Intervista a Philippe Daverio: beni culturali, è tutto da rifare

Philippe Daverio sarà a Ravenna in occasione di Ravenna 2013 (25-27 settembre) per tenere la conferenza “Fare i conti con l’ambiente: il vero capitale”, durante la quale parlerà di sostenibilità e dintorni. Gli abbiamo telefonato e abbiamo parlato con lui del rapporto che c’è tra architettura, paesaggio, design e ambiente.


Architetti.com. In nome della qualità architettonica è importante che un progetto restituisca due caratteristiche: sostenibilità (perché deve “fare i conti con l’ambiente”) e bellezza. In Italia la sostenibilità (sul nuovo) sta prendendo piede. Il problema resta quello della riqualificazione dell’esistente. Si parla di interventi anche su palazzi storici di grande valore. Sarà possibile coniugare valore storico-artistico e interventi per la sostenibilità?
Philippe Daverio. Ho lanciato nel 2012 il movimento Save Italy, di cui dobbiamo seguire gli ideali: restituire al Paese l’estetica che lo determinava 100 anni fa, quando l’Italia era un paese povero ma bello. Oggi è meno povero ma anche meno bello e dobbiamo fare emergere di nuovo la sua bellezza.


A. E come si può fare?
PD. Il problema è che manca una leadership risoluta, la politica bràncola nel buio. Per i beni culturali italiani serve una sorta di Piano Marshall, in particolare nel Sud Italia che, insieme all’Emilia Romagna, di recente colpita dal terremoto, ha bisogno più di altre zone del Paese di un intervento. Il patrimonio storico del Sud si trova in uno stato di decadimento gravissimo a causa dei vari “appetiti” degli italiani. Tutto quello che è stato fatto per il Meridione è da idioti: Pompei è solo un esempio di questa idozia, l’Isola di Taranto, Bagnoli a Napoli e le pale eoliche in Sicilia (che potevano essere fonte di energia  e di sviluppo) sono altri casi di comportamento sbagliato che, nei decenni, ha rovinato il paese.
Solo l’Europa può salvare l’Italia, e in particolare il Sud, intervenendo con un vero e proprio piano per i beni culturali. Come dicevo, quello che non si è fatto fino a ora non è però colpa dell’Europa. A questo proposito si può dire che l’Europa è plumbea, ma l’Italia è idiota. Il territorio, la natura e il mare italiani potevano essere una ricchezza da valorizzare per lo sviluppo ma sono state lasciate a se stesse, mai curate né tantomeno riqualificate.


A. A proposito di sviluppo, la Smart City rappresenta un’ideale di città intelligente, perché sostenibile e amica dell’ambiente, oltre che dell’uomo. Che ne pensa di questo nuovo modello per la città?
PD.La definizione Smart City è inglese e io diffido delle definizioni in inglese, perché sono fumo negli occhi e tendono a farci evitare i problemi.


A. Quale potrebbe essere un nome alternativo, più adatto?
PD. Si potrebbe parlare di Città Viva.


A. Ci sono esempi di piccoli paesi che riescono a coniugare le necessità dell’uomo, dell’ambiente e la tecnologia e per questo potrebbero già essere definite città intelligenti, o Città Vive. Io abito in Emilia Romagna, ma dappertutto ci sono esempi di questo tipo.
PD. Si, certo. Quello a cui bisogna mirare prima di tutto è un progetto di restauro del territorio e dei beni artistici che ponga la cultura e l’uomo al centro. Visto che ha citato l’Emilia Romagna: alcune zone della regione, colpita dal terremoto, dovevano essere ricostruite perché per industrializzare la regione sono stati tirati su capannoni indecenti, crollati come capanne di paglia.
A L’Aquila doveva iniziare un progetto di restauro e riestetizzazione che non è mai partito. La New Town di matrice berlusconiana (di nuovo torna una pericolosa definizione in inglese) è stata una presa in giro perché non è mai stata avviata, è stata solo un proclama. In Italia è valido il detto “Chi urla di più ha diritto alla vacca”.
L’Abruzzo e l’Emilia Romagna dimostrano che un progetto di recupero è necessario per dare vita alle città e al Paese. Ma non si fa niente.


A. A L’Aquila si è preferito costruire l’Auditorium di Renzo Piano piuttosto che restaurare, spendendo soldi e occupando suolo…
PD. Si, ed è inutile.


