Il paradosso della reversibilità

(di Marcello Balzani) Il concetto è gustoso. Di quelli che fanno venire l’acquolina in bocca e rendono più saporito il cibo da addentare. È gustoso perché prevede di estendere il grande abbraccio della ricerca di significati a contenere anche perimetri imponenti, corone con vette che si ergono in lontananza con svettante forza, e, tra questi, quelle del tempo e dell’equilibrio, della vita e della morte delle cose.

 

È gustoso perché poi nella pratica applicativa di un tentativo (a volte solo idealmente definito, messo ad obiettivo come un paradigma culturale, come regola di comportamento progettuale) il filo rosso delle corrispondenze che i significati sottesi esprimono stringe le caviglie e fa spesso inciampare. Anche in questo caso, come in altri aspetti della realtà umana, le leggi (come le equazioni) che tentano di descrivere il mondo (e spesso lo cambiano con la loro rappresentatività) si fondano sul rispetto, ovvero sull’obbligatorietà. Con la differenza che quelle della meccanica o della termodinamica difficilmente possono essere messe in discussione, mentre la contaminazione che la materia del progetto insinua risulta spesso fonte di interpretazione e di ampie e più o meno disincantate declinazioni del concetto.

 

Nella vita di tutti i giorni risulta praticamente impossibile, supportati dall’esperienza quotidiana, smontare l’idea (che alcuni considerano inserita nella nostra struttura biologica a base del processo evolutivo) che tutti i fenomeni naturali siano parte di un flusso unidirezionale (quello che va dal passato al presente e poi nel futuro).
In qualche modo si potrebbe dire che il nostro cervello memorizza le azioni e i fenomeni secondo un’invariabilità che rende il passato come trascorso e quindi non modificabile e il futuro completamente indeterminato. È un concetto basilare dell’esperienza, sulla quale si fondano la storia e molte altre descrizioni delle espressioni dell’umanità. Un concetto che possiede la forza di una legge cogente e che affonda le sue radici su argomenti fisiologici, psicologici e storico-sociali di non poco spessore e ricchezza di contenuti.

 

Nella vita invece dei fenomeni elementari, “ogni processo fisico può aver luogo in senso diretto, svolgendosi dal passato verso il futuro, oppure in senso temporale invertito, dal futuro verso il passato. Di conseguenza, per i processi fisici elementari non esiste una direzione privilegiata per il flusso temporale, poiché entrambe le direzioni, sia quella naturale, data dalla nostra esperienza empirica, sia quella inversa, sono perfettamente equivalenti nella descrizione dei fenomeni” (Francesco Guerra). Ecco quindi la trappola, il paradosso esperienziale, che il concetto di reversibilità/irreversibilità esprime. Da un lato l’esperienza umana ci dice che nulla è reversibile, dall’altro, nell’intimità di ogni materia che costituisce l’universo, esprime il concetto opposto e sembra di essere al cinema con pellicole che vanno in un senso o nell’altro proponendo non persone o veicoli in movimento ma particelle o pianeti in un florilegio di flussi temporali. Un problema, di non piccola entità, non ancora risolto, affrontato da Boltzmann alla fine del XIX secolo, e che, come spesso accade per la scienza, obbliga a definire una limitazione preventiva prima di ogni descrizione.

 

Inserisco questa concettualizzazione perché, anche nell’ambito progettuale, la reversibilità entra in effetti nel merito della possibilità di retrodatazione, ovvero di trasferimento temporale, di recupero di una situazione ex ante, agendo (nella condivisione unidirezionale del tempo) come un marcatore storico, capace di definire un quadro di rispetto, una rete di elementi morfologici, materici, cromatici, tipologici, strutturali, ecc., che possono essere acquisiti come vincoli, per impostare la corsa all’indietro della macchina del tempo.
Le motivazioni sono eticamente condivisibili. Esiste una sostenibilità dell’intervento realizzativo che deve cercare di mantenere nelle modalità più ampie possibili il capitale (ambientale, architettonico, culturale) su cui si interviene. Esprimendo il valore di patrimonio, si cerca di individuarne la valenza di unicità e quindi di rendere ogni richiesto intervento reversibile, nel senso di meno contaminante, distruttivo, interpretante, disperdente, per consentire a chi verrà dopo di poter godere del medesimo bene e di poter tornare a intervenire reversibilmente con tecnologie progettuali e conservative ancora meno invasive e più tutelanti. In fondo è un principio progettuale progressivo, che non si limita nel tempo con una modalità predeterminata, ma detta le basi per una consapevolezza che agisce per gradi, per sperimentazioni verificate nel tempo, che si autoverifica, auto-corregge, insomma cerca di migliorare progressivamente.

 

L’entropia costituisce l’altra faccia della medaglia. […] E non è assolutamente marginale in quanto, anche in questo caso, salda a ferro e a fuoco aspetti fenomenologici dell’esistenza con i tentativi di descrizione e di controllo che la scienza sviluppa. L’esperienza ci dice che ci sono processi naturale irreversibili – che è come dire che il mondo attorno a noi (con noi compresi) sta invecchiando, sta cambiando giorno per giorno senza aver nessuna possibilità di tornare indietro.

 

È una realtà che l’architetto conosce molto bene, forse dal primo momento che varca le porte, da studente di una Facoltà di Architettura, e si imbatte negli esami del biennio in cui con rilievi e disegni è obbligato a tentare di comprendere prima cos’è lo spazio, poi cosa sono le forme nello spazio, ed infine a rendersi conto di come stanno, di come vivono, matericamente tradotte, la loro stagione di vita. Una vita che accompagna la nostra, spesso oltre di noi, diceva Borges in quella mirabile poesia dal titolo “Le cose” contenuta nella raccolta “Elogio dell’ombra”, che potrebbe anche essere interpretata come un panegirico sull’entropia.

 

Rudolf Clausius, con il secondo principio della termodinamica, offre una conferma sull’esistenza di una “sostanziale irreversibilità temporale” in quanto l’entropia aumenta nel corso di una trasformazione da uno stato di equilibrio ad un altro e non c’è molto da fare. Forse possiamo condurre la realtà delle cose ad “invecchiare bene”, come scriveva Kevin Lynch in “Il tempo dello spazio”, attraverso un progetto cosciente che renda valore alla diagnosi per determinare la terapia (con azioni reversibili) da dedicare ad un malato cronico che ha tutto il diritto di vivere più a lungo possibile con dignità.

 

Ecco quindi il paradosso, che è doppio sia nell’esperienza del macro-micro, sia nel rapporto equilibrio e non-equilibrio, che la reversibilità/irreversibilità impone. Non è facile. Non è risolto, ma dobbiamo convivere con esso e rendere la nostra vita parte di questo fermandoci “per così dire il pensiero sull’orlo dell’eclisse” (Michel Foucault).


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nella e-zine “Reversibile”.


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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