Inclusività (im)morale

(di Marcello Balzani) Oddio che paura! Perché, se tutti entrano, come si potrà stare ancora comodi! Già, perché se si pensa a un luogo fatto per gli altri le cose non sono poi così tranquille. È molto più semplice (e rassicurante) immaginare e impegnare (tempo e denaro) per una realtà definibile nei propri confini di certezza, scandita dai ritmi degli amici che confortano, dai valori che associano, da una concezione monolinguistica del sociale (Laplantine).

 

Il ragionamento, ahimè, non è semplice e chiede di raggiungere un risultato partendo proprio dalle limitazioni, dalle incongruenze, da questi “ostacoli” che negano per primi un grado di accessibilità (spaziale e sociale). Già, perché se si accetta un ruolo per l’inclusività, di contro, un po’ come avviene per l’ateismo, si dà oggettivo valore a un’esclusività nei fatti. La medesima esclusività che chiede di essere tutelati in categorie, nati per caste, accettati nei ruoli, afferenti a ceti, classificati per bisogni, collocati in strade e appartamenti elitari, pronti a prenotare posti in vagoni di classe, con orologi unici e rari al polso […].

 

Sempre seguendo un’analogia spiritualistica mi viene in mente quel bellissimo film di Pierpaolo Pasolini in cui uno spirito intermedio subentra nella realtà. Un misterioso ospite rende tutti più differenti (rispetto al modello convenzionale) e quindi tutti più inclusi in un approdo religioso che utilizza i contrasti e demolisce i conformismi e le indifferenze. Già, perché sono proprio le indifferenze a pesare molto a discapito dell’inclusività. Essere indifferenti appaga, producendo ossessioni […] benedette perché legittimano i ruoli di potere.

 

[…] Perché questo è il principale problema: acquisire una misura (non indifferente) rispetto a cosa e come si è per poi trovare un significato di tutto ciò nel contesto (architettonico e sociale), perché non si è nessuno senza gli altri, così come non si è nessuna cosa senza il rapporto con l’ambiente e lo spazio. Una relazione che, nell’oggettuale tanto caro all’arte consumistica del nostro nuovo millennio, Marcel Duchamp saprà definire con un secolo di anticipo attraverso una mirabile abilità e densità di significati (ancora in parte da scoprire nella profondità del senso comune e quotidiano). Un Dio che scuote e seduce è un diavolo? E se fosse così, come si potrebbe gestire l’inclusività del demonio nella continuità dei ruoli (e dei progetti che tentano di concedere un senso alla trasformazione incessante che è intorno a noi)?


Teorema farà scandalo alla Biennale di Venezia del 1968 e sarà pure “premiato da Dio” come scrisse Italo Moscati in un libro ormai dimenticato che rende una cronaca critica di quell’anno incredibile e di quel film. Oltrepassare i limiti per dare misura e definizione alle cose: possono essere i limiti della letteratura come quelli dell’architettura.
Ed ecco quindi il confine morale farsi strada. Karl Kraus, in epoche non sospette rispetto al millantato conformismo intriso prima di perbenismo e poi di illecita liberalità, sentiva uscire dal “cuore del nostro tempo” parole e azioni (leggi morali) che rispecchiavano un sentimento diffuso nell’uomo (maschio prima di tutto e quindi esclusivo per volere divino) di quella classe in via di autodistruzione prebellica. Scriveva, infatti, che “questo si sente abbastanza tranquillo a sapere i propri ideali protetti dalla legge, e perciò non ha bisogno di seguirli”.

 

Alcuni anni dopo […] Jean Baudrillard tornerà a vomitare sull’oscenità dell’evidenza, “contro questa promiscuità immonda con se stessi che si chiama somiglianza”. Un vincolo (quello che impone la ricerca del vero del vero o del più vero del vero) che agisce con una mescolanza paradossale finalizzata alla confusione di tutti i ruoli. Anche questa volta una morale finalizzata alla conservazione esclusiva, nell’apparente ambiguità di una caricatura corporea, avvilita nei significati, svuotata dai bisogni. Baudrillard creerà una categoria per tale pietosa e ipocrita “forma del generale”: l’osceno. Oggi, dopo oltre cinquant’anni, anche questa formula appare ancora una volta troppo debole e il sociale, che è alla base della strategia dell’inclusività (spesso fondamentale aggettivo qualificativo di essa), è un inutile simulacro. […] Dopo la fase espansiva del modello che esonda e rende illimitata la spesa (sociale), fino a farsi pubblicità e struttura ideologica ai massimi sistemi di pervasività (e quindi di oscenità), rimangono i ruderi, i cadaveri e le macerie da spazzare via con la spending review.
Ma torniamo alle somiglianze.

 

Lévi-Strauss scriveva che “non sono le somiglianze ma le differenze che si somigliano”. E qui sta il bandolo della matassa. Una matassa complessa da valutare, che prevede un atteggiamento completamente diverso. Molto meno protettivo nella difesa identitaria e volto a comprendere il sapere degli altri per ottenere qualcosa per se stessi. I principi classificatori, categoriali con cui si è fondata la normativa e la legislazione sull’accessibilità (urbana e architettonica ad esempio) sono di per sé oggetto di strutturazioni difensive e fortemente elitarie nella logica di una presa di coscienza delle condizioni di limitazione e quindi di tutela di ogni forma di eroe debole. D’altro canto è evidente che proprio a partire da tale sollievo per alcuni si devono gettare le basi per un atteggiamento finalizzato alla estirpazione (radicata e tutelata) dei confini e delle frontiere.


L’inclusività è (im)morale in una società che predica ogni sorta di pensiero possibile e dedica tempo, risorse ed energie alla costruzione sistematica di strutture segreganti. La segregazione è sempre alla soglia. Subdolamente, anche quando si crede di aver fatto entrare tutti, qualcuno resterà fuori (anche) per colpa di un designer o di un architetto. Ma non deve essere una scusa per imporsi una limitazione progettuale. Diversamente da quanto scriveva Baudrillard credo che l’essere umano non sia senza qualità (alla Musil), come il tempo non è senza memoria e il corpo non è senza organi. Qualcosa ci fa credere che l’inclusività sia un’utopia, perché includere il demonio (che potrebbe essere anche il fantasma di Pasolini) non è cosa buona e giusta e, quindi, risulta più confortevole, tranquillo e protettivo un diffuso atteggiamento esclusivo e identitario, millantato da un detersivo etnico. Il più bianco del bianco è morale e nella luce che iperillumina qualunque cosa probabilmente sembriamo tutti più simili.

 

Ma è nell’ombra che si coagulano le sapienti differenze (come ebbe a illuminarci il grande Tanizaki) e solo nella lieve definizione degli accostamenti, delle sfumature e dei passaggi di stato potremo comprendere come sono fatti gli oggetti, lo spazio e quindi anche noi stessi con tutte le contraddizioni che dal tempo di Eraclito cercano di essere espresse.

 

Il nostro doppio nome fa parte di questa realtà della vita.
E forse potrebbe essere questa la nostra possibilità di rivincita.
Dare al nostro secondo nome quel ruolo complementare e inclusivo che accende e accede a una dimensione sacra. […]


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Inclusive Design”


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

 

Nell’immagine, Laura Marcheggiano, vista del progetto Gaay Nagar: Cow District. Progetto insediativo di rialloggiamento per un design inclusivo

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