Internità

(di Marcello Balzani) Strano concetto che appare splendidamente travestito di sogni ma è, in fondo, una trappola. Un’abile struttura dell’immaginazione che rende possibile lo spazio (racchiuso). Se l’architettura è quel fenomeno dei comportamenti umani che, oggetto dopo oggetto, combina la metamorfosi della materia in modo tale da creare dei contenitori atmosferici (perché diversamente saremmo cadaveri nelle mirabili tombe egizie), allora si può comprendere che l’interno […] è anche un luogo dell’anima (Plotino).

 

Quindi, proprio per non perdere l’opportunità di concedere allo spirito una possibilità di significazione, è opportuno anche ricordare che l’internità è in buona assonanza con l’interiorità: alcune consonanti di differenza che tuttavia spostano il punto di riferimento, il soggetto, dallo spazio all’individuo. Un antagonismo, quello tra interiorità ed esteriorità, che se abolito riscatta i conflitti ed annulla le differenze tra anima e mondo […].

 

Volendo trovare un rapporto (animato) si potrebbe offrire una similitudine dimensionale in una sezione che attraversa l’involucro di separazione posto tra fuori e dentro (tra esterno e interno). È lo spessore del muro che stabilisce le distanze. Esattamente come per l’interiorità, si pone un problema di distanze tra dentro e fuori: “l’anima, senza più alcuna distanza, coincide immediatamente con il mondo”, si adatta ad esso e da esso è conformata e rappresentata, soprattutto oggi che il mondo è diventato rappresentazione in termini tali che neppure Schopenauer avrebbe potuto sospettare” (Galimberti).

 

Una strana condizione quella dell’internità, che mostra come parlare di contorni, bordi, membrane, luoghi racchiusi, risulti complesso, perché nel tentativo di segregare (o solo apparentemente separare) il processo conduce a ribaltare i rapporti. Se la distanza si annulla nella realtà (mentre nell’apparenza dell’interno si crede di rimanere protetti) il risultato è più simile ad una schizotopia (Anders), uno stato in cui l’individuo crede di essere dove è e contemporaneamente dove lo porta il rumore del mondo. Un rumore bianco (De Lillo) che non è solo parte di un inquinamento che si rafforza sul rumore di fondo da cui si vuole o si tenta di fuggire (quello esterno della città e della società) e che invece si ritrova, alzato di volume e disturbante, in ogni interno quotidiano, ma che è indicatore della difficoltà di identificazione di ruoli e di significati: ogni interiorizzazione tenta di associare una intrinseca soggettività, ma il successo è scarso e relativo, in quanto gli effetti risultano spesso contraddittori ed opposti.

 

L’interno è creato idealmente come luogo di separazione, come una recinzione del mondo esterno. Grottescamente poi ogni interno viene talmente cablato e connesso che il lontano entra e annulla ogni membrana, rende trasparenti i muri come nel sogno di Palazzeschi della sua casina di cristallo. E mentre questo avvicinamento agisce subdolamente via etere e via cavo, scrive Galimberti, un equivalente allontanamento si mette in azione. Il vicino, l’intimo e il familiare (quei significati e quei valori per i quali si è posto in essere l’interno) si dimezzano, si riducono, escono dall’internità.

 

Camillo Sitte, con un’analogia che poi sarà ripresa da Giancarlo Consonni in un suo famoso saggio il cui titolo è richiamato da questo editoriale, scriveva che le piazze sono “interni a cielo aperto”, come per ricordarci il significato che deve essere attribuito ai luoghi che strutturano il tessuto connettivo delle città. Un significato che fonde l’intimità, l’identità, l’affezione (termini alla Kevin Lynch) nell’immagine che l’interno proietta.
Luoghi senza qualità per uomini senza qualità (Musil) sono pronti per tutti, sono interni senza porte e senza finestre in cui i feticci conservati, collezionati attraverso un perverso rituale consumistico, vengono mimetizzati nella membrana digerente e metabolizzante dell’abitare.
In una cassaforte (ahimè facilmente rapinabile) sono creduti protetti un mondo di oggetti come un mondo di esseri viventi. È un gruppo di famiglia in un interno, che, come nel celebre film di Luchino Visconti, cerca di trovare un riconoscimento che non avverrà.
In realtà è l’interno che stabilisce le regole, che dà e prende la vita.

 

Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine “Interni”.

 

Nell’immagine, Andrés Jaque Arquitectos, Tupper Home, primo prototipo realizzato a Madrid. Foto © Miguel de Guzmán

 

Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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