Il Bello il Brutto e il Cattivo: percorsi analogici tra Paesaggio e Territorio

(di Marcello Balzani) In effetti sembra un film!
Come in un trailer, a chi si accinge a prendere contatto con questa tematica, è giusto anticipare che non si dovrà districare tra lotte manichee, critiche estetizzanti o interpretazioni sociologiche, quanto piuttosto dovrà far proprio il tentativo di esprimere il bisogno di comprendere, nella distratta percezione del quotidiano, le qualità attribuite attraverso un senso comune a una cospicua porzione di universo percepibile, soggetta incessantemente a quel processo di distruzione silenziosa, spesso rimosso, perciò quanto mai estraneo, ai superiori livelli del dibattito culturale.

 

Importante appare, prima di tutto, il recupero dell’utilizzazione di questa categoria estetica (il brutto), che ha origini non troppo lontane dato che si vogliono far risalire alla disputa sul Laocoonte di Lessing, e che ha avuto in Karl Rosenkranz il suo principale teorico, attraverso la realizzazione del saggio Ästhetik des Hässlichen del 1853. […] Leggendo il saggio del filosofo tedesco appare tutta la modernità della questione, soprattutto nell’attualità dell’interpretazione del brutto come camaleontica particolarità dell’arte moderna: fattore sfuggente, ineliminabile, provocatorio strumento per far apparire il bello, che a volte coincide con esso.
È la storia di una stretta coesistenza, che spesso travalica i limiti dell’estetica classica (il concetto di bello è il cardine della speculazione estetica) e riesce ad escludere il termine bello per intrinseca ambiguità (Croce), mentre altre volte dimostra la superiorità del brutto sul bello ufficiale, convenzionale, capace di attivare un benefico caos (Adorno) e di giustificare l’arte moderna e la sua vitalità in altre forme (Lukács).

 

[…] Anche attraverso la forza dissacrante del brutto e la continua rigenerazione dello scarto, l’ambiente urbano appare non toccato dagli effetti di questa energica dialettica, dove il virtuosistico scambio dei ruoli permette di trovare continuamente nuovi orizzonti e nuove certezze. Immersa in uno stato entropico (Arnheim) in cui ordinate imposizioni, strette da intrecci di regole, propongono immancabilmente uno scenario definito dal più alto livello di visibile disordine, la città (che cresce e che si trasforma) sembra ristagnare al di fuori della creatività, sempre più contrapposta, dalle insorgenze ecologistiche, ad una bella natura (da proteggere) e ad un centro storico (da conservare).

 

Spesso si innesca, nell’approccio alla lettura e all’interpretazione della città, un naturale processo di selezione, che tende a costituire categorie in cui risaltano attribuzioni di valore come antico, storico, da conservare, emergente, riferibili sia al patrimonio edilizio quanto al tessuto e alla forma urbana. In questo processo di separazione rimangono fuori (e molte volte anche al di fuori della ricerca e del rilievo) i caratteri del degrado, i fenomeni che consideriamo negativi, le parti periferiche della città, come se esistesse la possibilità di estrarre (o forse astrarre) un ambito protetto o di dimenticare il paesaggio urbano contemporaneo che incessantemente si riproduce e si rigenera con quantità e variazioni inimmaginabili, costituendo spesso lo sfondo e il germogliante orizzonte in cui si staglia l’Architettura […].

 

Eppure, al di là del desiderio di tipicizzare e classificare il paesaggio per trovare le aree da conservare e da proteggere, appare sempre più evidente come siano oramai in fase di dissoluzione tutti i margini e i confini (storici e naturali) che permettevano di percepire il paesaggio nel contrasto delle sue diversità: fuori e dentro le mura, città e campagna, collina e foresta, ecc. Prende allora forza l’immagine di una città continua, incessante, che si identifica su di un territorio quasi completamente urbanizzato, in cui è sempre più raro trovare luoghi in cui, a vista d’occhio, non risulti possibile interpolare fra loro fatti edificatori e interventi infrastrutturali. È un paesaggio urbano incompleto, indeterminato, ibrido, di cui bisogna riscoprire l’identità soprattutto attraverso lo studio di tutti quei fenomeni negativi, che lo fanno apparire irrecuperabile in un stato di progressivo degrado.

