Il guscio vuoto della conchiglia: la memoria di ricordi progetto

… Per tempo appresi ad avvolgermi nelle parole che in fondo erano nuvole. Il dono di scorgere somiglianze non è in effetti altro che un debole retaggio dell’antica coazione a divenire simili e a comportarsi in modo simile. Su di me la esercitavano le parole. Quelle che mi facevano assomigliare ad abitazioni, mobili, vestiti, non a bambini esemplari. Vivevo come un mollusco nella conchiglia del XIX secolo che ora mi stava davanti come un guscio vuoto. Accosto la conchiglia all’orecchio. Cosa sento?
(Walter Benjamin, Infanzia berlinese. Intorno al millenovecento, 1938)

 

Perdere la memoria è un po’ come perdere la vita.
Ed esattamente come accade per alcune funzioni biologiche che si sono evolute nel tempo, la naturalezza con cui si attinge quotidianamente ad esse fa dimenticare come risultino essenziali alla sopravvivenza. Nessuno pensa a respirare come nessuno pensa a come ricordare, almeno di non essere sott’acqua, nel chiuso di una stanza con poche risorse gassose o sotto lo stress di un esame e nel confronto (piacevole, doloroso) con i propri ricordi e reminiscenze.
Attribuire i nomi alle cose, ad esempio, è un’azione della memoria (e non solo della conoscenza) e quando si appiccicano i post-it  si cerca di fare uso strategico di tale strumento. Si passa una vita a mettere etichette, direbbe uno degli abitanti del villaggio di Macondo del grande romanzo di García Marquez, per tentare di salvare le memorie, e il linguaggio (orale, scritto, disegnato) è parte dell’incessante stratagemma che l’umanità mette in atto da sempre. Cambiano i supporti, gli arnesi, i modelli di produzione (mentale), i format, ma il desiderio di terapia e di guarigione dalla strana pestilenza del villaggio Macondo di Cent’anni di solitudine sono sempre i medesimi: “con uno stecco inchiostrato segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola. Andò in cortile e segnò gli animali e le piante: vacca, capro, porco, gallina, manioca, malanga, banano. A poco a poco, studiando le infinite possibilità del dimenticare, si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l’utilità”.

 

I progressi raggiunti negli ultimi anni sulla comprensione, molto parziale e primordiale, dei meccanismi misteriosi che governano la memoria hanno evidenziato come il “mito inossidabile” (Schacter) dell’archivio dove ordinare i pensieri e i ricordi non è più così calzante per la materia grigia che compone il nostro cervello. La memoria non è una facoltà distinta, non è un album di fotografie che riproduce staticamente ricordi, quanto piuttosto un vulnerabile e corruttibile processo dinamico in cui presente (emozioni, stati, esigenze, aspettative, interessi) e passato (conoscenze preesistenti, soggettività, fattori impliciti) agiscono coesivamente. Forse, da un punto di vista più metaforicamente razionale quanto ironico, la memoria è come “un bidone della spazzatura” (cito una parte del fantastico racconto di Borges Funes o della memoria raccolto in Finzioni) e, per quanto si può credere di agire per proteggersi dal caos, in fondo la riuscita dell’estrazione dei dati (ricordi) è spesso fallace proprio per l’ovvia difficoltà del recupero indotta dai limiti del modello per cui è configurato. In altre parole, dato che si ricorda solo ciò che è stato codificato e che tutto ciò che viene codificato dipende da chi si è, credere di avere a che fare solo con un sistema ordinatore è banale. Lo scopo, il motivo dell’esistenza della memoria, è probabilmente quello di “imporre un ordine sull’ambiente” (Gordon Bell e Edelman), mentre il risultato, o meglio, il processo che ne scaturisce, è sicuramente più ricco e complesso e travalica abbondantemente tale finalità.

 

Abitare, creare case, cedere se stessi al proprio contenitore, fare del proprio corpo un attaccapanni (L. Nicholson), una gruccia per ricoverare fluttuanti significati (ruoli, poteri, espressioni, comportamenti sociali), in opportuni quanto tutelanti armadi (classi, gruppi, club, stili di vita come di forma) in funzionali camere di inespressive abitazioni, è la metafora di un archivio di un ordine d’azioni logiche e susseguenti per dimensione, funzione e spazio, in cui, a dispetto delle apparenze, la gerarchia è molto diversa dai criteri di codifica d’ordinamento per cui vengono strutturate. Se pensare, progettare, realizzare edifici e luoghi sono azioni umane che conducono sicuramente oltre un’esigenza di sopravvivenza, è opportuno acquisire anche la consapevolezza che la struttura d’archivio, la memoria che ne permette i ricordi, la destinazione di tale processo, è altro dall’archivio stesso.

 

I ricordi-progetto, codificati e archiviati in ordini logici, in cartelle in spazi server allocati per essi, suddivisi per tipi di linguaggio, per dimensioni, ecc., sono parte sicuramente di una memoria locale, specializzata, forse ultraspecializzata (se individuata da un punto di vista tecnico), ma anche collettiva, intersecata, frammentaria e nebulosa. Volendo tendere al massimo l’arco della similitudine, si può immaginare che ogni ricordo-progetto venga influenzato anche dall’amigdala, dal computer emotivo del cervello, e non si può sapere come la mandorla cerebrale lavori con tutto il resto nella ricostruzione dei nostri luoghi di vita. In fin dei conti i sistemi mnestici (reali o virtuali) funzionano bene per tale compito, vengono affinati e resi sempre più espliciti da nuove scoperte e innovazioni, ma se non si è coscienti di cosa si ha di fronte, se l’apparenza è più forte della sostanza e quest’ultima non viene rinfrescata e recuperata nel ricordo, amnesie e traumi sono pronti a insorgere e a sbranare ogni tentativo.
Ma non è semplice. Oggi sappiamo che il nostro cervello non va in stato di riposo. Sarebbe troppo complesso far ripartire tutto il meccanismo ad ogni passare di mosca, come se i sistemi di memoria non fossero lì proprio ad organizzare il processo di semplificazione degli stati percettivi. Blocchi o strati di predigerito che, all’occorrenza, vengono riesumati nei percorsi mnestici per rendere tutto più semplice e più solidale nell’ancoraggio all’esperienza. Uno stato apparente di torpore che guida il percorso di milioni di byte verso un filtro selezionante che decide (ad esempio) cosa vedere in funzione a cosa si ricorda di vedere, utilizzando, alla fine, poche migliaia di byte di (vera) informazione. Che colpo! Si provi a pensare per un attimo al grado di interdipendenza tra le zone, a come il flusso energetico venga stabilizzato con il minimo sforzo e la massima resa anche in occasioni di difficoltà dove si è portati a dimenticare.

 

Ma la memoria è anche quella stratificata intorno a noi (costruita livello dopo livello come il guscio di una conchiglia), quella che congiunge il nostro ricordo con quello di molti, moltissimi altri vissuti e viventi. Una potentissima espansione del corpo, come lo è il cannocchiale per gli occhi o l’automobile per le gambe! Libri, documenti, immagini, oggetti, racconti che rendono condivisibile la ricerca. Perché sempre di ricerca si parla, anche quando tutto appare chiaro e poi si scopre (ed è lì il bello) che non lo è mai.

 

Una ricerca che è un progetto. E un progetto che è una ricerca.
E adesso che accosti la conchiglia all’orecchio, cosa senti?

 

di Marcello Balzani

 

 

Per approfondimenti sul tema scarica l’e-zine n. 36 MEMORIA/IDENTITÀ

 

 

Nell’immagine, la copertina della e-zine n. 36 “Memoria/Identità”

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