L’architettura è un evento online o offline oppure Open Source?

(di Marcello Balzani) “Le città contemporanee sono dei cestini della spazzatura per problemi creati nello spazio globale e per i quali non possono fare nulla. I nostri problemi sono senz’altro un prodotto globale ma le soluzioni sono demandate a coloro che risiedono nelle città. I centri urbani, in particolare i più estesi, sono costretti ad agire come laboratori di sperimentazione e progettazione delle soluzioni alle diverse situazioni, prima che queste diventino operative. Le città sono l’ultima speranza per un’azione collettiva veramente efficace.”

 

Queste parole sono state dette all’evento finale del Meet the Media Guru 2013 sul palco del Dal Verme di Milano da Zygmunt Bauman. Un evento liquido, come scrive Maria Grazia Mattei nell’introduzione del piccolo ma illuminante volumetto “La vita tra reale e virtuale” che riporta il testo-conferenza del famoso sociologo, edito da Egea nel 2014. Un evento liquido che ha permesso a Bauman (con altri 750.000 utenti connessi in rete) di “condividere alcuni pensieri” (perché lui non si sente certo un guru) in merito ad alcuni “profondi cambiamenti che si sono prodotti nella nostra vita negli ultimi due o tre decenni”.

 

La vita che muta è quella che ci fa stare almeno sette ore di media davanti al muro di vetro. Una vita divisa tra i due mondi: quello dell’online e quello dell’offline generato dall’avvento del primo per contrappasso. Una vita in cui la rete appare come un sorta di comfort zone in cui i conflitti (quelli che comunque in qualunque modo nella vita offline ci attendono e chiedono di essere risolti) sono minimi o annullati per la relazione in condizioni di basso rischio e alta condivisione tra chi la pensa allo stesso modo: la gated community. Bauman presenta un interessante parallelo tra progresso e memoria, tra facilità e fragilità e cerca di concentrare il suo pensiero sui danni collaterali piuttosto che sugli indubbi benefici.

 

Danni collaterali che, per quello che riguarda gli architetti, si concentrano soprattutto nel fatto che la perdita dell’incubazione delle informazioni, non risiedendo più nel nostro cervello, cambia il modo di lavorare e riciclare della nostra mente, di “fare sintesi, riformulare e riordinare” cose sparse “diffuse e disordinate che già si trovano da qualche parte nel nostro sistema nervoso”. Insomma danni collaterali, a lungo termine, sulla creatività umana. Ecco perché, riprendendo la citazione iniziale, le città possono diventare un luogo importante per sperimentare nuovi modelli (di azione collettiva) condivisi e diversamente partecipati.

 

La pensa allo stesso modo Carlo Ratti e il suo gruppo di Senseable City Lab, partendo tuttavia da un assunto che non trova la rivoluzione digitale produttrice di implicazioni critiche come la superficializzazione delle informazioni e la fragilizzazione dei rapporti umani.  Per Carlo Ratti il potenziale della rete permetterà, invece, di passare dall’architettura forgiata e controllata dall’architetto prometeico ad un coinvolgimento capace di innescare (come è stato in altri periodi della storia dell’umanità) una reale e concreta partecipazione degli utenti. Costruire nuove armonie, perché oggi “le persone sono più lontane che mai dal percorso progettuale e modelli nuovi di approccio collaborativo open source potrebbero sortire effetti interessanti”.

 

Nel suo ultimo volume “Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta” (Einaudi, 2014) Carlo Ratti delinea, dalle attuali linee di ricerca, un futuro un cui si possa operare attraverso una produzione democratizzata, con tipologie dal basso, adattabili a livello locale e riproducibili, “prodotte da cittadini che non usano solo un capitale finanziario ma anche il capitale sociale di cui dispongono”, come quando si costruivano insieme i granai. “L’architettura open source è presentata come un’innovazione, ma in realtà si tratta del vernacolare con una connessione a Internet.”

 

In questo caso il progetto collaborativo costituisce il seme per far attecchire un laboratorio di sperimentazione che fa leva proprio sui problemi che sono alla base delle criticità in atto (crisi dello sviluppo economico, della giustizia sociale e dell’economia del lavoro, risorse scarse e modelli di professione tecnica e pianificazione in disfacimento). In qualche modo viene tradotto il principio dialogico di Bauman per la condivisione delle conoscenze (anche in rete), attraverso i tre ingredienti del sociologo angloamericano Richard Sennett: il dialogo deve essere informale, aperto e collaborativo. Ma importante sono sempre i gradi di diversità (che fanno cultura) non di omologazione!

 

Se il futuro sarà la condivisione dei file di progettazione è facile comprendere come molti degli attuali ruoli disciplinari e professionali scompariranno…
Forse in questo breve editoriale ho prodotto una fusione a freddo tra Bauman e Ratti ma ne valeva la pena, anche per non smettere di essere mai curiosi, attraverso l’impegno, l’immaginazione e la determinazione… (cfr. Goethe)!


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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