Giovanni Corbellini | People meet in architecture

La biennale di Kazujo Sejima conferma le aspettative: pragmatismo, sobrietà, ritorno alla materialità del mestiere ne rispecchiano la personale visione architettonica e, allo stesso tempo, si propongono come possibili strategie per rispondere alla situazione economica mondiale. La crisi rimane tuttavia sullo sfondo, quasi che la curatrice, insieme alla maggioranza degli invitati, volesse esorcizzarla parlando d’altro, concentrandosi sulla qualità degli spazi, la luce naturale, l’interazione con i visitatori… Il suo è un antimanifesto laconico – come le sue architetture – che si è tradotto in una mostra prevalentemente sensoriale, visiva, tattile, più spaziale che concettuale. Un punto di vista che è la stessa Sejima a offrirci, affidando da una parte il suo Rolex center (progettato con il socio Ryue Nishizawa) alla telecamera 3D di Wim Wenders e selezionando dall’altra autori e proposte volti a ottenere il più attraverso il meno. Tra le molte proposte minimaliste (Pezo von Ellrichshausen, Junia.Ishigami, Amateur Architecture Studio…) spiccano le luci stroboscopiche piazzate da Olafur Eliasson a congelare in una successione di istanti le volute irregolari dell’acqua spruzzata da tubi di gomma appesi al soffitto. Una strategia sottrattiva (della continuità temporale) che ritroviamo nel padiglione belga, dove il gruppo Rotor ha allestito una struggente collezione di frammenti segnati dal tempo: porte di ascensore, parti di moquette, scalini cui l’usura ha conferito una paradossale qualità pittorica ed evocativa.
Rimozione che funziona anche come motore dell’interpretazione: quello che manca aiuta a comprendere il momento tanto quanto i materiali presenti, e forse di più. Gli approcci centrati sulla sostenibilità ambientale sono, ad esempio, sorprendentemente sporadici: il padiglione spagnolo, la visione ludica di Aldo Cibic, in parte il padiglione Usa… Non si può dire che la sostenibilità sia sparita dall’orizzonte, sembra piuttosto che sia diventata un tema fra i tanti, assorbito nella consuetudine tecnica. Si riducono anche le presenze blobbistiche (Amid-Cero 9, Nishizawa, Toyo Ito…) o, forse, risaltano di meno. E insieme a esse le sperimentazioni del design parametrico (anche se il palazzo delle Esposizioni si apre con una installazione di ArandaLasch). Il padiglione austriaco, nella sezione dedicata agli architetti internazionali che insegnano nelle scuole viennesi, mostra un’ampia selezione di progetti variamente impegnati a sondare le possibilità dell’interazione tra progetto e simulazioni digitali. Ma il fatto che la punta più avanzata dell’immaginazione tecnologica sia affidata agli studenti non depone a favore della sua concretezza in un momento attraversato, evidentemente, da altre preoccupazioni. Una impressione che accompagna la visita alla virtuosistica installazione di Philip Beesley nel padiglione del Canada, dove si è accolti da una sorta di ambiente tecno-organico primordiale che risponde muovendosi e respirando agli stimoli esterni. Mentre più pragmatica e narrativamente intrigante è la proposta di R&Sie(n): la luminescenza verdastra restituita da elementi in grado di assorbire energia dai raggi ultravioletti parla insieme del beneficio di una tecnologia a energia solare, della misurazione di un suo effetto pericoloso e della sottile minaccia del materiale a bassa radioattività di cui sono fatte le lampade.
La ricerca futuribile sembra quindi concentrasi nella misura minuta della scuola e dei componenti tecnologici, o in quella simbolico-narrativa della collaborazione tra architetti e una serie di esploratori del nuovo (scrittori, scienziati, artisti…) che la rivista “Wired” ha segnalato per la sezione “Italia2050” del nostro padiglione nazionale. Per cercare qualche altra fuga in avanti bisogna saltare la scala architettonica e avventurarsi negli scenari estremi delle visioni urbane australiane, o nelle riflessioni sulle aree metropolitane contemporanee di francesi e danesi (con uno strepitoso video di Big). Una incertezza sul futuro, evidentemente accelerata dalla crisi, che si fa palpabile nel padiglione olandese. “Vacant NL” propone un uso più intenso degli edifici sottoutilizzati, a partire dallo stesso padiglione di Rietveld ai Giardini. Ma, come si è detto, si tratta di uno dei pochi esempi di esplicita assunzione della realtà. Altri, come i tedeschi, hanno preferito ritirarsi nella dimensione sentimentale del desiderio, mettendo in scena rapide introspezioni di 164 progettisti. E non è il solo episodio di un certo distacco dal carattere pubblico, proposto dalla Sejima per questa Biennale. Per ironia della sorte, è proprio il padiglione giapponese a instillare i maggiori dubbi in questo senso: i grandi modelli delle piccole case di Nishizawa e dell’Atelier Bow-Wow illustrano la realizzazione dell’ipotesi metabolista in una mutevole frammentazione dei desideri privati, alla quale non è stata necessaria nessuna eroica infrastruttura collettiva.
Detto in tedesco, il desiderio (Sehnsucht) assume poi una colorazione nostalgica, che attraversa diverse altre proposte, dalla installazione ungherese dedicata al disegno manuale alla rivisitazione ruskiniana della Gran Bretagna, insieme alle interessanti retrospettive sui ponti svizzeri e sui kibbutz. Retrospettive che recuperano un’idea dell’architettura come fenomeno collettivo, portata avanti anche nel padiglione italiano, con un’ampia selezione di lavori realizzati, e, soprattutto, dalla installazione galleggiante progettata in collaborazione da 15 esponenti della vivace realtà croata. Questo gesto antidivistico arriva in una Biennale dove, tra le tante rimozioni e sottrazioni, spicca la latitanza delle star. Ma a riempire di contenuti ogni vuoto strategicamente aperto dai taciturni Sejima+Nishizawa ci ha pensato Rem Koolhaas, Leone d’oro alla carriera e ubiquo protagonista della mostra negli eventi inaugurali, nel padiglioni di Hong Kong e Danimarca, e soprattutto nelle sue due sale all’ex padiglione Italia. Rovesciando le aspettative, il tema scelto da Koolhaas è la conservazione. “Preservation” fotografa i fenomeni di crescita dei vincoli sul patrimonio paesaggistico e architettonico, interrogandone i presupposti teorici e mettendone in discussione i pregiudizi. I materiali esposti sintetizzano il detto e il non detto di questa Biennale, le nostalgie del passato (ma anche del futuro) e la crisi che ne alimenta la proliferazione, proponendosi come chiave interpretativa della mostra e del momento che stiamo attraversando.

 

di Giovanni Corbellini

 

Nell’immagine, Fray Foam Home (dettaglio), progetto presentato da Andrés Jaque alla 12. Mostra Internazionale di Architettura, esposto nello spazio centrale del Palazzo delle Esposizioni ai Giardini della Biennale. Foto di G. Sighele (fonte)

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