L’architettura risolve la dicotomia oppositiva naturale/artificiale

(di Marcello Balzani) Ambiente, bisogni, fecondazione, forze, intelligenza, spazio, sono solo alcuni dei termini che possiedono la capacità di introdurre l’ambivalenza naturale/artificiale e mentre il pensiero prova a chiedersi il perché di questo fossato largo, così separatore di oggetti appartenenti a categorie così diverse, salta fuori dalla pagina un’altra domanda: ma l’umanità dove si colloca?

 

Già, perché come osserva bene Lévi-Strauss, l’uomo possiede la straordinaria capacità di separare elementi in categorie oppositive producendo il bisogno, subito dopo, di generare anche polarità concettuali intese spesso in modalità troppo assolute: umanità contrapposta all’animalità, naturale contrapposto a soprannaturale prima e ad artificiale poi, oppure uomo (culturale e domestico) contrapposto ad animale (naturale, selvaggio).

 

[…] L’uomo è artefice degli artefatti e quindi è anche il manipolatore per eccellenza, generando l’infondato equivoco antropomorfico che tuttora veicola la maggior parte delle argomentazioni. Se l’uomo è parte della natura e quindi appartiene di diritto alla categoria naturale (come i castori e le api) perché i suoi artefatti, le sue architetture, sarebbero artificiali e quelli degli animali no? È una prospettiva antropomorfica che ha radici lontane, tradizionali, riferibili alla filosofia antica in cui è la differenza dell’artefice a fare la differenza.

 

[…] Ma, come spesso accade, quello che conta non è solo il legame tra la natura umana e il mondo naturale ma anche la concezione che viene scelta e individuata per descriverlo (Amsterdamski). Dall’idea naturalistica di Diderot a quella culturalistica alla Lévi-Strauss o alla Lorenz, di acqua (naturale) ne è passata sotto i ponti (artificiali)! Forse i due universi sono solo traslati nel tempo, forse sono identici o meglio ancora compenetranti. Provare a pensare cosa implica un tale ragionamento in chiave evolutiva o in una logica interpretativa come chiede l’evoluzionismo genetico determina una visione tutta ribaltata delle azioni: molte cose (fenomeni, prodotti, linguaggi) appaiono prima ma sono costruite e tramandate nel patrimonio genetico ereditato di caratteristiche acquisite.
L’architettura sembra un fantastico esempio di tutto ciò
.

 

Per mezzo dell’elaborazione di linguaggi stilistici, di magisteri d’opera e di (a volte solo apparenti) progressi tecnologici, l’architettura trasmette e trasforma: il patrimonio genetico ereditato (forme e teorie della tradizione) attraverso caratteristiche acquisite (magisteri d’opera) vengono trasferite (traduzione) nel presente/futuro (innovazione).

 

La cosa straordinaria è che questa dicotomia oppositiva pone aspetti di grande interesse:
– un primo aspetto riguarda l’azione di coscienza e di consapevolezza impressa nel progetto. L’architettura è un prodotto potenzialmente attivo ed adattativo per innescare un approccio dall’esterno (senza mediazioni contestuali) e dall’interno (in un cui le caratteristiche specifiche del soggetto contano). Natura e artificio coesistono attraverso l’architettura e il ruolo duale si esprime sempre nel doppio senso: da un lato le architetture come artefatto umano si configurano alla stregua di potenti strumenti per la trasformazione del mondo, dall’altro sono anche mezzi a volte estremamente raffinati per adattarsi ad esso;

 

– un secondo aspetto apre al valore che il sistema simbolico può introdurre. Come si fa a pensare che il percorso della conoscenza umana possa essere simile al percorso di adattamento animale? Il pensiero simbolico costituisce un incredibile elemento di diversificazione: l’uomo è la canna pensante di Pascal ma è anche colui che trasforma la sua situazione esistenziale circondandosi “di forme linguistiche, di immagini artistiche, di simboli mitici e di riti religiosi a tal segno da non poter vedere e conoscere più nulla se non per tramite di questa artificiale mediazione” (Cassirer).

 

E allora l’architettura è forse una di queste artificiali mediazioni?

 

[…] Credo che “l’aggrovigliata trama dell’umana esperienza” possa ancora renderci partecipi della (spero consapevole) impossibilità di un riconoscimento completo del mondo che ci circonda.
E dobbiamo provare ad esserne coscienti.
La dicotomia oppositiva naturale/artificiale è lì apposta per ricordarcelo ogni momento.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Naturale/Artificiale”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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