Il futuro della professione di architetto secondo il CNAPPC

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Il futuro della professione di architetto è un tema importante e delicato. Leggiamo a questo proposito l’intervista di Marcello Balzani a Marco Aimetti, coordinatore del Dipartimento Lavoro, nuove opportunità e innovazione del nuovo Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC).

Marc Augé, in un suo famoso saggio dal titolo “Che fine ha fatto il futuro?”, scrive che mai come ora il futuro è stato così concreto. Penso che tu, nel ruolo di coordinatore di un Dipartimento che integra tematiche così “concrete” come il Lavoro, le nuove opportunità e l’innovazione te ne possa perfettamente rendere conto. Per la professione di architetto, oggi più che mai, il Lavoro, se visto dalla prospettiva delle nuove opportunità, acquista una concretezza diversamente accessibile e definibile. A questo proposito in quale direzione stai tracciando l’impostazione di questo tuo mandato di coordinatore?

Penso che il futuro sia alle porte anche per la nostra professione. La crisi ha favorito inevitabilmente lo sviluppo di nuove modalità di concepire il lavoro dell’architetto: nuove tecnologie, nuovi mercati, nuove mansioni e competenze. La competizione tra gli studi si è inoltre inasprita richiedendo a tutti noi di essere sempre più efficienti e contemporanei. È innegabile che nuove opportunità si stanno aprendo per la professione di architetto e lo scopo del nostro mandato consigliare sarà quello di creare le condizioni per le quali gli architetti italiani possano coglierle. Non si può e non si deve però dimenticare o sottovalutare che gli anni appena trascorsi hanno via via impoverito e smagrito gli studi professionali che ora si trovano in grosse difficoltà a ripartire. Un recente studio di un istituto di ricerca ha dimostrato che non ha futuro chi non investe in formazione, tecnologie e, più in generale, in esperienze. Bisognerà pertanto cercare di accompagnare e facilitare questo fenomeno.

L’attività del Dipartimento che coordino opererà su due livelli differenti: un’attività di “manutenzione straordinaria” della professione mirata a risolvere i piccoli ma gravosi problemi puntuali che affliggono ogni forma di svolgimento della professione di architetto e, in parallelo, un’importante ed energica attività di “nuova costruzione” di opportunità e scenari che si può riassumere in tre azioni principali: ipotizzare e definire nuove forme di aggregazione professionale finalizzate ad aumentare e favorire la creazione di strutture complesse, multidisciplinari e competitive (sul modello delle reti professionali), comprendere e favorire la rivoluzione copernicana alla quale stiamo assistendo per via dello sviluppo di nuovi software di gestione del progetto (BIM) e capirne i risvolti in termini di nuove figure professionali, nuovi modelli operativi e centralità del ruolo dell’architetto, infine, favorire e sviluppare nuove modalità di accesso agli incarichi mediante procedure concorsuali on line anche e soprattutto rivolte a privati, eventualmente sfruttando le potenzialità della nostra piattaforma im@teria.

Professione architetto marco aimetti

Marco Aimetti

Quanto incidono le nuove tecnologie digitali e l’accesso consapevole ad esse per l’innovazione della professione di architetto?

La digitalizzazione della professione è il tema centrale dello sviluppo e della rinascita della professione dell’architetto. Sicuramente è da considerarsi come uno strumento di lavoro e non come un prodotto del nostro lavoro. Mi spiego: le opportunità che ci offre la tecnologia sono incredibili e necessarie ma queste non devono portare ad una banalizzazione e semplificazione del progetto. La nostra professione è prima di tutto cultura e qualità e poi, necessariamente, tecnologia e digitalizzazione. Se le nuove tecnologie digitali vogliono dire fare in pochissimo tempo e senza alcuna conoscenza del tema progetti banali, omologati, seriali e molto poco pagati in virtù della spersonalizzazione del rapporto cliente/architetto/paesaggio, allora non andiamo nella direzione giusta. Al contrario se le nuove tecnologie ci permetteranno di migliorare la qualità del progetto, di condividere esperienze con colleghi e clienti di tutto il mondo, di competere con semplicità e consapevolezza in contest internazionali allora si potrà parlare di un nuova era digitale della professione.

