Interfaccia, come rilevare e rappresentare la fragilità e il dubbio dello spazio?

(di Marcello Balzani) Ricordi com’era il mondo prima dell’era delle interfacce? Forse il Piccolo Principe risponderebbe che non è mai esistito un mondo senza interfacce e che solo adesso, per il fatto che non siamo più disposti a perdere tempo e a fare le cose lentamente come richiederebbe il vivere la propria vita, diamo molto valore alla velocità di connessione e a tutto ciò che la produce.

[…] Una velocità di comunicazione che aumenta giorno per giorno, che richiede connessioni ed interfacce prestazionalmente efficienti, determinando l’accelerazione del reale (Virilio) fino ad instaurare la tirannia del perpetuo presente (Augé). […] Le interfacce ci permettono di passare da uno schermo all’altro istantaneamente attribuendo un valore sempre superiore alle immagini. Mentre tutto diviene infrasottile ed interattivo, le interfacce assolvono il difficile compito che un tempo era del traghettatore, quello di rendere possibile il tragitto, ovvero (come lo definisce Virilio) l’arte dello spostamento.

Un’arte tecnologicamente ormai più importante del valore di significato stesso posseduto o attribuibile alle cose, un’arte così potente che fa perdere di sostanza gli oggetti, li dissolve perché non sono più (come un tempo) davanti a noi. Noi, divenuti ormai gestori dell’ubiquità, viaggiatori immobili, e inconsapevoli del fatto che quanto più cresce la velocità dell’informazione, tanto più il controllo tende ad aumentare (Virilio) e la libertà di navigare è solo apparente.

[…] Probabilmente l’architettura stessa può essere interpretata come una multiforme e potente interfaccia. In architettura le interfacce esistono da sempre. Lo è per il potere superficiale ed estensivo che esprime nell’incontro con il reale, con il contesto, innescando la sua trasformazione. Lo è perché, ad esempio, l’involucro di ogni confinamento spaziale costituisce un’interfaccia dinamica che attiva con i propri sistemi e componenti connessioni importanti con l’ambiente e mette in relazione, non solo morfologicamente, significati e funzioni. Lo è perché ad ogni macro_interfaccia corrispondono poi altre micro_interfacce che permettono di connettere dimensioni, inizialmente percettive e spaziali, con dimensioni successivamente sempre più corporee ed ergonomiche.

Queste dimensioni non appaiono solamente come luoghi definiti dal rapporto di scala, ma anche come dimensioni spazio/temporali in cui gli eventi accadono. Non so dire se la gerarchia che, da architetti, ci siamo creati per semplificare i problemi sia reale o sia solo un modello, per lo più selettivo e grezzo, per rendere rappresentabile questo rapporto. La rappresentazione, come il rilievo e la misura dell’informazione, costituiscono un punto di partenza (ma anche di verifica in corso e di confronto finale) difficilmente eludibile in ogni processo progettuale.

Per rendere tutto questo gestibile e controllabile l’architettura ha scelto da sempre di definire le scale e le gerarchie tra di esse. In questa scelta comportamentale, che è divenuta tradizione e metodo, ci sono oggettivamente dei problemi. Il tempo (e la velocità), ad esempio, fanno molta fatica ad essere rilevati e rappresentati e si richiedono interfacce apposite, spesso ripetitive, segmentate, step by step, oppure video. Tuttavia un risultato condivisibile (che possa descrivere la ricchezza del tempo al di là della linearità degli eventi che si susseguono di cui l’architettura è regina) è ancora molto lontano da essere raggiunto.

L’architettura poteva scegliere le emozioni e i sentimenti, ma sarebbe stato forse più complicato, non tanto rappresentarli, ma utilizzarli praticamente. Ecco quindi come le connessioni intertestuali aiutano a digerire meglio la freddezza descrittiva che non riesce ad associare la fragilità e il dubbio alla configurazione spaziale. Georges Perec in Specie di spazi ci racconta come “vivere è passare da uno spazio all’altro cercando di non farsi troppo male”, per colpa soprattutto dell’interfacce poco umanizzate aggiungo io.

In effetti lo sforzo di alcuni, nel design (di prodotto e di comunicazione) come in altre discipline dell’architettura, per individuare modalità e criteri replicabili di umanizzazione dell’interfacce costituisce ormai una vera e propria linea di ricerca.

[…] Quei processi di accelerazione del reale, che rendono proliferante il nascere, morire e poi rinascere ancora di nuove e sempre più efficaci ed efficienti interfacce di comunicazione, non sembrano così adattativi ad alcune fondamentali specificità intime della specie umana e richiedono un correttivo e una contaminazione umanizzante. Un virus umano che torni a rendere più umano ciò che l’umanità sta così diffusamente producendo […].

Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato scarica l’e-zine n.65/2015 dal titolo “Interfaccia”.

Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

Nell’immagine, vista dell’installazione The ways of folding space & flying, Padiglione Coreano alla 56. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. © Moon Kyungwon & Jeon Joonho

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