Il retrofit nel processo progettuale

(di Marcello Balzani) Adeguare per migliorare. Penso alla diversità dello spazio […] e mi rendo conto che la forma del processo adeguante, adattante, meticolosamente migliorante, è propria dell’attitudine di prendere una parte (un frammento spaziale) e attivarla, rigenerarla a nuova possibile se non vita almeno missione (prestazionale e tecnologica). Il piacere (o comfort) che ne deriva nasconde un perversione.

 

Prendere una parte non è azione banale. A volte si richiede che le parti parlino, dicano la loro.
È come se si imponesse allo spazio e ai suoi componenti/frammenti di autoesprimersi; non dico liberamente, che sarebbe troppo, ma selettivamente, ciascuno per un’asola spazio_temporale. Pensate al piacere solleticante di allevare cose che non solo crescono con noi ma che con noi definiscono comportamenti (spaziali) e scandiscono il racconto di una vita […].

 

Le cose parlano perché vengono allevate a farlo.
Parlano perché abbiamo dedicato molto tempo a definire un linguaggio, una sintassi, un organo emettitore e uno ricevente. Abbiamo trasmesso loro il piacere (questo è almeno quello che crediamo) di dirci come stanno. E lo abbiamo fatto attraverso una sensoristica specializzata che oramai è volumetricamente innocua (se non minimale, miniaturizzata o invisibile) e che non chiede neppure troppa energia non solo per vivere ma anche per esprimere con un linguaggio un po’ polarizzato la condizione di stato: un’autodiagnosi selettiva coerente con l’incastro intagliato del pezzo del puzzle (ovvero la forma dell’hub). O forse si potrebbe scrivere meglio di…
– esprimere
uno stato individuale;
– trasmettere
il racconto di come le cose stanno tra loro o nell’ambiente o insieme a noi.

 

In fondo nessuno riesce a raccontare chi è (pannello, anta, giunto, pompa, apparecchio illuminante, pellicola isolante ma traspirante) e come sta (temperatura, umidità, CO2, velocità di flusso, pressione, resistenza, dilatazione, distacco). Tutto si spiega in relazione, in rapporto, rispetto a qualcos’altro o qualcun altro, perché l’animale uomo è sociale e quindi, volente o non volente, crea cose sociali, trasforma e ammette solo percorsi progettualmente interdisciplinari e interrelati: l’architettura fin nell’intimo di ogni componente tecnologico ne è sempre un ottimo esempio, quando riesce…

 

[…] Da un punto di vista tecnologico il processo è e deve essere efficiente!
Se le componenti su cui agire sono ben definite, se le implicazioni impiantistiche e ambientali sono chiare e acquisite, se non ci sarà rigetto
(di forma, sostanza, manutenzione nel tempo) quando la tessera del puzzle sarà sostituita con una più brillante delle altre, il nuovo funzionerà meglio e gratificherà tutti gli attori del processo e gli utilizzatori finali.
Ho lasciato in sospeso tra le righe un’ipotesi di parziale spiegazione dell’aggettivo voyeurista connesso alla perversione feticista di questo processo. Potrebbe in effetti sembrare un’incongruenza  perché se c’è una “coesistenza contraddittoria” (Valeri) del valore del feticcio è proprio nella sua accessibilità e inaccessibilità: merce da carrello e tabù al tempo stesso.

 

Come si potrebbe attivare quel processo di interferenza tipico dell’atto introspettivo di cui l’architettura è da sempre regina incontrastata dato che mette gli uni di fronte agli altri in relazione di visione, aderenza, contiguità, ascolto, sopportazione, curiosità e chi ne ha più ne metta?

 

Per aiutarmi devo recuperare la metafora delle asole spazio_temporali che agiscono anche come buchi della serratura o come vere e proprie porte lasciate aperte per intravvedere nuovi interessanti ruoli:
– uno è quello innescato dai “modelli di simulazione della seduzione” (Baudrillard): e credo che se si guarda da questo buco della serratura pensando alla liturgia della sostenibilità o al paradosso informatico del tutto smart, si possano intravvedere dei bellissimi ammiccanti oggetti_processi perversamente feticisti condensati in più di un percorso di sostituzione migliorante! Il potenziale seduttivo di certi simulacri non è banale soprattutto a scala collettiva e non più a quella individuale: queste cose oggi non si fanno più di nascosto ma alla luce accecante (dice Virilio) del sole della iperconnettività;
– un altro sta fortemente modificando la definizione più compensativa ed ecumenica dei feticci come “travestimenti dei residui del sistema” (Valeri), perché l’occhio onnipresente e intrigante dell’iperconsumismo, che mette in assuefazione e dipendenza con una rapidità che corre oltre la moda (per inciso ricordo come Walter Benjamin definisse il feticismo il “nervo vitale” della moda), cerca di non produrre più residui riconoscibili.

 

Ed ecco quindi come non è facile attribuire un giudizio di valore, un bene e un male alle cose che (nell’adattamento, adeguamento, sostituzione e trasformazione) si creano e alle cose (altrettanto trattate) che innescano i nostri bisogni e (a volte) anche alcuni desideri.
Sicuramente la strategia più efficace ed efficiente in tutto ciò rimane quella relazionale.
Il sistema di rapporto è la modalità che ancora funziona meglio.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Retrofit.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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