Il paesaggio diventa progetto. Residui e recuperi urbani e architettonici

Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali  è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini”.
Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2004

 

Non è sempre semplice prendere coscienza dei percorsi progettuali.
Ciascuno opera con riferimenti personali e costruisce il proprio rapporto con il progetto sulla base dell’esperienza e del ruolo/peso che viene attribuito a ciascun attore responsabile dell’iniziativa di trasformazione o realizzazione. In fondo non sussiste mai un grado assoluto di libertà ma una griglia di vincoli.
La committenza non è certo un vincolo debole, come non lo è quello con gli enti del territorio. La sostenibilità economica dell’investimento/intervento è un fattore dominante, anche nella prospettiva del mantenimento/gestione. Inoltre, se si vuole ottenere un risultato soddisfacente, la scelta di qualità dell’impresa non è mai trascurabile.
Risulta molto più difficile rendersi conto del ruolo che riveste il paesaggio, o (per metafora) il processo all’interno o all’esterno del quale si inserisce il progetto.
La coscienza (o la consapevolezza) sembrano terminare sul confine della propria “area di intervento”, lasciando le logiche delle relazioni ad altri (non si sa bene chi). Eventualmente le relazioni con il contesto, il rapporto con il territorio, le interazioni ambientali sono messe in luce solo qualora valorizzino l’interesse per il proprio progetto. Ma è comunque un atteggiamento molto raro.
Tutto ciò non aiuta a comprendere come la continuità del paesaggio venga giorno dopo giorno lesa il più delle volte irreparabilmente. Salvatore Settis nel suo ultimo libro “Paesaggio Costituzione Cemento” lo chiama il grande malato d’Italia e traccia un quadro che, nella proiezione del prossimo futuro, si presenta esplosivo. Una bomba ad orologeria che è ormai innescata e che viene alimentata da continue e progressive incongruenze tecnico-normative e da aberrazioni politico-legislative volte soprattutto ad impostare, come unico rimedio, una deregulation semplificatrice.

 

Eppure la scelta minata ha radici antiche e “Architetti” ha più volte affrontato l’argomento cercando di non ricalcare le logiche di un’interessata demagogia di categoria che aspira al condono facile e alla professione che attende incentivi di ogni specie. Le radici affondano anche sulla premessa di questo editoriale. Ovvero sull’adesione, sistematica e cieca, verso un’idea di progetto non relazionante e quindi famelico di territorio per espandere un modello di città difficilmente governabile.
Da un lato, gli effetti dell’incongruenza demografica rispetto alla valvola espansiva offerta su un piatto d’argento alle pubbliche amministrazioni per bilanciare i bilanci sono sotto gli occhi di tutti, mentre un mercato delle costruzione è in crisi e risente maggiormente di altri settori dei danni provocati in questi ultimi trent’anni di disattenzione e scarsi investimenti di concreta innovazione tecnologica e di processo in tutta la filiera.
Dall’altro, l’assenza totale di sperimentazione e di ricerca nel campo del recupero diffuso ha fortemente ridotto non solo gli interessi ma anche le disponibilità intellettuali dei tecnici per rispondere, armati a dovere, a un’esigenza dei cittadini che chiedono di sapere quanto vale la propria abitazione non solo in rapporto a indicatori immobiliari ma anche a fattori e a gradi di sicurezza strutturale, acustica, antincendio, impiantistica, manutentiva, ecc.

 

La citazione che apre questo editoriale non è a caso. È tratta da un piccolo libro molto acuto di Gilles Clément che affronta attraverso la proposta di un “Manifesto del Terzo paesaggio il tema del suo recupero. Il paesaggista-ingegnere-agronomo-botanico francese esercita un approccio metodologico molto sistematico, volto a far leva su ciò che apparentemente sembra privo di significato, ovvero i residui, frammenti di paesaggio con nessuna somiglianza di forma e che hanno in comune solo di essere un “territorio di rifugio per le diversità”. Il concetto di Terzo paesaggio rinvia, secondo Clément, al Terzo stato: un luogo spaziale che non “esprime né il potere né la sottomissione al potere”. Interessanti poi appaiono le analogie con il concetto di abbandono, prodotto di una modalità gestionale razionale, e con quello di incostanza nel tempo, come effetto di un adattamento permanente. I residui esprimono un valore. Un importantissimo valore che nasce al di fuori delle “tirannie delle griglie” e che permette di scorgere e di intravvedere un’alternativa al percorso progettuale esistente. È una traccia di paesaggio che vive dell’attesa. Sono residui di paesaggio che si situano in un terreno in attesa di un rilievo che lo codifichi, in attesa di una destinazione, in attesa di un progetto da realizzare ma che rimane ancora nel limbo delle decisioni politiche, in attesa di recuperare una manutenzione per un riuso finalizzato… I residui esprimono un valore attraverso un’incompletezza che ne determina la forza. L’immagine dei residui è forte e debole allo stesso tempo e anche se è vero che il “vuoto architettonico contiene un pieno biologico in cui si esplica il movimento”, non è invece vero che l’architettura non contenga al suo interno anch’essa un codice rigenerativo, capace di rallentare, alterare, deviare il degrado, il crollo e la rovina. Il processo di recupero è un’azione che opera con diverse logiche da quelle delle colonizzazioni biologiche, ma è anch’esso un processo capace di innescare un movimento (diverso per energia e ritmo) che attiene comunque a processi di identificazione e attaccamento.

 

Mi piace pensare ai residui del Terzo stato cercando un’analogia con tutto questo mondo, apparentemente destinato al nulla, che invece contiene e sviluppa dei poteri straordinari, che può rigenerare paesaggi con coerenza e consapevolezza, in cui il recupero operi con sensibilità e disponibilità per le biodiversità tecnologiche, secondo un principio di necessità mai limitato e negato.
Guardo i residui, la loro tenacia, la loro forza, la loro energia, e penso che ci può essere un futuro diverso, in cui recuperare la memoria storica (Settis) e in cui dare diritto di cittadinanza al recupero diffuso e quindi al paesaggio.

 

di Marcello Balzani

 

Nell’immagine, scuola elementare di Casalserugo, Padova, progetto di Adolfo Zanetti con Laura Rigon, in copertina del tabloid “Architetti. Idee, cultura e progetto” 5/2011. Foto Marco Zanta

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