Il bancomat e la sostenibilità. Il decreto anticrisi che ha paura del green power

Dopo gli eventi della scorsa settimana, i discutibili tagli agli incentivi per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente, l’immediata mobilitazione di massa di cittadini, associazioni, aziende e professionisti, che finora ha permesso di conseguire i primi importanti risultati della cancellazione di silenzio-rifiuto e retroattività dei provvedimenti contenuti nel decreto “anticrisi”, pubblichiamo un’interessante riflessione di Marcello Balzani, direttore delle riviste Paesaggio Urbano e Architetti, per mantenere vivo il dibattito su un tema che, a nostro parere, non merita di essere “affossato”.

 

 

Oggi 3 dicembre Tremonti ha ammesso che “la retroattività non ci può essere e il Parlamento la correggerà”, ma ha anche aggiunto: “Per il futuro voglio ribadire un criterio: i crediti di imposta non sono e non possono essere un bancomat. Troppe volte sono stati utilizzati come bancomat”. (dalla rete, Senamion.it).

 

A “caldo” (è il caso proprio di usare questo termine) scrivo alcune righe, e forse gli eventi che già si accavallano nell’attesa di un ripensamento o di una qualche speranza di risposta alla mobilitazione di liberi cittadini e liberi pensatori, stanno modificando il punto di vista, verso un adattamento parzialmente razionale, delle politiche eco-sostenibili per un Paese in crisi.
Se da un lato è credibile e logico che le “Agenzie delle entrate” debbano avere la possibilità di valutare la disponibilità delle risorse per ottemperare alle domande dei cittadini alla ricerca della detrazione (il famoso 55%) riguardante investimenti realizzati in opera per il risparmio energetico, è anche altrettanto credibile che una “politica”, intrapresa con molto ritardo in rapporto agli altri paesi europei, finalizzata ad un graduale recupero di iniziative tecniche, progettuali, industriali e soprattutto di comportamento collettivo può essere non solo interrotta ma rapidamente affossata con una facile azione di “taglio preferenziale” delle spese.
Uso la parola “facile” perché sembra “facile” agire su un sistema che sfrutta la modalità burocratica per dichiarare “il possibile” e, nei fatti, negarlo. Il livello di sfiducia sull’azione tempestiva della verifica secondo una procedura tutta da realizzare su un “sito internet” provoca immediatamente un effetto di insicurezza, che rapidamente coagula l’idea di non vedere recuperati in parte gli investimenti per infissi, caldaie a condensazione, biomassa, coibentazione e pannelli solari.
Il ripensamento del Governo “cassa” l’azione retroattiva per tutti coloro che nel 2008, speranzosi sugli effetti delle progressive speranze, avevano già effettuato i lavori di riqualificazione energetica, ma non modifica l’approccio al problema secondo una gerarchia di valori che percepisce i “crediti di imposta” come perdita e non come investimento per dare impulso al ciclo virtuoso di un’economia “diversamente utile” quanto necessaria.
Chi ha paura del green power?
Se in un momento di difficoltà globale è giusto fare delle scelte drastiche è altrettanto giusto che queste agiscano per “cassare” definitivamente tutti i modi (lacci e lacciuoli) e tutti i processi (automatismi generalizzati) che fino ad ora hanno operato per il mantenimento di interessi e di investimento sullo status quo. In altre parole ammettere di aver sbagliato su un’idea di sviluppo dovrebbe determinare, quando le risorse sono poche, il “taglio” degli incentivi e degli “aiuti” proprio verso il sostegno a quelle politiche (vedi le grandi opere di immagine) o a quei settori di produzione (vedi le industrie che stanno ammortizzando da circa 150 anni il brevetto del motore a scoppio con i relativi annessi e connessi di petrolio, gomma, asfalto e cemento incrementando la spesa sanitaria) che hanno avuto modo di dimostrare e di realizzare un modello di città, di territorio, di qualità del costruito in rapporto al contesto e all’ambiente, che è di fronte agli occhi di tutti.
Invece, a quanto pare, viene da pensare (male) che dietro la visione del “bancomat” si nasconda un altro.
Un “altro” conosciuto da tempo, che sempre ha agito per ottenere l’inottenibile e che non accetta, neppure di fronte all’evidenza, che le risorse debbano essere salvaguardate e gli errati investimenti in qualche modo restituiti (magari con gli interessi) da parte di coloro che hanno giocato con il consumo, innescando desideri sempre nuovi ed ammiccanti per inutili necessità di beni non sostenibili (per qualità o quantità di possesso).
Insomma, penso che il bancomat in realtà non c’entri molto.
Mi viene invece da immaginare che il “reale interesse” del Governo non sia per un “reale cambiamento”, che dovrebbe mettere i cittadini in condizioni di modificare coscientemente i propri comportamenti e quindi di renderli liberi di scegliere professionisti diversamente competenti (sull’innovazione e il progetto sostenibile), di scegliere materiali e impianti diversamente efficienti e scarsamente energivori, di facilitare quindi lo sviluppo di una ricerca e di un’industria che non ha avuto in Italia diritto di cittadinanza e che forse è il caso finalmente di accettare, aprendo i confini a una diversa stagione di riqualificazione (più che di crescita) delle nostre città.

 

di Marcello Balzani

 

 

Crediamo che sia necessario continuare a discuterne insieme. Invitiamo tutti i lettori a lasciare qui un commento sul DL 185/2008, per raccogliere opinioni, punti di vista e racconti di esperienze dirette su un argomento che riguarda tutti molto da vicino.

 

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