Il tempo (dittatura o libertà)

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Il tempo è l’unica cosa che possiedi. So che è un’affermazione difficile da digerire perché allo stato dei fatti sembra proprio il contrario. Il tempo manca e non è sicuramente solo danaro.

L’affermazione posta in apertura di questo editoriale è il titolo del primo capitolo di un fortunato saggio breve scritto quasi vent’anni fa dalla fisica svedese Bodil Jönsson (“Dieci pensieri sul tempo” edito da Einaudi) che, prima dell’avvento (devastante) dell’interconnessione immersiva H24, cercava di mettere in evidenza la necessità di determinare, nelle nostre società dello sviluppo senza limiti, un ritmo di cambiamento nella percezione del tempo, soprattutto in riferimento ai nostri orologi interni. La professoressa Jönsson cercava di valutare l’idea di recuperare la lentezza del pensiero (pensologia vs tecnologia), riducendo le fobie della velocità, che producono malesseri (diffusi) di andatura e destinava, nel suo libro, una buona parte di pagine alla descrizione dei ritmi (e dei non-ritmi) che integrano il tempo (nella fisica il ritmo è espresso dal concetto di frequenza). Esistono ritmi individuali, ritmi bambini, ritmi acquatici, ritmi del pensiero diversi da quelli della conversazione, ritmi adulti, ritmi del traffico e (se possibile) anche ritmi di pausa. Oggi potremmo attualizzare il ragionamento con un ritmo (totalizzante e condizionate): la frequenza con cui guardiamo il nostro smartphone.

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Anche in questo caso è interessante fare un po’ di storia recente, e mi viene in aiuto un articolo di Oliver Burkeman (tradotto da Bruna Tortorella su uno degli ultimi numeri di Internazionale che dedica la copertina proprio alla “Dittatura del tempo”) scritto per The Guardian, in cui il giornalista ricorda quel momento storico dell’era digitale dell’estate del 2007 (sono già passati dieci anni, è pazzesco!) in cui tutti i dipendenti di Google furono radunati per ascoltare le parole di un nascente guru della produttività, Merlin Mann, che proponeva la soluzione del problema di allora, la cronofagia della posta elettronica, ovvero del dramma di controllare le email accumulando un notevole stress progressivo, che divorava tempo. Merlin Mann partorì Inbox_Zero, più che un software un modello comportamentale che, se messo in atto secondo linee guida, avrebbe potuto miracolosamente “smaltire tutta la posta elettronica” e avere la casella di posta vuota! Ovvero a zero mail. L’idea ovviamente era folle (tutti oggi sappiamo bene che la casella di posta elettronica è un Pozzo di San Patrizio al negativo in cui più rispondi più ti arrivano messaggi), ma allora Inbox_Zero innescò in molti nerds l’utopia di un mondo interconnesso in cui si potesse riuscire a gestire individualmente la comunicazione delle informazioni.

Ovviamente, come sappiamo bene, la storia andò tutta in un altro modo. La velocità prese il sopravvento e la corsa (degli standard tecnologici 1G, 2G, 3G, 4G..) lo sta dimostrando. Per Paul Virilio, il filosofo-urbanista francese, l’istante reale non è più il presente; e, forse senza accorgercene troppo perché il consumo della banda e il flusso di esperienze multimediali che si annunciano ammiccando al nostro smartphone ci impegnano costantemente, non si può più parlare di un mondo contemporaneo quanto di un mondo intemporaneo. Un tempo (inteso sia nella dimensione fisica quanto in quella sociale) in cui “l’istantaneità schiaccia ogni temporalità, ogni asperità cronologica” (Virilio in “L’università del disastro”, Raffaello Cortina Editore). Oliver Burkeman nell’articolo citato scrive che ogni tentativo di risolvere il problema tecnicamente ci rende come Sisifo su per la montagna a spingere solo più velocemente il nostro macigno, ma sempre a spingerlo. Un macigno che intanto si è ingigantito di altre esigenze cronofaghe (WhatsApp, Twitter, Facebook, Skipe, ecc.) e che mi fa tornare in mente la fantastica ironia di Julio Cortázar quando in “Storie di cronopios e di fama”, descriveva le istruzioni per caricare l’orologio… rileggete quelle due pagine: sono illuminanti!

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Ma si potrebbero anche scardinare alcuni condizionamenti se si volesse: il sociologo Domenico De Masi ha pubblicato con Rizzoli nel 2016 e nel 2017 due volumi dai titoli che sono un manifesto politico: “Una semplice rivoluzione. Lavoro, ozio, creatività: nuove rotte per una società smarrita” e “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati”. Sono libri che descrivono una irrealtà oggettiva, un’utopia concreta in cui il concetto di tempo, che nel modello mentale dell’industrializzazione è molto connesso al concetto di lavoro (ahimè), richiederebbe di essere tradotto con buona volontà, competenza e soprattutto coraggio civile, direbbe la professoressa Jönsonn.

Ma il tempo è l’unica cosa che possiedi. E gli architetti lo sanno perché nulla come il progetto richiede un “tempo che pensa”. Il rapporto con la storia, inoltre, sta diventando sempre più fondamentale in un mondo in cui le lunghe durate (le lunghe gittate) della storia tendono ad essere sempre più appiattite nel tempo reale, quello in cui ci si sente succubi dell’amnesia dell’istante (Virilio).

Il tempo può essere una dittatura (citando la copertina dell’Internazionale) o la libertà di costruire qualcosa d’altro, che possa offrire la bellezza, che dipende sempre, come scriveva Marc Augé (in “Rovine e macerie. Il senso del tempo”, Boringhieri) dalla sua dimensione storica, perché “la società e l’arte hanno il medesimo destino”!

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