L’ISIS distrugge i beni culturali e uccide, e l’ONU non le sta dietro

Proprio oggi si è diffusa la notizia di un nuovo crimine contro l’umanità dell’Isis: con oltre 30 tonnellate di esplosivo i jihadisti hanno distrutto gran parte del tempio di Bel a Palmira. Dedicato a Bel (il ‘Signore’), l’equivalente greco di Zeus, il tempio venne consacrato tra il 32 e il 38 d.C. Secondo un testimone, solo un muro è rimasto in piedi. La notizia è stata confermata anche dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus).

Il 23 agosto i seguaci di Abu Bakr al Baghdadi avevano distrutto un altro tempio di Palmira, quello di Baal Shamin, risalente a 2.000 anni fa, interamente raso al suolo.

L’Isis ha preso il controllo di Palmira il 21 maggio. Da allora la città è stata teatro di numerose distruzioni di mausolei e altri reperti, ma anche di esecuzioni, compresa l’ uccisione di Khaled al Asaad, 82 anni, uno dei massimi esperti siriani di antichità ed ex direttore del sito, decapitato in pubblico in una piazza di Palmira. Per oltre 50 anni direttore delle Antichità di Palmira, era stato arrestato e interrogato per più di un mese dai militanti musulmani sunniti. La notizia è stata battuta dalle agenzie il 19 agosto.

Il 21 agosto è stato distrutto il monastero cattolico di Mar Elian a Qaryqatayn, vicino a Homs, sempre in Siria, costruito nel quinto secolo dopo Cristo. La chiesa era stata profanata. In seguito, sono stati riesumati i resti di Sant’Elian a cui il monastero era dedicato. Il monastero, considerato uno dei centri cattolici più importanti della Siria, era stato ricostruito a diverse riprese nel corso dei secoli e accoglieva migliaia di pellegrini ogni anno, il 9 settembre, in occasione della festa del santo. Il responsabile del monastero, padre Jacques Mouraud, era stato rapito in maggio. Il monastero era stato restaurato nei primi anni 2000 grazie a padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita che guidava la comunità monastica di San Mosè (Mar Musa) di cui il convento faceva parte. Dall’Oglio è scomparso a Raqqa nel luglio del 2013 e di lui si sono perse le tracce.

Questi sono solo alcuni dei più recenti atti di violenza e di “pulizia culturale” che l’Isis  sta portando avanti in nome dell’Islam verso il “Patrimonio culturale dell’umanità”.

In merito alle distruzioni dei beni culturali, il direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova, ha dichiarato che tali atti “costituiscono un crimine di guerra, e i responsabili dovranno rispondere delle loro azioni”. L’articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998 elenca, tra i crimini di guerra, anche gli atti intenzionalmente compiuti contro i beni culturali.

 

Il concetto di Patrimonio culturale, la furia dell’Isis e le iniziative della Comunità internazionale

Sul sito dell’Unesco si legge che per “Patrimonio culturale” si intende “un monumento, un gruppo di edifici o un sito di valore storico, estetico, archeologico, scientifico, etnologico o antropologico”, “l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future, fonte insostituibile di vita e di ispirazione”. Distruggere luoghi storici e sacri provoca sofferenza per tutti perché sono beni che appartengono a tutte le popolazioni del mondo, al di là dei confini territoriali nei quali si trovano, ed è uno degli obiettivi primari dell’Isis. La strategia è quella di cancellare le radici comuni, sottomettere le genti e indottrinarle, cancellando lo spirito critico.

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La distruzione della memoria storica dell’avversario è spesso fra i principali obiettivi delle Parti in guerra durante le guerre civili e internazionali: il “Patrimonio culturale” è sempre a rischio. Ricordiamo la distruzione di luoghi di culto cattolici e ortodossi durante i conflitti nell’ex Jugoslavia o quella dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel 2001, per mano dei talebani.

La Convenzione dell’Aja del 1954, oltre a vietare l’esportazione dei beni culturali di un Paese occupato, ne impone la restituzione dei beni culturali alla fine delle ostilità e predispone strumenti volti a rafforzare la cooperazione fra gli Stati.

Non esiste però un organo permanente che vigila sull’applicazione delle regole e le procedure di intervento sono per questo motivo poco efficaci. Anche se esiste un sistema di tutela che distingue tra responsabilità internazionale dello Stato e responsabilità penale individuale per violazioni gravi, solo per le prime sono previste vere e proprie misure di carattere penale.

I miliziani del Califfato attaccano l’inestimabile patrimonio culturale e nessuno può davvero fare nulla per fermarli. Ma è necessario sostenere che prima dei beni culturali, ripeto: di inestimabile valore, bisogna salvare il patrimonio umano a rischio, cioè il popolo siriano. Cosa si fa a questo proposito?

Come afferma anche Alessandra Esposito su Mediapolitika.it, all’inizio della guerra in Siria, per la comunità internazionale non era prioritaria la salvaguardia del patrimonio culturale, quanto quella delle persone. Sin da subito, quindi, il popolo siriano è stato il principale destinatario dell’opera di difesa da parte della comunità internazionale.

Oggi la salvaguardia delle persone resta prioritaria ma “non si tratta di scegliere tra persone e pietre. Si tratta di un’unica battaglia” ha dichiarato ancora Irina Bokova. La quale chiederà che la Commissione adotti una legge più forte per tracciare un oggetto d’arte appena entra nei confini europei. In questa direzione, lo scorso febbraio le Nazioni Unite, con la Risoluzione 2199, avevano avviato il contrasto al traffico illegale di opere d’arte, una delle fonti di finanziamento dell’Isis e del terrorismo internazionale.

Anche se la governance internazionale è oggi più consapevole della gravità dei crimini contro i beni culturali, ci sono ancora molti limiti nell’attività di reazione degli Stati coinvolti. La lotta per la difesa di uomini e beni culturali è ancora molto indietro, come è chiaro dagli eventi dell’agosto rosso sangue che sta per concludersi.

Purtroppo, possiamo considerarci impotenti: cosa davvero possiamo fare per fermare le distruzioni e le uccisioni?

di Enrico Patti

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