L’architettura domina la luce o la luce domina l’architettura?

Il Salone del Mobile, ogni anno, rappresenta (anche) un’occasione per stilare una personalissima classifica dei migliori stand. Euroluce, biennale dell’illuminazione che si tiene all’interno del Salone, rende questa occasione ancor più ricca di spunti.

 

Quest’anno la crisi non ha aiutato Euroluce: alcune, non tutte, aziende hanno deluso. Non è solo colpa della crisi: la responsabilità, a volte, è della mancanza di idee da parte dell’azienda o dei progettisti.
Se alcuni hanno lavorato male, altri hanno progettato molto bene. Non svelerò tutta la mia classifica finale, un elenco noioso di nomi, ma segnalerò uno degli stand meglio progettati e più “diversi” di Euroluce 2013: quello di Lucifero’s.

 

 

La caratteristica fondamentale dell’allestimento (progettato dall’architetto Denis Zaghi e dal light designer Luca Turrini di Format Design Studio) è la relazione innescata tra tutti gli elementi del progetto, non solo la luce.
Non solo la luce: proprio questo era il fattore che colpiva di più. La luce era lì, ma era lì come erano lì tutti gli altri elementi, e i materiali. Si recupera un concetto molto tradizionale di stand inteso come contenitore dei prodotti; i prodotti, però, non sono (solo) semplici “punti” nella parete o nel soffitto, ma oggetti che  necessitano di uno spazio speciale. E anche negli spazi riservati, il materiale scelto per descrivere ciascun punto espositivo (o “scrigno”: scatole in cui erano esposti alcuni prodotti, dalle novità a i classici di Lucifero’s) giocava un ruolo essenziale. Questo perché i materiali (metallo, cemento e legno) erano utilizzati allo stato naturale, con colori grezzi. In questo modo il prodotto si inseriva perfettamente nell’architettura, diventava un suo strumento: non era in primo piano, perché la scena la rubavano i materiali, ma rimaneva isolato, scostato rispetto al centro, funzionale al materiale architettonico e all’architettura.

 

L’idea di porre la luce al servizio dell’architettura, rispettata nell’esposizione dei prodotti, si perdeva invece nell’installazione illuminotecnica “Shine a light” e nelle proiezioni di luce che occupavano la parete di fondo, la più grande, e che rubavano la scena al dettaglio, all’utilizzo del colore naturale dei materiali e alla loro disposizione, caratteristiche principali del progetto architettonico. La luce riproduceva linee sulla parete, grazie a uno studio illuminotecnico abbinato all’utiliizzo sapiente della computer grafica: uno show di luci decisamente accattivante. Non solo: un gioco cervellotico e quasi straniante che catturava l’occhio, se la nostra attenzione si lasciava prendere dalle linee e dalla storia raccontata dalle immagini.
Quelle linee creavano disegni e movimenti calibrati al millimetro. L’accuratezza con cui questo progetto illuminotecnico disegnava la luce e la sua spettacolarità ponevano al centro della scena la luce stessa, privando l’architettura dell’importanza che in realtà rivestiva, ed era importante che rivestisse.
Da un lato lo stand era caratterizzato dagli “scrigni” dei prodotti, dall’altro dalla parete bianca/schermo “aggredita” dall’illuminazione. L’osservatore era costretto a dividere i due luoghi per apprezzare sia la materia e i prodotti, sia la luce e la sua spettacolarizzazione computerizzata. L’isolamento della proiezione, il suo essere “confinata” in un lato dello stand, non era però sufficiente per permettere al visitatore di pensare che, davvero, la luce fosse al servizio dell’architettura.

 

D’altra parte, gli “scrigni” rappresentavano un vero e proprio “piccolo mondo” in cui ci si poteva isolare trovando (o ritrovando) la concentrazione per prestare attenzione ai prodotti: bella idea quella di isolarli dal resto. La materia circondava le “scatole”, il colore grezzo e naturale esponeva ancor più il rifugio bianco dei prodotti. Ottima la scelta del contrasto bianco vs cemento vs ruggine del metallo vs legno del parquet. Si legge nel sito di Denis Zaghi: “Nel contesto materico, primitivo, vibrante si innestano quattro scrigni isolati, algidi, asettici, a contenere le collezioni; quasi scrigni di luce nei quali i prodotti sono ‘congelati’ ed esaminati in modo non più emotivo ma tecnico, astratti dal naturale contesto. In questo confronto esistenziale fra elementi e colori di diversa natura, le superfici accolgono i corpi illuminanti, li integrano, li proteggono o ne sono protette, presentando una rassegna di soluzioni fra le più disparate”.

 

Sparsi per tutto lo stand, nel tentativo di amalgamare gli spazi, diversi pezzi della collezione iCementi, caratterizzata da una bella matericità: la livrea cementizia del piuma cemento e il suo “finto peso” (è leggero, poiché costituito solo in piccola parte da cemento) segnavano il paesaggio quasi industriale dello stand come brevi tratti di materia, robusti e allo stesso tempo alleggeriti dalla luce, contrapposti alla ruggine metallica delle pareti poste dietro alla reception.
Tra le novità presentate: i proiettori professionali da binario e parete o soffitto Bi-Cubo e Semplice, l’applique App Line e i contenitori per moduli luminosi in estruso di alluminio da utilizzare in controsoffitto o a parete Container, qui utilizzati, con una soluzione decisamente brillante, come supporto delle targhette illuminate che indicavano il bar, il punto info e altro: idea simpatica e immediata, tanto quanto la forza della materia.

 

Nel complesso, quello di Lucifero’s è lo stand meglio riuscito tra quelli visitati a Euroluce 2013: alternando chiaro e scuro, luci e ombre, esaltava la qualità dei materiali e la forza dei punti luce, posizionati sì sapientemente, come sempre succede in un progetto illuminotecnico ben riuscito, ma soprattutto esaltati dall’architettura.

 

La linea tra la luce e l’architettura è quindi sottile: chi supera chi? Il prodotto è al servizio del progetto architettonico, ma l’installazione luminosa sovrastava, fuori dagli scrigni, il progetto architettonico. L’architettura domina la luce o la luce domina l’architettura? Non c’era una risposta definitiva: entrambe le cose. Da un lato era la prima, ma se giravi le spalle era la seconda. Ma una deve necessariamente dominare l’altra? Lucifero’s ha sempre nutrito maggiore interesse per la funzione luminosa dell’apparecchio rispetto all’apparecchio in sé e al suo design. Questa idea è in linea con la ricerca e l’applicazione delle tecnologie sulla parete dedicata a “Shine a light”. Si ribalta però la funzione del prodotto illuminante, che da oggetto che porta luce all’architettura diventa soggetto al centro di essa.
Il progetto, osservato con uno sguardo totale, contraddiceva in parte il principio secondo cui la luce deve essere al servizio dell’architettura. Ma, prestando attenzione ai singoli progetti realizzati (quello architettonico e quello illuminotecnico), si capisce perché abbiamo assegnato a Lucifero’s la medaglia d’oro degli stand: presi singolarmente i progetti erano, passatemi il termine, esplosivi.

 

di Giacomo Sacchetti

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