A. Negli ultimi anni il consumo di suolo in Italia è cresciuto a una media di 8 metri quadrati al secondo, in un processo che non conosce momenti di pausa, dagli anni ‘50. Abbiamo perso il contatto con la realtà, pensavamo di avere a disposizione  tutto il suolo che volevamo. Manon è così: il paesaggio ne soffre, e l’ambiente anche. Cosa ha innescato la scintilla che ha fatto iniziare il disastro?
PD. È un problema di normativa, e precisamente il problema stà nella legge 765 del 1967, che ha attivato gli oneri di urbanizzazione. Per pagare i Comuni abbiamo riempito di capannoni la Padània, o Padanìa, allo scopo di trasformare il terreno agricolo in terreno industriale. Non è sempre necessario realizzare una zona industriale per ciascuna provincia o per ciascuna città, è necessario costruire seguendo le esigenze del territorio. Se prendiamo a esempio la Baviera, vediamo che è ben più industrializzata di molte regioni italiane ma non ci sono così tanti capannoni quanti ce ne sono, per esempio, in Emilia Romagna. Là c’è una programmazione, un criterio di costruzione e progettazione che va al di là del guadagno. E qui è colpa della normativa, idiota anche lei.
Si capisce che è tutto da rifare, a partire dalla normativa.
Torna ancora al centro del discorso il Sud Italia: la scelta di industrializzarlo e proletarizzarlo, invece di lasciarlo agricolo, è stato un errore enorme. Da questo errore è nato Bagnoli, è nata l’Ilva di Taranto, e conosciamo bene le conseguenze di tutto questo.


A. Cambiamo argomento, anche se non del tutto. Il design tende spesso al “riciclo”. Spesso però il limite tra opera d’arte e prodotto di design diventa (e non dovrebbe) sottilissimo, poiché difficilmente gli oggetti sono riproducibili a livello industriale. Cosa c’è di buono nella passione incondizionata per il cosiddetto “eco” e come dovrebbe influenzare concretamente il progetto di un designer?
PD. In linea generale i prodotti intelligenti trovano sempre un produttore. Più che altro, per quanto riguarda l’eco-sostenibilità, manca un indirizzo preciso su cosa e come progettare, mancano le indicazioni sui materiali da utilizzare, per esempio. Noi potremmo utilizzare il rovere per fare una sedia o un pavimento perché il rovere non si degrada così facilmente. Poi, una volta che il legno è da buttare, lo bruciamo nel camino e ci cuociamo la carne.
Questo vale anche per l’architettura, che deve durare e non deve degradare o degradarsi già dopo un anno di vita. Se succede, innanzitutto si degradano anche il territorio e il paesaggio, ed è chiaro che significa che sono stati utilizzati i materiali sbagliati.
Anche in questo caso, come nel caso della normativa sugli oneri di urbanizzazione, bisogna ripensare tutto.
Per alcune tipologie edilizie la normativa impone per esempio di utilizzare le tapparelle. Perché? Il motivo è economico, è chiaro che è il trionfo dei produttori di tapparelle.


A. Cambierà qualcosa?
PD. È difficile, ma è ora di convocare gli Stati Generali dell’Architettura per discutere di tutte queste cose.


A. Oggi il design è dappertutto. Si ricorre spesso alla definizione “di design”, a volte erroneamente. Stiamo assistendo a un processo di appiattimento della parola, e del concetto: stiamo abbassando molto il livello. Quali conseguenze ci possono essere sul vero design, sulla fruizione di esso e sulla cultura del design?
PD. Il problema sta nel fatto che si confonde il design con lo stilismo. Lo stilismo è un disegno riadattato e trasformato in prodotto di moda per essere venduto; il design è il prodotto di una possibile utopia, cioè attraverso l’oggetto ci si immagina di poter vivere in un altro modo. Lo stilismo è visto come design e questo è sbagliato. Gli oggetti prendono forma e superano il tempo se mostrano una visione differente. La Barcellona di Mies Van Der Rohe è sopravvissuta perché è il segno estetico di un sogno di una modernità possibile; gli oggetti durano per questo, perché hanno un contenuto. Questo è design.


A. Ci sono oggetti prodotti di recente che hanno questa forza?
PD. Si, ci sono. Mi vengono in mente quelli in plastica di Kartell, gli arredamenti di Valcucine, di Moroso.


A. Nel momento in cui progetta l’oggetto che rimane nel tempo, il designer è consapevole?
PD. Il progettista è in parte inconsapevole, oggi di più rispetto a una volta. La visione del futuro è più cupa: oggi è più difficile essere un sognatore, non c’è la speranza di costruire un futuro migliore.


A. Quali designer riescono a dare una visione del futuro?
PD. Mi viene in mente Patricia Urquiola.


A. E gli architetti?
PD. L’architettura è ancor più brancolante, anche se alcune realizzazioni sono affascinanti. Penso a quelle di Norman Foster e Mario Botta. In questi casi è importante conoscere l’antropologia dell’architetto, la sua storia e la sua formazione. Norman Foster utilizza il vetro e l’acciaio, e all’inizio progettava navi; Mario Botta ha un legame molto profondo con il territorio, per questo utilizza i mattoni, i laterizi. E ha una formazione da architetto.


a cura di Giacomo Sacchetti

 

Per informazioni
www.saveitaly.info
www.ravenna2013.it

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