 

[…] Il tema dell’immortalità edilizia trova poi anche una relazione con i mancati attecchimenti di certi atteggiamenti culturali che prospettavano un futuro di rotazioni ventennali per gli edifici odierni (Price, Banham) oppure la progressiva regionalizzazione del territorio (Mumford). L’inconsapevolezza del costruire l’effimero e la confusione semantica che amalgama la città e la campagna diventeranno poi matrici del nuovo sistema di urbanizzazione (Dorfles).

 

A parte l’incuria e l’abbandono per l’antico, che spesso conduce a dolosi crolli e distruzioni, è infatti cosa rara trovare nello scenario attuale demolizioni consistenti in atto, destinate alla riqualificazione e al miglioramento del patrimonio esistente. Si edifica per l’eternità e, nella maggioranza dei casi, piuttosto che abbattere e ricostruire, si procedere con onerosi interventi di risanamento, che portano però spesso alla fortunata opportunità di sfruttare nuovi indici di ampliamento, innescando così un rigenerato degrado (straordinariamente sperimentato negli ultimi trent’anni). […] Scrive a questo proposito Pierluigi Cervellati in La città bella: “rifiutato in partenza il principio della demolizione e ricostruzione, impraticabile se non all’interno del disegno accademico e/o universitario; rifiutata altresì l’idea di intasare i frammenti di territorio ancora libero – le famose aree interstiziali che è bene lasciare come sono -, non restano risposte facili che siano appropriate per la periferia”.

 

Forse è il Cattivo?

 

[…] Piuttosto che una perdita di religiosità capace di rendere visibile quello spirito del luogo, fatto di emozioni, memoria, concretezza, che tanto aveva ispirato gli artefici del passato, sembra oggi evidente la perdita dei fattori di caratterizzazione delle città, come marcata costante del suo sviluppo. […] Il carattere, che insieme al senso spaziale definiscono due principali concetti di identificazione del luogo naturale/artificiale, si generalizza, viene amplificato in un processo di autoconfigurazione, che tende a definirsi attraverso modalità costruttive, attributi tecnologici, ridondanze modulari. I criteri di gerarchizzazione che sovraintendono la struttura urbana (logorata dal desiderio di richieste di controllo ed efficienza) appaiono governati da un rudimentale linguaggio che trova un fondamento nella sopravvivenza di regolamenti edilizi e norme d’azzonamento, efficaci creatori di automatismi formali che, per induzione, spesso  possono trasferire nell’involucro le tossine della monotonia generate dalle modularità della proposta planimetrica.

 

Ancora una volta diventa visibile il duplice sguardo difettoso che cerca di costringere la realtà in trasformazione oltre i significati del luogo:
– il primo è costituito dalla presbiopia del piano, obbligatorio strumento urbanistico delle società complesse, che si configura come principale macchina per la costruzione di “non luoghi”, vocato all’astrazione, all’irrealtà, all’inapplicazione coerente, in cui l’intento di prefigurazione appare indirizzato fondamentalmente a tentare di soddisfare le grandi funzioni urbane di base,  perdendo di vista il rapporto con la natura della città […];
– il secondo si concretizza nella miopia del controllo della scena urbana: tutta la rigidità, a volte anche esasperante, della prassi attuativa finisce per ignorare quasi completamente le regole formali e le qualità del progetto (e della realizzazione ultima), quando si interviene fuori dal recinto protetto della zona vincolata o del centro storico; il carattere del luogo diviene allora o l’alibi culturale per esporre lo sforzo del proprio genio creativo, espressione di un desiderio di eccezione che tende in realtà a un regime di liberalismo assoluto estraneo a qualunque concetto di testimonianza; oppure il fastidioso peso (Giordani) di una richiesta progettazione ambientale (ancora lontana da venire pur nella strategia pervasiva del bio e dell’eco), capace di prendere in considerazione quell’arte del rapporto che può dare legittimità a tutte le componenti ambientali, come diceva Gordon Cullen, riconoscendo ad esse un genius loci senza graduatoria di valori.

 

Ma è solo un punto di vista, come per il film western di Sergio Leone dopo tutto.


Il testo integrale dell’editoriale è pubblicato nell’e-zine “Paesaggio/Territorio”.

 

Nell’immagine, EGA_Erik Giudice Architects, Stockholmsporten, Stoccolma, vista interna del progetto per il nuovo quartiere residenziale. © Erik Giudice Architects


Marcello Balzani è Direttore di Paesaggio Urbano e Architetti tabloid

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