Involucro, le apparenze non ingannano più

(di Marcello Balzani) Le apparenze ingannano.
È spesso così. E il più delle volte il risultato è una delusione. Ma da dove viene questo proverbio? Cosa ci ricorda uno dei detti più comunemente (un tempo) utilizzati? Che forse fermarsi alla superficie non è sufficiente, che è difficile attribuire un giudizio sul contenuto dal contenitore, che il sistema percettivo è indotto (per diversi motivi si sicurezza) ad immaginare rapidamente e quindi a procrastinare un’analisi più raffinata… Oggi […] il processo di oggettificazione è stato così rapido e diffuso e il sistema di promozione al consumo talmente foraggiato da investimenti economici e tecnologici che probabilmente si potrebbe affermare tranquillamente che le apparenze confermano, tutelano, rilassano, ma (sicuramente) non ingannano.

 

Ed ecco che l’involucro (anche per l’architettura) allunga il passo e scala rapidamente l’empireo delle nuove star. È come dire che il guscio, l’imballaggio, la fodera, il rivestimento, l’avvolgimento, la busta, il pacco costituiscono la parte sostanziale (nel senso discriminativo, ovvero differenziante e qualitativo) di ogni progetto. Il resto, quello che c’è dentro, fatelo un po’ come vi pare, che più o meno è lo stesso. Oppure girate l’involucro, rendetelo reversibile, e vedrete come anche all’interno i gusci e le membrane fioriscono!

 

Attribuire all’involucro questo potere facilita probabilmente molte altre relazioni; facilita nel senso che perdono di significato e forse non vengono neppure prese in considerazione. Il contesto è annullato. Anzi, il contesto assume la forma (e spesso anche il significato) di quel luogo dove i contenitori vengono lasciati, più o meno abbandonati, senza una vera relazione spaziale e temporale. Gli involucri, nel sogno dei creatori, hanno la capacità di innescare potenti riqualificazioni del tessuto urbano degradato: basta posizionare un involucro di qualità in un angolo del disagio morfologico e vedrete quali effetti benefici produrrà in tutto lo spazio circostante! Peccato che non sia sempre così semplice. L’effetto terraforming è inesistente, innesca semmai pessime imitazioni, immagini scalate, duplicazioni inesatte, ibridazioni assurde e il disagio aumenta.

 

Il rapporto interno/esterno, il sogno dell’edificio macchina rinascimentale capace di comunicare nell’articolazione e nella gerarchia volumetrica e compositiva questo rapporto non trova più sperimentatori. L’involucro-guscio sarà anche un’interfaccia di qualcosa ma diviene a tal punto autoreferenziale da rendere ogni altra relazione un sottoprodotto o un gadget.

 

La coerente idea, verificabile nell’applicazione diffusa di molti centri storici stratificati e consolidati in migliaia di anni, che la facciata sia una membrana osmotica di molteplici città private che si aprono sulla città pubblica, perdere di significato. L’osmosi dell’involucro potrà anche prodursi attraverso un potenziamento tecnologico ed impiantistico (funzioni attive ed interattive che ne valorizzano le componenti ambientali) ma dal punto di vista morfologico ed espressivo tali prestazioni rimangono connesse ad un oggetto e non ad un sistema di relazioni. Il dirigibile come un’astronave attera e apre e chiude il suo guscio alla riconoscibilità dello spazio.

 

L’involucro è un soggetto maturo fra i trenta e i quarant’anni, e non credo che si debba andare troppo indietro per trovare i prodromi di tale evoluzione. Il concetto di architettura-contenitore, che sviluppa altri poteri quando le differenze dimensionali (nel rapporto con il contesto) prendono un valore evidente (Rem Koolhass) o di architettura supercomunicante (nel rapporto con la velocità di relazione) tra messaggi (Gruppo SITE), design di superficie (Herzog & De Meuron), interattività visiva (Jean Nouvel e Toyo Ito) sono alcuni esempi di modelli interpretativi che sfruttano il medesimo sistema tecnologico.

 

Il sistema di chiusura esterno dell’edificio (realizzato con unità e componenti) diventa un importante campo di sperimentazione (Thomas Herzog e Renzo Piano) per tentare di scoprirne tutte le valenze e le funzioni non solo ambientali, ma anche strutturali ed energetiche. Attraverso il nuovo concetto di chiusura esterna evoluto in involucro si sperimentano materiali inusuali per l’architettura, si interpretano in maniera innovativa componenti costruttivi della tradizione (come ad esempio il laterizio o la pietra) offrendo ad essi possibilità espressive inaspettate. Per mezzo di una ibridazione tecnologica l’involucro, come un macro-televisore, acquista poteri parlanti e le funzioni multimediali trasferite all’epidermide modellano lo spazio strutturale del guscio come un organo di un organismo cellulare, e l’involucro può diventare integralmente vegetazionale, trasparente, ossidato, ossidante…


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine “Involucro”


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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