La progettazione del piano orizzontale nella scena urbana

(di Marcello Balzani) Il piano orizzontale è un ambito dello spazio molto particolare. Da un lato su di esso si esplicano tutte le azioni della vita umana, dall’altro si materializza il senso della gravità attraverso la funzione di supporto e di sostegno. Dalla nascita alla morte siamo connessi […] al “mondo orizzontale” che, inoltre, rappresenta, diversamente da quello “verticale” che ci circonda e che ci avvolge, un ambito esteso e continuo. Estensione e continuità sono due caratteristiche importanti che ne delineano una valenza fondamentalmente bidimensionale. Un grande foglio da disegno gettato a terra su cui compiere azioni creative, delineare immagini e forme che attivano azioni percettive (direzione, centralità, ecc.) e significazioni simboliche.

 

Un mondo di segni che devono essere tradotti con materiali. I contrasti di colore, di pezzatura, di montaggio, di lavorazione superficiale costituiscono le principali corde espressive che da sempre sono state suonate per interpretare e valorizzare il clima e l’identità di un contesto urbano, il rapporto con il volume edificato, la definizione di un atto fondativo.

 

Un atto fondativo che è anche un atto di nascita. Veniamo al mondo e durante i primi mesi e i primi anni riconosciamo il mondo toccando la realtà, sfiorando continuamente il piano orizzontale […]: crederemo di possedere il verticale (il volume elevato di muri, pareti, soffitti) ma sarà solo una percezione visiva mentre il piano di calpestio sarà l’unico vero continuo cordone ombelicale che rende aderenti al mondo.

 

Un gioco di sensibilità che si sviluppa dall’estensione infinita (x,y) in una variazione verticale (quella della z) di un “delta” di pochi centimetri, che scorrono dai millimetri di un giunto di stilatura o di una gradinatura fino ai centimetri di un’alzata di un gradino o di un cordolo di marciapiede. Sono apparentemente poca cosa rispetto alle “grandezze” della volumetrica verticalità, ma sono comunque entità che possono tuttavia costituire, se non correttamente prese in esame, invalicabili diaframmi per molte categorie di persone (e non solo con esigenze particolari).

 

Se proviamo a pensare a quell’indistinto essere “quadrupede all’alba, alto nel giorno e con tre gambe errante nel vano ambito della sera”  (ricordando il quesito che la Sfinge porse a Edipo per mezzo delle parole del poeta argentino J. L. Borges) forse ci possiamo meglio rendere conto come durante la nostra vita, entrando in una continua metamorfosi, anche la realtà che ci circonda deve adattarsi al nostro mutare. Un piano di calpestio, quindi, che deve essere per tutti, un luogo destinato a non selezionare, a non dividere gli utenti e le persone, ma a connettere, riunire, diffondere le qualità dei luoghi e dei percorsi. Essendo il piano della pavimentazione l’arena dell’azione umana (come diceva Rudolph Arnheim)  i fattori funzionali prevaricano a volte quelli formali e il piano orizzontale viene scorrettamente relegato a svolgere un ruolo di completamento riduttivo e banale.

 

Il progetto di riqualificazione della scena urbana, invece, struttura buona parte del suo valore e investe risorse sul piano di calpestio per ottenere un risultato; senza la trasformazione della morfologia, della pavimentazione, del mondo degli arredi funzionali che da esso si generano, sarebbe molto complesso contribuire ad un recupero di qualità urbana.

 

Immagini come quella della campagna pubblicitaria della Barilla-Mulino Bianco di alcuni anni fa ci aiutano a comprendere meglio come […] una potente trasformazione del piano orizzontale (da pietra a prato) contribuisca a modificare completamente la scena urbana e l’immagine della città.

 

[…] Tutto questo rappresenta anche un desidero, un’esigenza di significato: che fare in questi luoghi urbani, come intervenire? Sono ancora i luoghi dello stare insieme, l’agorà antica, i centri del commercio e della vita? O forse la città contemporanea sta metabolizzando tutto in un veloce e complesso caleidoscopio e il cittadino consumista si ritrova più felice e identificato nei non-luoghi dell’ipermercato e dei divertimento?

 

Ronald Barthes scriveva che lo spazio urbano delle città, diversamente da quello dello spazio racchiuso, possiede una problematica caratteristica comportamentale. Esso viene vissuto in disattenzione. Non è il luogo della auto-referenzialità in cui le regole dell’azione possono essere trascritte dalle architetture in un logico (quanto sensato) processo di forma-funzione. Nella scena urbana tutto è diverso. Tutto “pesa” diversamente e nulla quanto il piano orizzontale prende potere per condurre noi (disattenti attori) nell’arena della scena umana […].


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Orizzontale”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, The High Line, Diller Scofidio + Renfro. Courtesy of the City of New York

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