La modularità in architettura e nella percezione delle diverse forme del reale

(di Marcello Balzani) Un primo chiarimento (tanto perché il vento possa pulire il cielo dell’argomentazione dal condensato minaccioso di nubi portatrici di significati, simboli, valori aggiuntivi): la questione è astratta. Un’astrazione potente, vigorosa, talmente chiaroveggente da poter assurgere (in alcuni momenti della storia) anche a depositaria di verità, rispondente al bisogno di attribuire regole alla concretezza. In qualche modo è un ossimoro concettuale che nel processo creativo volto alla realizzazione di oggetti, di edifici, di luoghi della vita appare come una costante applicativa necessaria, di quelle di cui non se ne può fare a meno. Perché, se anche si rifugge dal modulo nel processo di libertà espressiva, poi alla prova dei fatti, […] nulla come il modulo risolve mille problemi di rappresentazione, di comunicazione tra idea-invenzione e macchina produttrice, tra componente e spazio che lo ospita.

 

Da un lato quindi un’astrazione che impone un’ideologia, un pensiero capace di definire le regole del mondo (e per gli architetti dello spazio), dandosi un modus, una misura, che poi diverrà metron, acquisendo un valore di eguaglianza contro l’ingiustizia e l’arbitrarietà di un potere localistico atomizzato nella variazione e nell’incessante obbligo (costoso e insensato) di equivalenze su equivalenze.
Dall’altro un’astrazione con radici profonde nell’idea di configurare lo spazio cercando regole nella natura del mondo e nella nostra. È la ricerca della “delizia sensibile delle cose in giusta proporzione” (Tommaso d’Aquino), dell’idea che esista un’armonia esprimibile con la geometria e la matematica e che nei numeri, nel mistero che alcuni di essi contengono (la successione di Fibonacci, la sezione aurea), si possa trovare una nuova misura per comprendere il metro, il piede-pollice, l’occhio e l’orecchio.

 

Molto interessante, infatti, è la sinestesia concettuale del “problema modulo”. Una valenza plurisensoriale capace di interrelare elementi di forma, di colore, di suono con similitudini geometrico-matematiche inattese. Le Corbusier, nel preambolo de “Il Modulor” si chiede come sezionare la continuità di un fenomeno sonoro, come poter tagliare il suono secondo una regola accettabile da tutti, ma soprattutto efficace, capace di flessibilità, diversità, sfumature, ricchezza, semplice, maneggevole e accessibile. Tutto parte dall’idea che per quanto concerne il linguaggio e la scrittura musicale la civiltà bianca si è riuscita a dotare, nel corso dei millenni, di strumenti di lavoro utili al pensiero musicale, mentre ciò non accadeva per i fenomeni visuali, per le cose visive come le chiama Le Corbusier.

 

[…] Perché l’umanità ha sempre cercato di trovare delle regole, delle misure che descrivessero meglio la realtà: dall’ordine antico, a quello rinascimentale fino al Modulor di Le Corbusier? Cosa esprime questa necessità, che ritroviamo incompresa e solo parzialmente espressa ovunque intorno a noi? Sembra essere un bisogno, facente parte di quella percezione delle forme del reale che identifica una creatura viva, a cui dobbiamo relazionarci con spiccata e raffinata sensibilità, esattamente come avviene negli esseri umani durante la magica coniugazione tra sistema udito e sistema nervoso. Nulla di più astratto e nulla di più concreto (con emozione e logica insieme).

 

Se poi si considera come i fenomeni musicali producano anche azioni motorie, rapporti e stimolazioni dinamiche e di come permettano di penetrare la quarta dimensione (di cui l’architettura è un valido esempio realizzato) è ancora più facile capire come certi desideri non siano marginali. “Teniamo il tempo della musica senza volerlo, anche quando non siamo consapevoli di prestarle attenzione, e con il volto e le posture del corpo rispecchiamo la ‘trama’ della melodia, insieme ai pensieri e ai sentimenti che essa provoca!” (Oliver Sachs).

 

Una trama che in qualche misura dipende da ciò che siamo nei nostri circuiti neurali e nel bisogno di non essere mai indifferenti alla vita e alla realtà che ci circonda.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Modulare”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, Kengo Kuma & Associates, Casalgrande Ceramic Cloud, Casalgrande, Reggio Emilia. Foto © Marco Introini

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