La progettazione LOW, sostenibile e democratica

(di Marcello Balzani) L’edonismo di massa sembra perdere colpi per colpa di alcuni difetti di previsione/gestione finanziaria a scala globale, costruita sull’onda della “pressione massiccia dei promotori immobiliari e del business della gentrificazione”, che era stata “aiutata dalla fine del calvinismo ascetico  e profetico” (Giandomenico Amendola). Per vendere bisogna che il prodotto sia non “il migliore” (caratteristica connessa a concretezze contestuali, relative e razionali) ma che sia “il più bello”. Una tendenza iperestetica, che impone l’architettura di marca (realizzata da Stararchitects), la pubblicizzazione mediatica, l’amplificazione intenzionale del “grido” finalizzata a catturare, con la griffe, una notorietà appagante e ben pagata nel “grande schermo” in cui si identifica la “grande città contemporanea”, estranea ai bisogni dell’alterità (humus e materia vivente del tessuto territoriale di cui è invece costituita la maggioranza dell’epidermide antropizzata del pianeta).

 

Ma i consumatori sono ormai difettosi, cioè “insoddisfatti della società dei consumatori” scrive Zygmunt Bauman nel suo famoso “Vite di scarto” e sembrano non avere altre certezze perché il “disagio odierno è diverso: è legato ai fini anziché ai mezzi”. Pensare ai fini significa definire un processo, comprendere una realtà per sviluppare un nuovo status dove la competitività si esprime su diverse piste e con diversi obiettivi. Molti oggi vengono rifiutati, o messi nella condizione di sentirsi un rifiuto, perché il modello comportamentale (e progettuale) cerca di convincere che le risorse e gli utensili acquisiti non servono a risolvere i problemi e bisogna recuperarne e acquistarne sempre di nuovi.

 

Forse progettare e realizzare low può stimolare lo sviluppo di una coscienza, che riesca a rendere giustizia del termine cultura, intesa come possibilità di conservare e trasmettere ciò che si è appreso, per stabilire l’esistenza democratica di un “titolo di appartenenza alternativo” (Bauman) altrettanto degno di esistere liberamente.

 

[…] Progettare e realizzare low significa mettere a frutto per nuovi sviluppi aspetti difettosi e autodegenerativi di una società in cui gli “antagonismi insocievoli” (Dahrendorf) vengono continuamente prodotti (e anche in parte velocemente metabolizzati).
Progettare e realizzare low può anche essere un modo per “insegnare l’identità terrestre” (Edgar Morin), per far attecchire una consapevolezza solidale, che riduce gli antagonismi e rende possibile la comprensione dell’apparente “insostenibile complessità del mondo” (Morin). Un mondo policentrico e ricco di diversità dal quale dobbiamo far crescere (educandoci e nutrendoci bene) una coscienza.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Low”

 

Nell’immagine, Interventi di edilizia economica popolare in Cile, studio Elemental

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