tecnologici ed energetici; per lo stile inteso come assenza di stile cioé di pre-giudizio formale ed infine dotate, oltre alla bellezza dell’utile, anche di seduttività espressiva della forma finale, – in questo caso della “linea” (seduzione: condurre-a-sé);

 

visitando Le Carré d’Art notiamo che la luce, e la dissimulazione della forza statica e di gravità a cui è inevitabilmente soggetto un edificio, hanno guidato l’intero progetto e ne hanno determinato la forma: ampie superfici vetrate perimetrali ed in copertura; all’interno, parapetti immateriali in vetro trasparente o traslucido di gradini/gradoni della scenografica scalinata interna, che offre al visitatore la prospettiva della piazza;

 

il volume esterno è protetto da brise-soleil che modulano l’irraggiamento e distribuiscono l’ombra con discrezione – creando trasparenze in “penombra”; l’alto portico è dotato di  esili e slanciate colonne metalliche – che sostengono la pensilina; fanno da contrappunto alle colonne in pietra della Maison Carrée, dall’altro lato della piazza, ed instaurano un dialogo tra antico e moderno, tra gravità e leggerezza, tra “stile” architettonico e “design” architettonico (e i due termini non sono casuali – ci sono di mezzo secoli);

 

va detto che, strutturalmente, il fatto che le colonne del portico sostengano una pensilina che, a sua volta, è soggetta, ipotizziamo, solo o prevalentemente al peso proprio (leggero) e non al tipico carico neve (e vento) di un tetto tradizionale o altri accidentali – infatti protegge solo dal sole – permette questa snellezza estrema (al riparo dai rischi d’inflessione e carico eccentrico) che si traduce in eleganza di design;

 

(definizione di eleganza secondo Paul Valery: “elegantia – è libertà ed economia rese manifeste alla vista – spigliatezza, facilità nelle cose difficili; trovare senza aver l’aria di aver trovato; portare/sostenere senza aver l’aria di avvertire il peso – sapere senza lasciare vedere che si è imparato; è insomma giungere a sopprimere l’apparenza, se non proprio la realtà, del prezzo che le cose preziose sono costate”);

 

i materiali sono vetro, acciaio ed alluminio, ossatura portante e solette in c.a con pilastri cerchiati – finitura in cemento lucidato; la tinta cromatica dominante è il bianco – che forse soffre un po’ il tempo perché vira impercettibilmente al giallo; ma al crepuscolo si illumina di colori vivi e variabili – la scalinata di accesso frontale esterno funziona come un “piedistallo” (che suggerisce vagamente un tempio Maya) e vi è un classicismo diffuso che permea l’edificio rendendolo atemporale – ma fino alla fine del secolo scorso;

 

la luce che entra in copertura è filtrata e distribuita da una membrana/tessuto tesa all’intradosso – con un sistema analogo a quanto realizzato da Piano nel padiglione Twombly a Huston, vicino alla Menil Collection; il Musée si incrive nella tradizione dei “tecno-architetti” di rendere a-stilistico l’involucro per valorizzare le opere esposte – utilizzando la luce naturale come “materia prima” ed una organizzazione funzionale degli spazi – e degli impianti – di sofisticata allusione industriale ma come una grande tela bianca a disposizione degli artisti che via via animano gli ambienti espositivi;

 

vi sono anche una biblioteca, mediateca, book-shop, caffetteria, uffici, depositi..; a parte la facciata frontale “nobile”, i tre lati dell’edificio sono molto sobri – forse troppo – e ripetitivi – ma insomma il linguaggio laterale e posteriore sceglie “l’understatement” di un grande volume silenzioso: per parlare davanti a chi si ferma ad ascoltare – e sono in tanti tra residenti e turisti;

 

per concludere un’osservazione – solo per dovere di critica: il classicismo e la modernità ancorano tuttavia l’edificio… al secolo appena terminato; perché mi azzardo a dire questo? perché dagli anni ‘90 in avanti si è diffuso il computer e con esso i programmi di progettazione e calcolo e , con essi, si è diffusa l’esplorazione della forma libera delle mesh e dunque spesso la forma curva, inflessa, a sella in doppia curvatura, iperbolica.. – intesa oggi come espressione razionale, non solo decorativa, ed equivalente alla linea retta di ieri – ma è questo che fa la vera differenza: la sensualità della materia è una conquista recente che caratterizzerà questo secolo; a cui però il Foster di questi ultimi anni non si sottrae ed infatti molti suoi progetti recenti sono usciti dall’ortogonalità geometrica euclidea e della linea retta per abbracciare forme complesse e più sensuali – più umane o umanoidi – vicine alla geometria della relatività… che cento anni dopo è planata, più o meno consapevolmente,  sui tavoli dei progettisti come esperienza quasi quotidiana (ma questo, naturalmente, è tutto un altro argomento)”.

 

di Carlo Teoldi

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