 

Il BIM, ad esempio, è una grande opportunità di innovazione! Ma può essere anche una modalità di sviluppo di un “servizio tecnico” con cui escludere (o trasformare drasticamente) il ruolo del progettista. Il grado di maturità che deve essere acquisito per comprendere come l’architettura non è una sommatoria di dettagli e processi costruttivi, di tecnologie, e di prodotti/componenti non è banale. Spesso il percorso “facile” facilita (scusa il gioco di parole) coloro che non desiderano confrontarsi con il progetto architettonico. Come fare a far crescere la coscienza di una modalità integrata e coordinata di progettare?

Del BIM ho già sommariamente parlato nella prima domanda. Penso innanzitutto che gli architetti debbano occuparsi del BIM. Penso che la forma mentale dell’architetto bene si adatti alle nuove professionalità che questa modalità operativa introduce. Detto ciò è innegabile che assisteremo ad una separazione (di fatto già presente) del momento creativo del progetto e quello di sviluppo dello stesso. Questo non vuole dire che entrambe le fasi non possano essere svolte nella stessa struttura. Il BIM è uno strumento in progress, richiede comunque continui e necessari “aggiustamenti”. L’architettura non è e non sarà mai un prodotto finito e “delegabile” tout court ad un mero sviluppo mediante un “servizio tecnico”.

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Concludo affermando inoltre che una categoria che conta in Italia (154000 iscritti) non può essere totalmente composta da creativi che seguano solamente la fase di sviluppo iniziale del concept e del progetto. Con la stessa dignità ci dovremo anche occupare dello sviluppo e della messa a punto dettagliata e tecnologicamente corretta dello stesso. Credo che uno dei paradossi di queste nuove tecnologie sarà quella che, nonostante permetta la condivisione quasi immediata del progetto anche a distanza e in diverse strutture specializzate, suggerirà e renderà necessario l’accorpamento delle specialità. In ogni caso nessuno che voglia continuare a svolgere questa professione potrà esimersi dall’acquisire questo necessario aggiornamento professionale.

 

Il patrimonio edilizio esistente rimane, ancora nello sfondo, il grande mercato dormiente in attesa di un risveglio. Un mercato importante per la professione di architetto perché richiederà qualità progettuale, conoscenze appropriate, capacità di diagnosi e coerenza critica sull’ipotesi di intervento e sulla valutazione economica. Un mercato che non potrà essere aggredito con le medesime modalità con cui abbiamo operato per decenni sul nuovo. L’innovazione tecnologica del processo edilizio potrà offrire una risposta concreta?

Il recupero del patrimonio edilizio è la prospettiva concreta di mercato per la nostra professione, quantomeno nel mondo occidentale. Penso che il vero ostacolo che rende questo mercato, come tu giustamente lo definisci, “dormiente”, siano le attuali norme di carattere urbanistico/attuativo. Auspico che si vada velocemente verso una nuova e speriamo nazionale legge urbanistica che individui nuove strategie di intervento sulla Città che possano realmente risvegliare questo mercato. Su questo tema ci giochiamo il futuro della professione. Dovremo essere capaci di individuare nuovi paradigmi, nuove modalità nel rapporto pubblico/privato.

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La gestione del Piano regolatore dovrà essere più semplice ed elastica per permettere l’attivazione di grandi piani di recupero del costruito non più gravato da pesanti e prescrittivi parametri regolamentari, il tutto nell’interesse generale della qualità delle Città e della vita di chi le abita. L’innovazione del processo edilizio garantirà più efficienza e aumenterà la sicurezza e il confort dei fabbricati. In sostanza penso che Professionisti e Imprese (e investitori) siano pronti a partire, mancano ancora gli strumenti attuativi perché questo possa capitare.

 

Intervista a cura di Marcello Balzani.

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