Lavoro Architetto all’Estero: metà dei laureati ha le valigie pronte

Il 49% dei laureati in architettura è pronto ad andare: se si presentasse un’offerta di lavoro estero da architetto, non ci penserebbe due volte e partirebbe. A dirlo è uno studio dell’associazione “Donne e qualità della vita”, svolto su 1000 laureandi negli atenei italiani di età compresa fra i 24 e i 28 anni ma non nego che quello che i colleghi dicono e fanno è proprio la stessa cosa. Non molto tempo fa, dovevo incontrarli a un evento e, alla fine, molti di loro non sono venuti perché impegnati all’estero per motivi di lavoro. Il fatto è che non era una scusa: era vero.

Il motivo principale è la sfiducia nelle possibilità di lavorare in patria. Gli Architetti sono quelli che hanno meno sfiducia, seguiti, dagli archeologi, tra i quali il 35% sarebbe disposto a scappare. Meno pessimisti gli ingegneri: al 19%.

A titolo informativo, vi do anche altri dati. I primi ve li forniscono con un sottotitolo: eh, per forza! I laureati in settori contigui all’ambito turistico alberghiero che pensano di andare via sono il 15% dei casi;  nel settore agroalimentare solo il 9%, farmaceutico 16%, ambientale 22% e giurisprudenza 16%. Per forza perché la prospettiva lavorativa per loro è più rosea, quindi c’è più ottimismo. Il 43% dei laureati in lingue e letterature straniere pensa di espatriare dopo il diploma di laurea, quelli del settore delle discipline artistiche e figurative se ne vogliono andare al 17%.

Il lavoro estero da architetto è quello più desiderato perché in Italia gli architetti sono tra le categorie che trovano meno lavoro di tutte. In generale, i 300mila posti in più messi in evidenza da Renzi si riscontrano solo se ci si riferisce al momento peggiore dell’occupazione in Italia: il 2013. Se si guardano gli ultimi 12 mesi, il bilancio dell’Istat è modesto: solo 75mila occupati in più a ottobre 2015 rispetto allo stesso mese del 2014.

Il 2016 segna la scomparsa dei contratti a progetto ma non delle collaborazioni, delle co.co.co., che continuano a essere lecite in tutti quei casi in cui non nascondo lavoro dipendente. Sono fatti salvi i rapporti di collaborazione con le società di iscritti ad albi professionali (tra cui gli architetti). Per sommi capi, queste le novità del Jobs act, dopo le quali il governo punta a rafforzare la posizione di professionisti e autonomi.

Tra i laureati in architettura, un anno dopo la laurea, secondo il rapporto aprile 2015 di Alma Laurea, il tasso di occupazione è pari al 49%. Tra uno e cinque anni dal titolo si registra un miglioramento del tasso di occupazione: gli Architetti occupati sono l’87%, con un guadagno mensile medio di 1.188 euro.

Questi i dati e le novità legislative. Sono molti i casi che dimostrano che è vero (come dicevo sopra) che gli architetti sono i più favorevoli alla fuga. Ma possiamo anche affermare che ci sono anche casi che dimostrano il contrario: in Italia si può lavorare grazie ai concorsi, non è una chimera. Quello che bisogna fare è partecipare molto, per avere le possibilità di vincere. Il lavoro è assolutamente poco redditizio, perchè si tratta di fare progetti fare progetti fare progetti e magari poi non vincere e non fatturare niente. Ma per avere le strade aperte, bisogna farlo. La soluzione di andare all’estero è quella che porta a un lavoro economicamente più sicuro, questo bisogna dirlo.

Detto tutto ciò, il quadro rimane preoccupante perché un tasso di disoccupazione a un anno dalla Laurea pari al 49% è grave ed giustificata la disponibilità degli architetti giovani laureati di andare all’estero una volta trovata una proposta di lavoro estero da architetto. Questo è quello che penso. Voi, che ne pensate?

di Enrico Patti

 

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