L’Architettura scende in ‘Campo’, agricoltura urbana in USA

Mentre fino a qualche anno fa per sentirsi green i progettisti sognavano un tetto giardino sopra la propria testa, oggi l’architettura sperimenta una nuova frontiera del “tetto verde”: urban farming o agricoltura urbana, la coltivazione di aree urbane dismesse o ancor meglio una bella distesa di campi sui tetti delle città.

 

L’argomento è molto di tendenza e, come spesso accade, le esperienze più significative vengono dal mondo anglosassone: oltreoceano da diversi anni si trova in prima linea la California con il progetto Little City Gardens iniziato nel 2007 a San Francisco da due intraprendenti signore sull’onda della passione per il giardinaggio e dell’aura green che da sempre ricopre la città, a Buffalo la rigenerazione urbana porta il nome di Artfarms mentre New York vanta uno dei più grandi orti urbani del mondo, il Brooklyn Grange, insomma la Grande Mela è sempre più verde.


L’agricoltura urbana trasforma lotti abbandonati nel cuore (o nella periferia) della città in fiorenti giardini dell’Eden, dove si coltivano prodotti generalmente biologici e a Km zero, produce lavoro e rafforza il senso di comunità e vicinato, agevola il consumo di cibi freschi e poco elaborati, li rende più accessibili alla popolazione urbana grazie ai farmers markets e alla vendita diretta.
Il tema healthy food è molto sentito negli Stati Uniti, ne sono portavoce cuochi di grido come Alice Waters, Jamie Oliver e come è noto la first lady Michelle Obama, ma l’argomento diviene ancor più interessante, soprattutto da un punto di vista architettonico e morale, quando nel creare un orto urbano si riesce addirittura ad evitare il “consumo di suolo”.

 

Questo aspetto rende particolarmente importante l’esperienza Brooklyn Grange: l’iniziativa parte nel 2010 da un gruppo di persone che prende in affitto i tetti di due edifici nei quartieri di Brooklyn e Queens e li trasforma in orti coltivati. Ad oggi la cooperativa vanta 14.000 metri quadri di superficie coltivata in maniera interamente sostenibile grazie alla consolidata tecnica del tetto giardino e alla consulenza dello studio newyorchese Bromley Caldari Architects che si è occupato della componente strutturale e tecnica: alla base della florida produzione agricola giace un pacchetto tecnologico composto da strato di tenuta e barriera anti-radici, strato di drenaggio e un particolare substrato di crescita denominato Rooflite, un mix di terriccio poroso e compost organico proveniente dall’azienda Skyland in Pennsylvania.

 

Agli scettici che giustamente temono il malsano connubio tra inquinamento urbano e salubrità dei prodotti, il team di Brooklyn Grange ha risposto sostenendo che gli orti che crescono in cima ai loro edifici, proprio in virtù della loro posizione, sfuggono all’inquinamento più pericoloso dovuto ai metalli pesanti e alle polveri sottili che essendo più dense dell’aria non raggiungono altezza sufficiente per nuocere al raccolto.

 

Un’interessante realtà a cui guardare, soprattutto in tempi in cui parte della realtà italiana  apparentemente sostenibile ha preferito travestire il consumo di suolo agricolo chiamandolo ironicamente “parco fotovoltaico”; in questa contraddittoria realtà l’architettura potrebbe redimersi e ritrovare il proprio ruolo nella cultura del costruito scendendo finalmente in “campo”.


di Simona Ferrioli


SCHEDA PROGETTO
Urban farming –  Brooklyn Grange


Luogo
New York-U.S.A.


Date
2010 – in corso


Per ulteriori informazioni
www.brooklyngrangefarm.com
www.littlecitygardens.com
www.terrainsvagues.org

 

Nell’immagine di apertura, vista dall’alto del grande tetto coltivato Brooklyn Grange. Foto © Bromley Caldari Architects

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