Gli spazi della moderna schiavitù in Italia

moderna schiavitù in Italia

A volte vivendo nella propria comfort zone si crede che certe realtà siano distanti dalla vista e dal cuore. Realtà che non sono solo costituite dalle diseguaglianze, che nell’abituarsi a condividere il benessere di un Paese tra i più “ricchi” del mondo, fanno in modo che gli egoismi attecchiscano più degli altruismi; ma che pongono spesso in risalto la libertà, come diritto fondamentale della persona, in una condizione di lesa, ridotta e frantumata accettazione sociale.

È un confine feroce che rende l’umanità diversa da qualunque altra specie vivente del pianeta, un confine che, per motivazioni d’interesse e dominio, prima seleziona, poi segrega ed infine schiavizza. È un argomento duro ma che è importante non dimenticare rimanendo confortati all’interno del proprio stato di protezione apparente, dove il languore del terrore piccolo borghese (ricordo la copertina del famoso omonimo volume di Anna Maria Guerrieri nella collana la biblioteca blu edita da Franco Maria Ricci) regna sovrano.

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Si potrà obiettare che la condizione borghese (piccola o grande che sia) oggi sia ormai svanita. Forse è vero. Le centrifughe del consumismo che frullano da 600 a 1000 giri hanno reso le classi sociali meno riconoscibili rispetto ai momenti storici della lotta di classe. Ma il terrore, quello così abilmente rappresentato ed anticipato da Alberto Sordi nei suoi film più profondi, è rimasto eccome. Ed ha preso forme che neppure ciascuno di noi (vedendosi riflesso nei pensieri degli altri) riesce spesso a riconoscere. Ecco quindi perché è necessario, come l’aria che si respira, ricordare che esistono, anche in Italia, spazi di una moderna schiavitù e che questi spazi (o luoghi) hanno spesso molto a che fare con il territorio, le sue silenziose trasformazioni e la scelta di non-vedere, non-sentire e farsi solo e soprattutto i propri interessi.

È stato pubblicato l’ultimo rapporto del Global Slavery Index 2016, un indicatore che elabora dati della Fondazione australiana Free Walk, e l’Italia si colloca tra i peggiori stati europei. Nel nostro continente siamo al vertice della sparizione dei minori non accompagnati, dello sfruttamento delle prostitute dell’Est e nigeriane e soprattutto siamo lo stato dove caporalato e impresa tendono a fondersi. Una fusione al calor bianco che brucia vite nell’agroindustria (come ci si può ben immaginare) ma anche nel settore delle costruzioni e della gestione dei trasporti e dell’ambiente.

In questi giorni inoltre è stato anche pubblicato dalla casa editrice Fandango l’ultimo libro di Leonardo Palmisano (lo scrittore etnografo autore di “Ghetto Italia”) che mette in risalto con “Mafia Caporale” una situazione tragica diffusa e proliferante. L’edilizia è sempre di più uno “spazio della moderna schiavitù”. Uno spazio che si definisce all’interno di un processo che la crisi del settore (con l’aumento dei recuperi e delle manutenzioni con manodopera a basso costo e senza specializzazione) ha fortemente alimentato. Le ristrutturazioni in nero sono il terreno di cultura della schiavitù. O meglio le ristrutturazioni in grigio, se si cerca di comprendere non solo l’aspetto economico fiscalmente irregolare ma soprattutto il rapporto con la persona, in quanto molti di questi lavoratori sono extracomunitari (circa l’83%) in regola con il permesso di soggiorno o con status di rifugiato (con asilo politico) ma non sono tutelati da nessun contratto. E tutto ciò non accade solo a Rosarno (riguardo cui il report TERRAINGIUSTA, sul più grande ghetto d’Italia, è stato presentato da MEDU, Medici per i Diritti Umani) ma anche in Piemonte (con Torino in testa a tutti) e nel Trentino Alto Adige, dove è rigoglioso il “florido business” delle ristrutturazioni.

Palmisano definisce tutto ciò metamafie, ovvero “un sistema, una cornice dentro la quale le mafie intervengono lucrando sullo sfruttamento dei lavoratori, non soltanto in agricoltura ma anche nei servizi, nella logistica e nell’edilizia”. Nascono (anche troppo facilmente) agenzie di somministrazione lavoro che, legalizzando in qualche modo il caporalato, si trasformano in vere e proprielavatrici di danaro sporco”. I professionisti non sono indenni da questo processo criminale che offre un lavoro quantitativamente interessante e ben pagato, proprio per l’interesse del riciclaggio.

Sul sito di Global Slavery ci si chiede quali siano i fattori per spiegare o cercare di comprendere la prevalenza di schiavitù moderna in Europa. “Molti paesi europei ben classificati su indici di pace, democrazia, lotta alla corruzione, diritti umani e accesso ai servizi sociali, forniscono importanti protezioni dalle vulnerabilità allo sfruttamento”, eppure sono la “scarsa fiducia nel sistema giudiziario e gli alti livelli di criminalità, la corruzione e la discriminazionea creare il terreno di cultura in cui attecchisce lo schiavismo moderno.

Una schiavitù moderna che rende alcuni modelli di lavoro simili se non identici a quelli del lavoro forzato. Una schiavitù moderna che crea e alimenta una dipendenza e una segregazione volte a trasformare le persone in sottomessi che devono vivere (lavorando sfruttati) solo per espiare i propri debiti economici. Uno sfruttamento che è in molti casi sessuale ma anche sempre più spesso (nei campi come nei cantieri, dentro e fuori le case e i capannoni) commerciale.

Ed è il silenzio il miglior amico della moderna schiavitù: quella silenziosa e nascosta accettazione della realtà nell’apparente convincimento che non sia dopo tutto nulla di così terribile veder lavorare persone sfruttate. Anzi, cercando di proteggersi dal proprio terrore piccolo borghese, ci si convince che questa moderna schiavitù non esista neppure in quanto è un’opportunità concessa a persone che diversamente chissà cosa sarebbero costrette a fare…

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