Moderno, Contemporaneo e Gregotti

vittorio gregotti

In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 16 giugno, Vittorio Gregotti si confronta con la mai ossidata disquisizione sulla modernità o sulla contemporaneità dell’Arte, recuperando il pensiero di due filosofi come Giorgio Agamben e Roland Barthes. Il primo ci ricorda che “è contemporaneo solo colui che non si adegua” al suo tempo e che in qualche modo lo “odia” mentre il secondo, ci richiama sempre Gregotti, propone l’ossimoro della “contemporaneità inattuale” o “intempestiva”, come se, nel sentirsi contemporaneo al proprio tempo, risiedesse una tormentata capacità di previsione critica del futuro. In questo senso a volte si utilizza il termine contemporaneo per intingere di “provvisorietà” e di “confusione” lo stato di degrado più o meno inconsapevole delle Arti, immerse nella crisi del presente.

Il moderno, poi, è ancora più problematico perché può rimandare ad un significato antico anche di cinquecento anni, che si rinnova per gli architetti soprattutto nel Novecento attraverso il Movimento Moderno “con tutte le sue motivazioni, almeno sino alla sua crisi storicistica e decostruzionistica degli anni Ottanta e con l’idea di novità che sostituisce quella di nuovo”. Un concetto consumistico che annulla l’intervallo (direbbe Gillo Dorfles) e richiede innovazione perpetua per rigenerare bisogni e confezionare sempre giovani e ammiccanti prodotti da vendere. La neotenia della specie umana (che si trasferisce nei prodotti delle sue azioni) è ansiosamente iperstimolata dall’istantaneità; da quella intemporaneità (Paul Virilio) che oggi più che mai schiaccia o lima ogni asperità cronologica.

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E se la scuola universitaria di Saint Denis, citata da Gregotti per una ricerca sul tema pubblicata con il titolo Qu’est-ce que le contemporain? (Editions Cécile Defaut), cerca di mettere ordine arrivando a dimostrare che si può giustificare contemporaneo nell’uso del termine ciò che appartiene alle Arti dal Secondo Dopoguerra, è anche dimostrabile quanto ormai il termine moderno venga ad assumere un significato più connesso alla tradizione/traduzione dei modelli e alla conservazione reinterpretata dei processi attraverso il confronto dialettico.

La dimensione storica è sicuramente quella più nebulosa e fluida nella mente dei nativi digitali. Basterebbe chiedere (perché interrogare non sarebbe ammesso) ad un ragazzo o ad una ragazza di sedici anni qualcosa in merito anche ai periodi fondamentali del Novecento per sentirne delle belle! Un mondo che per molti di noi, nati nel Boom, era concreto anche nel passato recente quanto nel presente (tra guerre, dittature, rivoluzioni, crescita industriale, crisi petrolifera e terrorismo) tanto da non poter fare a meno di comprendere e riconoscere le interconnessioni temporali e le collocazioni geografiche e cronologiche.

Oggi, come scrive Gregotti al termine del suo articolo nelle pagine della sezione Cultura del Corriere della Sera, sembra che un’interpretazione di indipendenza e libertà (diffusa nei “mezzi di comunicazione-persuasione immateriali al servizio dei poteri finanziari globali”) venga correlata al significato del termine contemporaneo, più per nascondere “l’assenza di fondamenti da offrire alla società”, piuttosto che alimentare un grado di consapevolezza critica che si deve per forza fondare sulla coscienza di contenuti storici.

Non credo sia una sospensione, come recita il titolo scelto per quest’articolo, “L’arte sospesa sul bivio del tempo”. A meno che sospendere non porti al significato della vita scolastica in cui uno studente, per cattiva condotta, debba essere allontano temporaneamente dalla scuola. Il tempo non è ad un bivio. Il tempo è un dato emergente del nostro stato e questa condizione temporale di sentirsi oppressi dalla sua dittatura, produce un bisogno di libertà che, non essendo incubato con coscienza, consapevolezza e fatica d’apprendimento ed esperienza, appare troppo fragile e strumentalizzabile. I riflessi di questa insofferenza diffusa, annidata nella sempre più sconcertante ignoranza della storia, si ritrovano anche nelle forme urbane, nell’architettura e all’interno dei luoghi di vita degli spazi confinati. La visione, o meglio, gli scenari di questa tecno-estetica, che viene propagandata durante le cicliche kermesse, sono solo parzialmente rassicuranti. Il brivido dura poco e spesso è connesso più ad uno sbalzo termico del condizionamento che alla percezione di qualcosa o al desiderio di riappropriarsi di una dimensione critica radicata.

Innaffiare le radici, questo bisognerebbe fare. Le radici si stanno seccando e dalla chioma luccicante che si espande nel tempo tutto sembra troppo perfetto!

Per l’articolo di Vittorio Gregotti clicca qui.

Nell’immagine, Centro Culturale a Bélem, Lisbona, 1988.

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